sabato 5 agosto 2017

Compleanno atipico



Senza dubbio un compleanno atipico questo rovente 2017, senza una vera "route" (quella arriva più avanti, a fine mese), senza una Vacanza di Branco e le attività da organizzare, gli zaini da preparare e e poi lasciare in un angolo della camera, tessere, schede, libretti, spesa...

Sono a Vicenza - quando tanti ora girano con il fazzolettone addosso - e così rimango un po' seduto, come negli amati gradoni qui di fianco. Poco male, sono forme e delusioni - quelle - per me più vere del vero, bellissime. 
Sono sereno, curioso, mi sento anche un po' strano.

Si tratta decisamente di un 2017 succoso, ricco di inizi interessanti.


Nuovi grandi affetti, un principio (chiamiamolo così) di vita lavorativa adulta che mi permette di imparare e studiare quello che ho sempre amato di più; 
anche una nuova Associazione, dove spendere tempo ed energia, dove vedere Vicenza sotto una luce diversa - attenta, amorevole -; e un nuovo Servizio, al quale credo davvero e molto, facendo rete fra teste, giochi, promesse così importanti... ("amici di ogni altra..")

Tutte cose che mi piacciono e che mi spaventano allo stesso tempo: come sempre resto diffidente e incuriosito dal nuovo, un po' burbero e un po' coglione. Come all'inizio di ogni nuova stagione.

Non ho fatto una lista in ordine di importanza, altrimenti fra i primissimi posti avrei messo anche il mio nuovo coinquilino, simpatico amico da accudire con amore e pazienza, e che caga senza sosta.

Athos qui in posa osé
Pronto a cavalcare i Colli Berici!
#scommettiamoci 





martedì 25 aprile 2017

Dentro il bosco

Eravamo scesi in una galleria a prendere l’acqua e ora, seduti nel bosco dopo esserci dissetati, fumavano in pace un’alfa. 
Non c’è niente di meglio, per me , che sedere nel bosco con la schiena appoggiata a un grosso tronco e fumare guardando il cielo tra i rami degli alberi. Fumare e fantasticare guardando il cielo tra i rami degli alberi. La giornata era stata troppo calda e secca; il cane non aveva sentito alcun odore e la selvaggina, ingozzata di pastura, non si era mossa:faceva la siesta accovacciata tra i cespugli di ginepro.  Allora parlammo dell’amministrazione comunale e delle elezioni, degli emigranti lontani e di politica, dei lavori dei boschi e dei cantieri di lavoro e di altre cose che accadono quassù in montagna. Il tempo scorreva così. Non si aveva più voglia di camminare; si era stanchi, oramai. Eravamo in marcia dalle quattro della mattina senza avere sparato un colpo di fucile; né a un gallo, né a un francolino. Niente, giornata bianca.  Il discorso languì. Accendemmo un’altra sigaretta.  Lui guardò nel bosco e cominciò :  « È stato qui, proprio in questo posto che i fascisti uccisero quel povero Cristiano. Tu non c’eri allora. »  « Ero internato in Prussia. Come fu? » « Era l’autunno; mi pare fosse stato di novembre, una giornata nebbiosa.



Cristiano era quassù a fare legna. I briganti neri vennero dal paese in colonna, salirono di lì » e mi indicava con la mano, tra le radure del bosco la strada che avevano fatto, « presero a metà costa e vennero così di traverso. Lui stava qui, dove siamo noi. Ecco, proprio lì sotto quell’abete e stava riducendo un grosso ceppo. Batteva le scure con allegria. Te lo ricordì come era gagliardo? Si sparpagliarono per il bosco e vennero a rastrello. Bene, quando uno dei loro sentì battere le scure nelle nebbia si avvicinò come un ladro e mentre Cristiano si rizzava in alto, a braccia tese per prendere slancio, gli sparo una fucilata nel ventre. 
Quel vigliacco di fascista, gli sparò cosi da vigliacco. 
Subito gridò, e lo sentii anch'io che ero nel prato qui sotto con le vacche, gridò: «Signor tenente ci sono i partigiani! Ne ho ammazzato uno, venite! »

