martedì 24 dicembre 2019

Il Natale più bello

Povertà, è potente nei ricordi di un bambino di Vicenza, una banda di ragazzi del Centro. 
Il Natale del 1940 a Vicenza, quello dei nostri nonni e bisnonni - i miei abitano proprio in via Corpus Domini, dove è raccontato il Prete bello - è per forza di cose povero di possessi e ricco di desideri.

Parise racconta il mondo di alcuni adulti, all'interno del cortile di una città cattolica e fascista. 

Quello della povertà è un concetto a lui caro, di cui fa un'ideologia, “segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza… bene personale, una proprietà privata, una ricchezza, il solo capitale nazionale che ormai salverà il nostro paese

Bellezza nella povertà.. 
Come il presepio di mio papà, quest'anno solo una natività nella grotta. 

Buon Natale a noi.



✍ "Era Natale. Come in molte altre città del mondo arrivò anche da noi, nel rione e nei cortili. Vorrei poter descrivere un Natale con vecchi “babbi” di cioccolato, con alberi adorni di ogni ben di Dio, con presepi e doni avvolti in carta di cellofane e nastri; non c’era niente di tutto questo. Tuttavia Natale era Natale e in qualche modo si festeggiava. Non ho più trascorso un Natale così bello e ne provo una nostalgia profonda. 

Anche adesso esistono i poveri, come in ogni tempo passato e futuro, i miserabili, e tutta quella gente che non ha il fuocherello e su cui si è creata tutta una letteratura per quelli che ce l’hanno. 
I poveri non conoscono questa letteratura e fanno il Natale per conto loro, chiusi in un mondo particolare, assolutamente diverso da quello degli altri. Credo sia così per i poveri di tutti i paesi, anzi ne sono convinto, e in ogni caso me lo auguro.

Tutti sanno che è molto meglio desiderare che possedere ogni ben di Dio; finché le meraviglie agognate non si possono toccare hanno la virtù di racchiudere in sé magici significati e i pacchetti di cellofane si crede arrivino direttamente dal cielo, sono profumati, di aria, di stratosfera, di ozono e più giù, verso terra, di nebbia; sono tutti lucenti come se le stelle indirizzassero i loro bagliori a scintillare su di essi. 


Noi si era di quelli che desideravano. E solo noi o quelli come noi, potrebbero dire l’odore dei cioccolatini in forma di minuscoli castelli, di animali domestici, di lanterne, che traboccavano dai grandi magazzini e dalle pasticcerie. 

Chi conosceva a fondo la luce, i bagliori, lo scoppiettio dei piccoli razzi da dieci centesimi eravamo noi che stavamo col naso e gli occhi sopra lo spettacolo inalando le scintille fino all’ultimo. Non passerò più un Natale come quello. C’erano Cena, Liliana, il via vai delle signorine, avvilimento della mamma che aveva desideri e ambizioni per me ma non possedeva che il suo disonore di donna non maritata e neppure un quattrino in borsetta. 

Ah! Il Natale più bello di tutti! E se c’era gente per cui Gesù nasceva il 25 dicembre, quelli eravamo noi e quelli di tutto il mondo della nostra specie.

G. Parise, Prete bello, 1954

sabato 23 novembre 2019

Occupare lo spazio

Questi giorni sto guardando con tanto interesse le piazze reali e virtuali delle Sardine. 
Sarà la grande ammirazione che provo verso le situazioni spontanee e casuali (4 ragazzi generano un evento sentito e importante col il solo passaparola) – che collego sempre allo “strapotere delle cose che nascono dal basso” di cui racconta con il cuore, prima che con la testa, Meneghello.

Ma lo sguardo è anche “forzato”: vincolato al grande successo sui social network, che non denigro davvero. È uno spazio oggi incredibilmente reale, decisivo, un “eterno presente uniforme”. Io ci sono dentro totalmente. Tanti amici questi giorni mi chiedono di aderire alla pagina “Sardine” di Vicenza: persone che stimo, intelligenti e impegnate, con un percorso più lungo del mio. 
Provo emozioni contrastanti, ma se devo confessare quella che prevale, l’inquietudine.
Ora il rischio fortissimo è di sovrapporre nei giudizi la mia esperienza personale: indicare un modello giusto e vincente. Lo snob.

