venerdì 18 aprile 2014

Fimon è un luogo solitario


Entro davvero in profondità, sudo le pagine uscendone con gli occhi rossi alla sera, ed è lì che sento scivolare via quel poco di francese che c’è in me. Non capisco se sia reale o meno, scienza o bugia, sarà che lo sforzo di legare incastrare incollare le parole dell’italiano occupa tutti i miei pensieri – che non sono né complicati né numerosi; procedono lentamente, uno ad uno… un passo alla volta – cosicché les mots justes si perdono nel parlato, balbetto: blablabla. Almeno il sujet, quello sì, resta sempre d’oltralpe. Madame la France sei proprio gentile ad aspettarmi per tutto il tempo necessario. Ma non lo voglio,  nossignora!

Questo lavoro è sforzo che cattura. Non che si ottengano grandi risultati, soprattutto per studentelli modesti come me. Difatti mai penso al «risultato»: solo a questa fatica che mi piace, questa idea del «lavorare» che fa sorridere perché ci sono di mezzo le parole (le mie). Possono dare soddisfazione? Lo credo, perché sono mie, e sebbene molto modeste, le scelgo - come i fiori da piantare in un orto, che io non ho mai avuto, ma chi lo sa fra qualche mese…– le sbaglio, le cambio, eccetera. Ogni pagina è una martellata sulla roccia che giudico tristemente inutile; qui vicino insistono a scavare buchi nelle montagne chiamandole «gallerie», anch'io a volte ho l’impressione di picchiare duro per niente. Vado avanti come un mulo che almeno “si dirige” a finire qualcosa. È questo un pensiero che mi piace, che mi fa stare bene.


È un lavoro che faccio da solo, e non è un male restare da soli, anche se davanti alle lettere da scegliere e poi digitare non c’è nessuno che possa o voglia dirti «che bravo che sei per quello che fai». Peggio per loro, meglio per noi! C’è solo una persona che controlla, che giudica e ti fa ricominciare da capo pagine che sono ore, giorni di lavoro.Mentre penso alla parola giusta per continuare il discorso, mi sfiorano milioni  trilioni vagonate di pensieri. Uno è quello che mi spinge a scrivere queste righe, l’impressione che le cose francesi siano al giro di boa, che si cominci, piano, lentamente, a virare verso casa. Ma è ancora tutto così distante e vago, non riesco e non voglio decidermi, alla fine è giusto un pensiero fra una riga e l’altra. Ci sguazzo, dentro a queste impressioni, mi fanno sentire grande, un ottimo vicentino. 









È decisamente una Buona Pasqua