Lasciai allora le bestie alla mia vecchia e corsi su con alcune donne della contrada che avevano udito la fucilata. Il tenente e gli altri erano già qui. Cristiano stava sdraiato sul dorso e ancora teneva in mano la scure, pallido e sbiancato come la neve per il sangue che gli fuggiva dalle vene. Gli gridava il tenente. « Dove hai il fucile? Dove sono i tuoi compagni? Parla che ti ammazzo ». E gli puntava la pistola sul viso. Cristiano con un filo di voce gli rispondeva : «Eccola la mia arma », e accennava con lo sguardo alla scure. « Cosa vuole ammazzare? Non vedete vigliacci che mi avete già ammazzato? » 
Vidi con questi miei occhi il tenente che gli puntava la pistola sulla fronte e gli urlava parla che ti ammazzo e sentii lui che rispondeva che già l’avevano fatto e che i partigiani non c’erano. 
Ed era la verità. 
Nessuno di noi era ancora partigiano. A quel tempo badavamo ai fatti nostri e ne avevamo già abbastanza. Portavamo solo da mangiare a sette inglesi che erano fuggiti da un campo di concentramento e che avevamo nascosti in una galleria della vecchia guerra qua sul monte. 
Quando Cristiano si accorse che eravamo arrivati ci sorrise. Sua sorella, che era salita con noi, si mise a urlare e a piangere. 


Voleva cavare gli occhi al tenente. 


Forse i fascisti si accorsero di aver fatto una gran bestialità perchè quando dissi che ci voleva subito un medico il tenente mandò giù in paese a cercarlo. Mi misi a bestemmiare e a imprecare contro di loro perchè vedevo che non c’era niente da fare, ma solo aspettare che finisse di morire. Pure con la scure ancora bagnata e calda di sangue, tagliai due grossi rami per fare una barella, prechè almeno morisse nel suo letto. Lì, da qull’albero tagliai i rami. Li vedi i nodi? E io davanti e due donne dietro scendemmo per la mulattiera. Loro ci seguivano con il fucile in spalla. 
Giunti a casa arriva anche il dottore. Lo guarda e non dice una parola. Era medico condotto, quello che aveva fatto l’alpino con i nostri vecchi e s’era fermato qui per sempre e conosceva tutti uno per uno, anche i bambini e anche quelli che erano andati all’estero. Era ateo lui e fumava toscani, con la bicicletta andava come un pazzo. Te lo ricordi? Bene, lo guarda e non dice niente, solo prende il tenente per il petto e lo tira fuori della cucina. Era uno sbarbatello di tenente, scuotendolo come una scopa lo prende per il petto e gli sputa sul muso senza aggiungere niente.

Quando rientrò, cristiano aveva finito di morire. S'erano radunati gli uomini e le donne della contrada. Stavamo tutti zitti davanti a sua madre. Anche sua madre.   Da quel momento diventammo tutti partigiani. Anche i vecchi e i bambini. Anche le donne. Ci ritirammo sulla montagna con i fucili da caccìa e più tardi avemmo mitra e dinamite. Le donne portavano da mangiare e tabacco. Le brigate nere incominciarono ad avere la vita dura. Vennero anche i lanci degli inglesi e vennero anche i tedeschi… » 

La sigaretta era finita, una fila di formiche mi rasentava la scarpa. Non parlammo più sino a casa sua. Mi invitò in cucina a bere un bicchiere di vino. Sopra la credenza c’era un immagine listata a nero. Era Cristiano : nato il 14-12-1925, morto per causa dei fascisti il 17-11-1943 – la mamma e la sorella – a ricordo per gli amici. 


Mario Rigoni Stern, Dentro il bosco, novembre 1957





domenica 5 marzo 2017

Tempo di Carnevale


Tempo.

Mi aggrappo a questi pochi giorni di maschere e di musica per tirare il fiato e riordinare la stanza.
La scuola è chiusa; anch'io sono fermo mentre tutto, fuori , è in movimento:  la strada, le macchine, i “grandi” che lavorano, grossi titoli sui giornali che mi sfiorano soltanto, come notizie dallo spazio.
È una sensazione che mi dà molta pace. “Ci mancherebbe”  – “a far nulla!”.

Qui, ora, mi sento bene. Sistemo le schede dei bambini, i progetti degli scout. Ci sono fogli ovunque, molti da scartare, altri da etichettare, pinzare e impilare con criterio: reminiscenze del buon tempo speso in biblioteca. Questo non lo considero tempo perso. In ogni cassetto c’è qualcosa, chissà se i miei sogni potrebbero davvero chiudersi qui, pinzati e ordinati in scatole di legno.