Io ho speranza nei giovani. Sono fermamente convinto che un rinnovamento della politica e della sua classe dirigente debba passare per i giovani. Non per uno stupido concetto di rottamazione, di superiorità legata al numero di lauree o master, ma per lo spazio che viene assunto dalle energie nuove e fresche nei luoghi dell’amministrazione: nullo. Una società sana, dalla politica al mondo del lavoro, dall'imprenditoria al sociale, vedrebbe lavorare fianco a fianco l’esperto e il nuovo arrivato, uomo e donna, esperienza e idee. Questo spazio esiste ma viene riempito dal mandato terzo, o zero, dalle liste bloccate, dai target elettorali. 

Ora è giusto che i trentenni prendano in mano questa situazione in modo laico e dal basso. 
È evidente che quella piazza sia legata a una sinistra che è stata a guardare per vent’anni Berlusconi e poi Salvini, fino alla perdita di ogni identità persino in quelle città e in quelle regioni dove questa è vissuta con armonia, consapevolezza. 

È chiaro che quella piazza sia incompatibile con circoli di partito respingenti, messaggi vecchi e convegni retorici sulla “ricerca della leadership”, eccetera. Sigle vuote.
Ed è ovvio che nelle Sardine sia presente il risentimento di una generazione che non ha mai provato soddisfazione e orgoglio di appartenenza, mai posta al centro del dibattito pubblico, ragazzi che “non conoscono Berlinguer ma lo rimpiangono”. Questi sentimenti molto reali dovranno pur finire da qualche parte. 

Per la mia generazione una sorta di “formazione politica” è coincisa con il movimento nato intorno al Dal Molin. Umberto mi scrive che i trentenni della sua generazione, invece, si erano formati intorno a Genova 2001. Andando a ritroso nel tempo: l’impegno studentesco, ambientalista, antifascista, hanno forgiato generazioni di trentenni. Ora cosa c’è per loro di fronte all’avanzata del populismo, che peraltro vede e emergere al suo interno anche figure di giovani, in una destra che è stata sempre pienamente rappresentata dai suoi portavoce?

Per loro il nulla. Se esistesse una sinistra in questo Paese si sarebbe ascoltato ben prima di Bologna i segnali di questa generazione:ben formata, che lascia l’Italia in numero molto più numeroso degli stranieri che arrivano. Un assessore di Firenze l’altra sera mi ha detto: fare politica è provare a cambiare le cose, farlo da sinistra vuol dire partire dagli ultimi e dai penultimi. Non sono forse oggi dei penultimi, i ragazzi di questa generazione?

Certo è che non possiamo permetterci di essere ancora una volta fragili e virtuali, un Manifesto retorico e troppo vuoto, un piccolo spazio mediatico e già visto.

Giovanni spiegava bene l’altra sera che siamo ben oltre la fase della sfiducia e del disincanto, ora ci troviamo nella condizione dell’odio, del risentimento e dell’astio. 
La politica rappresentativa è nemica, quella reale si è spostata nei luoghi dove mettere a frutto i propri talenti: dentro le associazioni, lavorando con i portatori di handicap, con gli ultimissimi: profughi, barboni, orfani, nelle scelte di lavoro e di vita eticamente importanti. Quel mondo della società civile che non arresterà il populismo solo con il proprio esempio.
Esiste forse un’alternativa alla democrazia parlamentare e rappresentativa per incidere massivamente sulla vita delle persone? Quando sento dire che la nuova politica abbandonerà del tutto la rappresentanza e i partiti mi spavento, perché “l’antipolitica - anche progressista - è il brodo di cottura di qualsiasi totalitarismo”. 

Come verranno gestite le frizioni interne che arriveranno dopo la piazza, quando ci sarà bisogno di qualcosa di pratico che non sia il numero di adesioni? La vera sfida che attende le Sardine è lavorare nel, con il Palazzo, in un contesto dove siamo estranei e minoranza.  Questa, fra l’altro, è la parte più difficile ma anche più bella del mio incarico da consigliere comunale. Si vuole un cambiamento nella politica. 



