lunedì 28 dicembre 2015

Nuovo collocato:


Allora intervengo con una serie di foto che fotografano le mie scelte del passato e futuro recente. Ovviamente mi ritraggono ancora una volta lì: tra Contrà Porti e Contrà Riale.


Questa volta però mi trovo in ultimissimo piano, con delle aggiunte personali.
a)un compagno di viaggio.
b)un lavoro che possiamo considerare tale.
c)un ufficio.
d)qualche sguardo da una parte all'altra del chiostro.
e)quella vicentinità tutta condensata che non riesco proprio mai a levarmi di dosso.

"La vicentinità è la facoltà di tradurre in passioni intellettuali, astratte, le passioni reali. La costante tendenza, cioè, a frenare e forse dissolvere prima del loro compiersi quei moti dell'animo, del pensiero e della carne che conducono ai fatti e, di conseguenza, alle conseguenze, Cioè, ancora, una forma di prudenza, di diffidenza, di avarizia che potrebbe apparire anche solo borghese, o per meglio dire di amministrazione dei sentimenti che tende inesorabilmente alla staticità, alla immobilità, al monologo e non al dialogo, insomma alla fantasia, alla nevrastenia, talvolta alla narcisistica follia" (G. Parise - G. Piovene, Un sogno improbabile, 1963)


martedì 14 aprile 2015

Carica!


A cosa pensi, Giovi? Che dire: questo momento della stagione, con il "fumo che esce dalle orecchie", le giornate che si allungano, gli aperitivi...è quando si dà meglio di sé. 
Sto bene, mangio le verdure, scopro le nuove persone. O nuovamente le persone.
Stiamo bene noi vicentini. 



Una cosa è certa sul tifo: non è un piacere parassita, anche se tutto farebbe pensare il contrario, e chi dice che preferirebbe fare piuttosto che guardare non capisce il concetto fondamentale. Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare – non in senso aerobico, perché guardare una partita con il fumo che esce dalle orecchie, e poi bere e mangiare patatine per tutta la strada del ritorno è assai improbabile che ti faccia del gran bene, nel senso in cui te ne fa la ginnastica di Jane Fronda o lo sbuffare su e giù per il campo. Ma nel momento del trionfo il piacere non si irradia dai giocatori verso l'esterno fino ad arrivare ormai smorzato e fiacco a quelli come noi in cima alle gradinate; il nostro divertimento non è una versione annacquata del divertimento della squadra, anche se sono loro che segnano i gol e che salgono i gradini per incontrare la principessa Diana. La gioia che proviamo in queste occasioni non nasce dalla celebrazione delle fortune altrui, ma dalla celebrazione delle nostre; e quando veniamo disastrosamente sconfitti il dolore che ci inabissa, in realtà, è autocommiserazione, e chiunque desideri capire come si consuma il calcio deve rendersi conto prima di tutto di questo. I giocatori sono semplicemente i nostri rappresentanti, e certe volte, se guardi bene, riesci a vedere anche le barre metalliche su cui sono fissati, e le manopole alle estremità delle barre che ti permettono di muoverli. Io sono parte del club, come il club è parte di me; e dico questo perfettamente consapevole del fatto che il club mi sfrutta, non tiene in considerazione le mie opinioni, e talvolta mi tratta male, quindi la mia sensazione di unione organica non si basa su un fraintendimento confuso e romantico di come funziona il calcio professionistico. 


(Hornby, 1992, pp. 184-185)