Martedì grasso 2017
Sento il mio corpo stanco, provato, non lo capisco. 
Per questo, forse, mi avventuro poco all'aria aperta.
Mi limito allo stretto indispensabile: il Menti, le Barche, Venezia, nei giorni che la rendono così diversa, così viva.

Ho tempo, aspetto Chiara che deve studiare. Insieme giochiamo, come dice mio papà, “alle costruzioni”. È un gioco costoso e intelligente, mi sorprende ogni volta, uno di quei giochi al quale non ti stanchi mai di giocare, ricordo di un tempo lontano.

domenica 15 gennaio 2017

Verso Ponte Marchese



Siamo tornati a percorrere Strada Sant'Antonino in direzione Rettorgole, Ponte Marchese, Presidio. 


I campi sono innevati, il tendone allestito come fosse un grande circo, tutto molto più colorato ed elegante rispetto a dieci anni fa.
Comunque le sensazioni rimangono le stesse, uguale la musica e simili anche le facce, quelle di sempre. Ci arrivo in macchina, non più in bici con l’obbligo di tornare entro mezzanotte.
Parcheggiando, si distingue nettamente, in tutta la sua maestosità, la lunga striscia di palazzi e di luci (ma perché così tante?) della caserma americana: a vederla così non fa paura, sembra quasi normale, pare essere lì da sempre.

Sarebbe interessante scrivere una storia di quegli anni, un racconto preciso e dettagliato: mi piacerebbe leggerlo per ricordare cosa capivamo noi – allora – della Questione. Di sicuro noi vicentini ci siamo divertiti molto, ci abbiamo speso molto: tempo, energia, pedalate, lenzuola bianche che sparivano di casa, pennelli, colori.... A scuola non si parlava d'altro: almeno io, pessimo studente qual ero. Base americana, Partenza, scuola, compagnia, tutto si mischiava creando qualcosa di unico e di vero.

Ponte Marchese rimane un luogo importante. Ora c’è il sogno quasi reale di un enorme Parco. C’è anche - ancora - un tendone che fa musica, e poi la strada verso le nostre montagne. Infine, una chicca: la chiesetta di San Martino, una piccola, meravigliosa, antichissima cappella a pochi passi dal Ponte, anch'essa da presidiare in questo pezzo di città.

martedì 27 dicembre 2016

Buon Natale in allergia

Lascio la biblioteca e mi ritrovo a scuola.  
Tutto è molto nuovo e molto inaspettato. Torno a giocare con i più piccoli, così come nello scoutismo:
mi convinco che per ora deve andare proprio così. Più che un maestro mi sento un bambino anche io, un alunno: chiedo sempre (ho cambiato tre classi, fino ad ora) di prepararmi una lista di cose che piacciono, domando: “cosa volete essere da grandi?”.
Insomma faccio le interviste, e tralascio l’italiano scritto, che pure dovrei insegnare: per questo compito non è importante. Sono pochi, i bambini italiani.
Per i maschietti, non serve dirlo, il sogno è fare il calciatore. Lo capisco, bombardati di calcio come sono, dal mattino alla sera. Non mi fa arrabbiare, non potrei mai, anche se mi fa incazzare che così pochi bambini si disegnino con la maglia del Vicenza, come io facevo sempre da piccolino, e anche adesso. 
Poi c’è di tutto:
D. vuole diventare Spiderman, M. (bambina che non capisce molto, di quello che dico) una maestra, F. un informatico, E. una rockstar (seconda elementare).
Condivido quasi tutto, di quello che mi scrivono.


Tanti dicono: “voglio stare fuori”, “mi piace leggere”, “non mi piace studiare”, “vorrei non andare a scuola il pomerigio”, con una sola g. Come darvi torto?
V. si spinge oltre e mi scrive che vorrebbe “un castello al posto della sua casa”: mi chiedo com’è la sua casa, vista la classe, il quartiere…

Torno a casa davvero stanco, con la forte sensazione di essere inadeguato, impreparato, inefficace.. Torno anche felice, perché è un lavoro che mi piace e dove posso vedere subito se una cosa è giusta o sbagliata. Coi bambini non esiste nessun filtro, è tutto molto vero e diretto, come L. che mi scrive “mi piace il maestro Giovani, ma non mi piace che la maestra Laura è amalata”.

Insomma c’è da lavorare l’ano prosimo, soprattutto sulle doppie.

martedì 4 ottobre 2016

il mio servizio civile


Where do we go nobody knows?