Cito quanto scrive Cosimo perché io vedo luce in quello spazio vuoto. “L'unico modo per la sinistra di recuperare e sconfiggere il Salvini di turno è di tornare a lottare per gli investimenti pubblici, nuovi piani industriali, per esempio la riconversione ambientale dell'economia che crei centinaia di migliaia di posti di lavoro, politiche per sradicare la povertà e la precarietà, ricostruire un sistema sanitario e di istruzione veramente gratuito; soprattutto crederci, tenere la barra dritta, non per forza se va male un'elezione é tutto da buttare”.

Il compito di partiti e politici - mi ci metto dentro - è di spingere per una rotta in cui nuotano le Sardine, nel frattempo avventurandosi in mari dove si muovono altri branchi di pesci con cui, in questi anni, si hanno perso i contatti: come il mondo della scuola, della ricerca e del pubblico impiego, dove il precariato soffoca e il merito è costantemente tradito.
L’augurio che mi faccio come Sardina, alle Sardine: di andare a occupare non solo le piazze ma anche i seggi, il tempo, gli spazi e le caselle mail dei nostri rappresentanti, in prima persona e con le idee.

martedì 5 novembre 2019

Pietra d'angolo

Ponte dei Morti, qualche giorno di nebbia e libertà in Toscana.

Una compagnia inusuale e la voglia di conoscere un luogo che sta diventando sempre più importante e conosciuto, anche mediaticamente, non solo in ambienti religiosi. 
Un posto magico, perfetto: si trova nel Casentino, in mezzo al verde della campagna toscana. I boschi in questa stagione – soprattutto faggi e abeti - sono colorati di mille colori. Mi ha colpito soprattutto il rosso delle foglie. Si staccano e si sollevano al passaggio del nostro furgoncino.  
I cerbiatti del Parco Naturale corrono fra gli alberi molto vicino a noi. 
Questi luoghi sono così sperduti fra monti e casolari di pietra: ti chiedi come sia possibile facciano parte della tua stessa terra; ti coglie l'emozione di far parte di questo Paese e di questa storia. 

I percorsi sono ben battuti. C’è il monastero di Camaldoli, meraviglioso con il suo eremo sommerso dalla nebbia, misterioso perché nascosto, in parte, per la preghiera, e La Verna, dove Francesco ricevette le stimmate. 
Luoghi fuori dal tempo ai quali non siamo più abituati, eppure ancora frequentati dopo migliaia di anni da tante persone, per gli stessi motivi per i quali sono stati creati.
Riusciamo ad entrare dentro la clausura accodandoci alla processione di Ognissanti ed è stranissimo: un silenzio irreale, solo il fumo dei camini delle celle. La tentazione fortissima di entrare dentro una di queste. 
La nostra vera meta è Romena. Un’antica pieve romanica, costruita sulla via dei pellegrini che dalla Francia scendevano verso Roma. Da una trentina d’anni è rifugio per centinaia di moderni viandanti - "cercatori" - che si fermano un momento per ridare “senso” alle cose. 

Cosa vorrebbe dire? Frasi già sentite...

Un senso": canzone neanche troppo bella di un artista che non apprezzo particolarmente. 
Gigi Verdi arriva senza perdersi in presentazioni, da una cassa parte "Un senso" a pieno volume, davanti a tutti - il che un po' ci imbarazza. 

Sigaro, aspetto e modi molto bruschi, diverse parolacce in quella lingua sincera che è il toscano. “Sembra un camionista” – pensiamo. Quando parla però ha una voce dolcissima, le parole scorrono lente e potenti, c'è semplicità in tutto, da come si veste a come ti guarda, imbarazzato e irascibile. 

- Chi ci viene qui? -

Cercatori. Persone che arrivano e si fermano, prendono una pausa, si guardano, lavorano i campi, provando a trovare “il senso” che è in tutte le cose. Qui, a Romena, a Quorle, è nei dettagli della natura, nel ritmo dei campi, il senso più pieno". 

Persone di ogni tipo. A guardare il gruppo con il quale sono arrivato io: suore, un prete, qualche scout, ragazzi in forte dubbio, crisi… intorno a noi volontari di ogni età. Un giovane metallaro con le cuffie balla davanti alla canonica, un gruppo con le chitarre, alcuni anziani in preghiera all'ingresso della pieve. 
Qualcuno fa un selfie.

Sono sorpreso, ma non a disagio. Provo ammirazione, invidia, mi sento a casa. Nelle intenzioni di Don Gigi, Romena deve essere una “normale sosta in cui appoggiare la testa per dormire, appoggiare la testa su Dio e viceversa, immersi nella natura". Un posto dove "creare bellezza - qui trent'anni fa non c’era niente - un luogo per accogliere chi passa, custodire la sapienza dei contadini".


Gigi ha risistemato la stalla, la canonica, i ruderi tutto attorno. Fa l’artista ridando vita agli scarti dei contadini della zona, alla cultura rurale di questa parte di Italia. Lavora i ferri che trova nei campi. 

Tanti vengono a Romena perché non sanno cosa fare della propria vita, degli studi, della morosa.. non sanno se esiste Dio, hanno perso qualcuno, spesso un figlio, per il quale piantano anche dei mandorli nei campi attorno alla pieve. Gigi dice loro di stare attenti ad abbandonarsi alla sola mente, perché è "mortifera". Di curare insieme la mente, il corpo, la spiritualità, dedicando loro almeno mezz'ora al giorno. La mente serve per aiutare a muoversi: "siamo tutti stanchi perché si è smesso di camminare".

Ogni spazio è in pietra e legno, curato dal lavoro volontario di diverse persone, tutto è armonico e molto semplice. 
Forse abbiamo ucciso la bellezza, complicato tutto aggiungendo troppe cose”. 
A Romena vale il principio che la bellezza è da perseguire. 
Gigi ci dice che “la modernità ha ammazzato la bellezza, da intendersi non solo estetica, ma tutto ciò che è vivo”. Qui la bellezza non vuol dire vita religiosa ma religiosità della vita, tensione verso l’infinito, verso l’Amore. 

Un prete normale poteva suggerirci di andare alla messa, di rivolgerci ad un missionario, avrebbe parlato in tutti i modi di Dio, lui no. 

Vengono organizzati molti corsi di vario tipo dove ognuno mette sul piatto la propria storia.  La spiritualità è molto semplice, naturale, si basa sulle relazioni fra pari. Poca liturgia, molto lavoro nei campi, conoscere. Poche regole. 

“Mettere regole vuol dire avere già perso". 
"Se vivi con amore non c’è bisogno di avere regole".  

Dentro la Pieve, alle tre di pomeriggio, viviamo la messa di Ognissanti. Una messa senza grandi gesti liturgici, molto naturale, la scelta delle canzoni - cantautori - perfetta. 
La gente intorno a me piange, si abbraccia. Finita la messa tornano alle proprie occupazioni. D'altronde è solo un momento della giornata, nemmeno il più importante. 
Il sacro è zappare l’orto.. incontrare qualcuno.. tutto è sacro o niente è sacro. Gesù lo si incontra come i discepoli di Emmaus.. camminando lentamente, non capendoci “un troiaio”, non si fa riconoscere, condivide il loro dolore.. li lascia liberi”. 
A camminare lenti, senza alcuna pretesa. 

Sarà la mia naturale pigrizia ma questo passaggio sulla lentezza mi è piaciuto tantissimo.

È tutto così giusto qui, gli chiedo se come educatore, insegnante, politico, posso fare di più, come operare nelle nostre città, dove la tenerezza e la bellezza sono difficili da trovare, dove i pioppi e le pievi romaniche si vedono meno. Suggerisce la lentezza. Occupare la giornata un poco alla volta, non pensando all'appuntamento successivo. Prendersi cura di un luogo, di una stanza,  di una comunità, senza sognare troppe cose allo stesso momento. "Il problema è avere tre sogni e non amarne uno. Scegline uno da amare!"

"E noi da cosa possiamo ripartire?"