È l'incipit della canzone dei Coldplay che “riproduzione casuale” mi ha proposto stamattina, mentre mi avviavo in bicicletta “a lavoro” per l'ultima volta.
Ho dedicato gli ultimi venti mesi della mia vita per svolgere il mio “servizio civile”, in biblioteca.
Bella vita”, “capaci tutti!”: che dire, può essere.

È stato però un periodo intenso, di lavoro vero, un intervallo di tempo dove sono cresciuto molto.
In un certo senso, Palazzo San Giacomo è uno dei luoghi della Città al quale sono più legato.
Amo la città in cui sono nato: in essa ho investito tempo, energie, ho creato e curato relazioni, vi ho concentrato il mio studio e il mio lavoro.
Lo dico considerando che la maggior parte dei ragazzi della mia età e della mia generazione “normalmente” compie (o è costretta a compiere) la scelta – peraltro del tutto ragionevole – di mettere a frutto altrove i propri talenti e le proprie passioni. Non sono per niente scettico né ironico al riguardo: io stesso ho avuto l'opportunità di studiare e laurearmi all'estero, precisamente in Francia.
Ho però sempre sentito nel profondo l'esigenza - del tutto personale - di “mettermi a disposizione” della città, di spendermi in un ambiente che mi ha sempre dato molto. Sembra retorico ma non lo è: rimango affascinato ogni volta dalla piccola grande concentrazione di Cultura - a tutti i livelli - che la città di Vicenza ha prodotto nei secoli. Non sono un professore né un ricercatore, forse un semplice idealista: vuoi per l'educazione ricevuta, vuoi per la testimonianza e l'esempio dei miei professori al Liceo (i miei “piccoli maestri”)… Ecco spiegata la scelta di iscrivermi alla facoltà di Lettere, a Padova, dove ho potuto studiare Meneghello, per la tesi di laurea triennale, e Piovene, per la magistrale; dove ho conosciuto lo stile inimitabile di Goffredo Parise; da dove sono partito per leggere così tanto di Vicenza: a cominciare da una vera e propria ”istituzione” come Fogazzaro, per arrivare ai contemporanei: Diamanti, Stella, Veladiano… ; e come non citare il poeta delle nostre montagne (sono pur sempre uno scout!) Rigoni Stern, o il poeta delle nostre strade, Fernando Bandini, che così tanta parte di sé ha lasciato nelle aule della mia Facoltà? Ricordo bene il suo funerale, tutti i miei professori presenti, la lettura dei suoi versi… ma ora basta, divago!

Perché sto scrivendo tutto questo?
Perché questo immenso patrimonio di bellezza e di grandezza tutta vicentina trova - idealmente e materialmente – sistemazione, cura e riposo proprio nella Biblioteca Bertoliana.
Una volta selezionato, ho accettato senza pensarci, a dispetto di altre proposte lavorative.
Col senno di poi, da un punto di vista “professionale”, non sono in grado di stabilire se sia stata una scelta giusta o sbagliata. Questo lo giudicherò con il tempo, consapevole di quanto sia difficile, oggi, trovare un minimo di stabilità lavorativa, a maggior ragione per chi ha studiato materie umanistiche.
Sì, potrebbe essere stata una scelta sbagliata.
È stata però una scelta vera, serena, che mi ha reso felice e che mi ha fatto crescere.
Sono da sempre un utente della biblioteca: perché vicentino (i vicentini proprio qui vengono per ri-trovarsi, per ri-conoscersi), perché studioso (o presunto tale), perché amico appassionato dei libri ospitati in questo Palazzo di Contrà Riale.
Ora, avevo davanti a me l'opportunità di toccarli, questi libri, annusarli, vedere come e dove venivano conservati, in quale ordine, rispondere dal vivo alla domanda: quali altri tesori vicentini vengono qui protetti nel tempo e dal tempo?

Ho avuto la possibilità di rispondermi, di conoscere e vedere dei luoghi incredibili, come il magazzino di Palazzo San Giacomo, la Sala Manoscritti, le parti del chiostro interdette agli utenti: spazi che conservano le tracce di quello che fu, verso la fine del 1600, l'antico convento dei padri somaschi. Ho conosciuto le storie dei manoscritti e delle opere a stampa di maggior pregio conservate nella “Stanza del Capitolo”: e a quante persone capita di trovarsi da soli di fronte a una Divina Commedia del 1395, o a un mappamondo del 1448? e ancora: a erbari, bibbie, classici latini stampati nei formati più diversi, con le miniature dai colori più spettacolari?