1 Dalla Libertà – dal non farsi comprare da nulla e da nessuno. “Se vuoi aiutare una persona a cercare Dio è come aiutare un fiore a sbocciare.. ha bisogno solo di luce e calore.. non di regole e catechismi..” 

2 Dal Perdono che vuol dire capire (non giustificare) perché le persone sono sempre sacre, perché si può  riconoscere l’errore e denunciare senza farsi avvelenare, perché le persone spesso ci amano con l’unico modo che conoscono e bisogna capirlo.

3 Dall’esibire la fragilità, la debolezza – “La pietra scartata è diventata la pietra d’angolo” - come per Gigi, nato con gli arti menomati alla nascita. 

Romena,
l’ho trovata importante proprio come viene dipinta. 
Una bellezza che dà pace come una passeggiata per Venezia, la Chiesa verso cui dovremmo tendere.
E Gigi, un testimone dentro le situazioni, caratteristica di chi abita il cambiamento chiedendosi semplicemente:

 “ci sarà più vita o più morte 
dopo che sono passato io?”



giovedì 25 aprile 2019

Fazzoletti rossi

La cerimonia in Piazza del 25 aprile è un appuntamento irrinunciabile. Ricordo il discorso di Franzina qualche anno fa: le transenne, la cerimonia, la banda, "tutto andrebbe aperto, svuotato di retorica, le persone vanno avvicinate". Ha ragione, ma resta comunque un momento importante. 

Negli anni molti oratori e politici si sono succeduti sul palco, in Piazza invece ritrovo gli amici di sempre. Quest’anno il leader del governo cittadino, provinciale, regionale e nazionale non festeggerà né parteciperà ad alcuna manifestazione perché “non sfila coi fazzoletti rossi”. 

Ha ragione Salvini ad associare i fazzoletti rossi alla libertà. D'altronde il rosso è il colore della libertà, della passione, delle rivoluzioni. Il rosso è nel nostro tricolore, quel tricolore presente in tutti gli emblemi delle diverse Brigate partigiane. L'operazione di Salvini è nota: trasformare i partigiani in delinquenti, equiparare torti e ragioni, derubricare il fascismo ad una fase storica come altre.

Al fazzoletto rosso associo queste parole di Camilla Ravera, donna forte e partigiana, comunista, prima senatrice a vita della Repubblica. Le ho ascoltate per la prima volta ad un corso di storia contemporanea in Francia. Ricordo perfettamente l’emozione mia e dei miei compagni – italiani e non - nel conoscere questi italiani (lontani da casa). Dal 1930 Camilla Ravera è in carcere, in regime duro di segregazione totale, non può parlare con nessuno ("mi sforzavo di resistere. Mi mancavano i libri, la possibilità di pensare e far funzionare la mente"). Un giorno riceve in regalo proprio un fazzoletto rosso..


La suora mi disse che al suonare della campane dovevo guardare fuori dalla finestra. Piccola come sono sempre stata e consumata allora dall’inedia, pensai che mi sarebbe stato impossibile riuscire ad aggrapparmi alle inferriate di quella finestrella posta lì in alto sulla parete. 
Presi lo sgabello e ci sistemai tutti i libri che avevo in cella. Vi salii sopra e attesi guardando il cielo e il noce di cui, dal mio letto, ero riuscita fino ad allora a vedere solo le chiome. 


Ad un tratto notai degli uomini sul cornicione del campanile: cauti e attenti, guardavano verso il carcere. Si sistemarono lì. Poi cominciarono ad agitare le braccia ed uno di loro tirò fuori dalla tasca un fazzoletto rosso che sventolò nel cielo per pochi attimi.
Che gioia immensa provai! 
Con una mano mi aggrappai con forza alle sbarre e spinsi l’altra più in alto che potevo, nella speranza che intravedessero le mie dita che agitavo in segno di saluto. E di felicità! Sì, perché la sensazione che sentii in quegli attimi fu felicità […] 
Quando uscii cercai di sapere chi fossero quei tre uomini del campanile, ma nessuno seppe dirmi nulla al proposito. Sono rimasti tre sconosciuti, senza nome né età.*





*(tratto da Lezioni recitabili, Leonardo Casalino, Edizioni SEB27)

domenica 17 marzo 2019

Tutto, ma non una pagliacciata


L’incredibile  successo della manifestazione #FridayForFuture dello scorso venerdì mi ha davvero commosso. Non me l’aspettavo. 

Era dai tempi delle marce Dal Molin (dove la tematica ambientale era ugualmente centrale, condivisa, “apartitica”) che non vedevo nelle facce di chi marciava una così grande intensità di emozioni e coinvolgimento. Cito il Dal Molin perché quella causa mostra quanto sia insensato banalizzare e sminuire rivendicazioni che formano una coscienza, soprattutto per dei giovani. Per me e per tanti giovani vicentini il Dal Molin è stato questo: un momento di altissima formazione umana e politica. 

Per questo mi ha ferito, e provocato un po’ di vergogna, leggere i commenti di alcuni esponenti della destra locale cittadina. 

Il Presidente del consiglio comunale ha definito il #ClimateStrike di venerdì una "pagliacciata", l’assessore Giovine “un’infestazione dei soliti noti del Bocciodromo” mentre il consigliere Maltauro un “Corteo ignobile con la falce e il martello”, e così via.
Io ero a Vicenza e ho visto tanti, tantissimi studenti e studentesse che hanno sfilato per le vie della città senza cappelli politici. E io dico: finalmente! Era da tanti anni che Vicenza non vedeva una manifestazione studentesca di queste dimensioni, realmente vissuta, partecipata, interiorizzata. 
Quasi ogni partecipante aveva preparato un cartello, una riflessione. Che bellezza! Le scuole di ogni ordine e grado hanno sfruttato questa giornata per preparare dei percorsi, e studiare insieme ai ragazzi il fenomeno anche dopo l’esaurirsi della manifestazione, alla quale gli studenti hanno partecipato (ne ho visti molti) con i propri professori. A Parco Querini la giornata è proseguita con laboratori gestiti da insegnanti ed educatori. Anche nella mia scuola primaria ogni classe è stata coinvolta in attività pratiche e teoriche sul cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile.


Le parole dei nostri amministratori feriscono: che brutto messaggio verso questi ragazzi, ormai distanti da ideologie e davvero focalizzati sui temi che stanno loro a cuore: futuro, casa, ambiente.
Non capisco come si possa definire la giornata di venerdì “una pagliacciata”. Non entro nel dibattito sulla figura di Greta Thunburg, ma è evidente che questa ragazza ha fornito l’occasione per cementificare un senso comune al di là delle parti, senza un carattere politico ma “etico, estetico e culturale” – come scrive Bifo. Almeno questa è la speranza: non vedo perché deridere, provocare. 

Riporto alcune osservazioni del mio amico Roberto, che ha voluto così rispondere a un video su Facebook: “A me la finalità di Friday For Future sembra chiarissima: voler dimostrare alla classe politica attuale che quello ambientale è un tema ultra sentito, specialmente tra gli elettori più giovani e coloro che diventeranno tali nel prossimo futuro. Chi di dovere dovrà quindi tenere conto di questo e prendere provvedimenti. Il cosiddetto "populismo ambientalista", quindi, non capisco a quali effetti collaterali potrebbe portare. Del resto è normalissimo che un'iniziativa di così larga scala si occupi di temi macroscopici, sarebbe assurdo che in tutto il mondo ieri si fosse manifestato per le emissioni dell'ipotetica industria X a Trebaseleghe. Ma è altrettanto ovvio che il fatto di richiamare l'attenzione su questo tema in scala globale poi si debba tradurre in iniziative localizzate e, per parlare di contesti ancora più piccoli, di iniziative del singolo. Anzi, a tal proposito, "populismo ambientalista" è un ossimoro: se interiorizzato in modo responsabile questo tema implica una riduzione degli sprechi a partire dalla dimensione del singolo cittadino, quindi si tratta di un qualcosa che di fatto limita la comodità personale. Come può essere populista? 
Per quanto riguarda poi il voler partecipare alla manifestazione invece di occuparsi di temi più concreti e locali, personalmente non capisco perché una cosa debba escludere l'altra. Si tratta di giovani che chiedono risposte e provvedimenti ad una classe politica che sul tema è generalmente troppo poco preoccupata, se non addirittura operante in direzione opposta (si vedano Trump e Bolsonaro su tutti). 
Mi sembra di una banalità disarmante voler rispondere a chi è contro questo andamento delle cose che il suo telefono e gli oggetti di comune utilizzo sono proprio il frutto di questo sistema. Quindi o si accetta questo status o si deve per forza vivere come degli asceti in eremitaggio dentro alle caverne? Per favore. Ieri si è dimostrato che nel mondo è presente una nuova generazione che pretende dai governi un sistema differente. È incoerente chi usa il telefono o è colpevole la classe politica/il sistema economico che consente che questo accada in queste condizioni?"

Qui sta il punto che sfugge ai nostri amministratori. Il mio amico Lorenzo, mi dice: 
“I ragazzi saranno capaci? Non lo saranno? Non è il punto questo. Il punto è il potente spirito di partecipazione, la decisione, il linguaggio molto diverso da manifestazioni precedenti, l'azione in sé. È la forza del qui e ora un punto su cui riflettere, non tanto la capacità del singolo studente di essere coerente con le parole che ieri ha usato”

Chiara, che condivide con me l’avventura di Da adesso in poi, invece mi scrive:
“Io sono una giovane donna adulta! Voglio accogliere questa sfida, questa richiesta, questa provocazione...
Voglio guardare negli occhi Anna che ha 17 anni e danza nel corteo urlando che il “sistema va cambiato” e dirle che io ci credo, che io ho 31 anni e sono capace di fare scelte personali e collettive consapevoli dentro “il sistema” anche per cambiarlo. Che posso essere una donna, una cittadina, una cristiana, una lavoratrice, una madre, un’attivista che sa fare scelte per un mondo migliore e per un’idea di uomo diversa da quella che ci hanno raccontato che “deve essere”!
Voglio raccontarle che ogni volta che riesco a far sì che le esperienze della mia vita (a casa, a lavoro, nella mia comunità) “assomigliano” ai valori in cui credo, mi sento una persona LIBERA!
Voglio continuare a guardarla negli occhi e dirle che lei a 17 anni é il presente di questo mondo, non il futuro!
Voglio chiederle di continuare a ricordarmi che lei é il presente! Di continuare a mostrarmi i suoi occhi sognanti, a mostrarmi le sue incoerenze e il suo coraggio! perché io ormai vedo il mondo da un altro punto di vista e senza poter accedere anche al suo sguardo io non potrò godere di questo mondo a pieno. Voglio guardarla negli occhi, ascoltarmi nel cuore, prendere la sua forza, farla mia e restituirla a lei e insieme donarla a tutti...  perché le persone ti spezzano il cuore, le ingiustizie sono tante - vicine e lontane - e la vita può essere un salto ad ostacoli ... ma io ci sono perché sono una giovane donna adulta e posso stare davanti a lei, guardarla negli occhi e fare una scelta diversa oggi, qui ed ora! Scegliere secondo i valori in cui credo rinunciando a qualche agio, qualche comodità, alla velocità.”

Sono grato di questi messaggi che ho voluto condividere con voi. Se alcuni di questi appelli - anche forti, anche provocatori o strumentalizzati– sono arrivati da quella Piazza, beh, non facevano parte del classico teatrino politico. Chiedevano misure forti in difesa del nostro Pianeta, anche a questa amministrazione locale. A Vicenza possiamo predisporre un grande “piano verde” per la città, che vada da misure sul trasporto pubblico all’efficientamento degli edifici. Possiamo delineare un’idea di città del futuro, possiamo discuterlo in Consiglio Comunale. 
Questo possiamo farlo noi. 

venerdì 22 febbraio 2019

Scelta politica

Questa settimana ho avuto l’opportunità di incontrare Bianca, una tipa in gamba, e confrontarmi con lei sul senso della “scelta politica”. Ovviamente, come spesso accade con i ventenni, non avevo nulla da insegnare né da suggerire. Non ho parlato troppo della mia nuova avventura politica. Il rischio di parlare per se stessi è sempre grande, reale. Anche questo, però, è un aspetto del servizio e della “politica” che incide, e non poco. A Bianca di questi mesi ho raccontato poco: l’importanza dello scoutismo, che tuttora affianca il mio impegno politico, la mia associazione civica che nasce in quel mondo (Vicenza Capoluogo). Ho parlato poi di Chiara, l’apporto di uomo e donna, insieme. E della comunità con la quale ho condiviso i miei passi. 

Una cosa interessante del cammino scout, che Bianca si appresta a salutare per iniziare nuove avventure, è proprio questo momento straordinario del percorso di una “scolta”: fermarsi per dichiarare, urlare senza paura a tutti (a se stessa e alla comunità che ti ha accolto fin da bambino) che si “parte” dal clan anche per compiere una scelta di impegno politico.

Cosa significa per noi? Avendo uno spritz davanti, e il trambusto di persone del Bar Astra tutto attorno, ci siamo concentrati su pochi concetti, per noi importanti.


Uno dei punti più controversi della legge scout (almeno per me) è sempre stato “sanno obbedire”. Credo però sia un “metodo politico” che lo scoutismo ci lascia dentro e che mi stupisce sempre tanto...
Mi ha insegnato a riconoscere l’autorità a tutti i livelli, che è cosa ben diversa dall'accettazione passiva, dall'autoritarismo cieco e incondizionato. È scelta politica, oggi, riconoscere nel quotidiano i nostri “maestri di specialità”, i lupi anziani, i tanti piccoli maestri che sono le persone che hanno un vissuto diverso dal nostro,  una storia da raccontare che parte più indietro nel tempo. “Obbedire”, oggi che siamo tutti autorizzati a giudicare ogni cosa, significa ascoltare, argomentare, non chiudersi nelle nostre convinzioni. 

Politica, oggi, è anche curare la responsabilità ad ogni livello, e lo scoutismo ne ha molti. Il tema della “Giornata del Pensiero” di quest’anno è proprio la leadership, una parola che noi usiamo poco e che in molti disprezzano. Lo scoutismo usa la parola “capo”: capo sestiglia, capo squadriglia, capo reparto, capo fuoco, capo Gruppo, ed è più un sogno, un gioco e un obiettivo condiviso, che una imposizione, un sopruso: a tutti noi può succedere di diventare un giorno un capo, un leader.

Per noi la “politica” non può essere slegata dalla concretezza, intesa come sporcarsi le mani, abitare ciò di cui si parla. Per questo, oggi che la voglia di “prendere posizione” (giustamente) è alta, è vera, non basta uscire con un comunicato, partecipare a una marcia. Si parte sempre dall’osservare, conoscere la propria comunità. In questo momento di grande “agitazione” collettiva per la tragedia dei migranti, ad esempio, quali sono le iniziative e le energie che nascono nel territorio, siamo in grado di valutare i metodi che vengono usati, le soluzioni proposte? Riusciamo a resistere alla tentazione di creare qualcosa di nuovo partendo da zero? Riusciamo a far nostra un’opinione o un’esigenza che viene anche da altra parte politica? (è questo, infatti, il vero senso del civismo). 

Per lo scoutismo, per i gruppi e le comunità capi, fare politica si traduce principalmente nel fare educazione. Educare alla libertà e allo spendersi, è una scelta di campo. Ci viene chiesto di fare qualcosa del nostro tempo e la partenza è questo: una scelta di servizio concreto, programmato, felice. Ma non si può improvvisare. Ci vuole competenza e umiltà: riconoscere che non siamo dei supereroi, che dobbiamo prima allenarci, che non siamo gli unici attori del sociale e dell’educazione, che non siamo i migliori in quello che facciamo. Questa è la nostra scelta di campo politica, o almeno, quella a cui tendiamo.
Queste parole di Don Giovanni Barbareschi, partigiano, scout e medaglia d’argento alla Resistenza, dicono tutto.



“A cosa vuoi dire di sì e cosa vuoi dire di no? Questo lo devi decidere tu prima: queste sono le preghiere del mattino. Guardare la giornata e decidere: a cosa dico si e a cosa cosa dico no? 
Perché o si agisce come si pensa o si finisce per pensare come si agisce”