Ho avuto la fortuna di offrire e tradurre la mia passione e le mie competenze (in molti casi: le mie semplici mani, le braccia) a servizio delle esigenze della Bertoliana: nel mio piccolo, ho fatto del mio meglio. C'è, ci sarà - un estremo bisogno di rendere “viva” la Bertoliana procedendo nella costruzione di quegli strumenti, cataloghi e inventari, che consentano agli utenti di prendere visione e di conoscere sempre meglio il patrimonio custodito: inventari, cataloghi, il mio lavoro.
Senza questi strumenti, qualsiasi valorizzazione è preclusa.

Non sono volumi qualsiasi. Io sono partito dalla Raccolta Beltrame, ricca donazione arrivata in Bertoliana pochi giorni prima dell'inizio del mio anno di servizio civile: manoscritti, libri antichi, originali autografi dedicati soprattutto alla storia della scienza e a Vicenza e il suo territorio, temi che tanto appassionarono l'imprenditore vicentino. Si tratta di materiale delicato, a volte dei semplici fogli di sentenze, abiure, bandi pubblici, lettere autografe, stampe varie.

Ho potuto anche organizzare una mostra, che abbiamo chiamata Signa, sugli autografi illustri posseduti dalla Bertoliana. Leopardi, Manzoni, Foscolo, il “mio” amato Meneghello: alcuni dei nomi di primissimo piano della storia della cultura italiana che abbiamo portato in Palazzo Cordellina. Abbiamo recuperato la storia dei personaggi, i legami di questi scritti con Vicenza, le vicende nascoste sotto l'inchiostro delle lettere.

Scrivo queste righe perché mi serve, perché nel farlo è stato bello tornare con la mente al mio lavoro: ai volumi antichi e moderni catalogati, alle facce che mi hanno parlato della Biblioteca, ai testi preparati per la mostra…

Ecco, i momenti che ho preferito - fra tutti - sono stati quelli in cui mi sono potuto avvicinare alle cose più preziose conservate qui in Bertoliana: le testimonianze dirette di autori e uomini, vicentini e italiani, del passato. Se una biblioteca di conservazione ha una macchina così complessa, elaborata, rigorosa, è proprio perché in cima a tutto questo apparato risiede l'amore per cultura, in forma di libro, di lettera, di archivio.
Curare e rendere conoscibile e fruibile la nostra cultura è l'obiettivo di una biblioteca come la Bertoliana.
Mi chiedo se la cittadinanza, e soprattutto i suoi amministratori, se ne rendano conto.

Che emozione concedersi un po' di tempo in Sala Manoscritti! Ricordo quando mi sono intrufolato nel Carteggio di Piovene -, ma anche quando tenevo in mano le lettere (mai esposte prima di “Signa”) di Meneghello alla moglie, o quando in Ufficio è arrivata una litografia del 1905 pubblicizzante le “caramelle igieniche” in vendita a Vicenza; e ancora: un antico biglietto del lotto veneziano (“il lotto delle donzelle”) trovato all'interno di in un volume della stanza Q che stavo catalogando…

chicca suggerita da Varner
Ho conosciuto dei vicentini pazzeschi. Sia vivi che morti. Fra, i vivi non posso non citare Laura, collega di Ufficio, di Servizio Civile e di viaggio nel mondo di Rienzo Colla.
E poi l'altra Laura. E Stefano, persona di poche parole ma di grande umiltà e competenza.
E infine il Presidente Pupillo, che definirei semplicemente una grande e bella persona;
e Varner, che mi ha illuminato con delle chicche di storia della musica, nei momenti della pausa.

Fra i defunti volevo citare le persone che ho conosciuto quest'anno: Fedele Lampertico, Giancarlo Beltrame, Rienzo Colla. Lavorando i loro libri, una parte di loro ho conosciuto.
Qualcosa da domandare loro ce l'avrei. Probabilmente anche qualcosa di cui scusarmi: sicuramente qualche errore l'ho commesso, sistemando le loro biblioteche.
Concludo con quegli autori vicentini che sono entrati nella “mia” personale biblioteca, quest'anno: Virgilio Scapin, Gigi Ghirotti, Giulio Cisco, Nerina Noro.

E adesso dove andiamo? Nessuno lo sa!

Where do we go nobody knows?
Don't ever say you're on your way down
When God gave you style and gave you grace
And put a smile upon your face ?”


martedì 7 giugno 2016

La grandine


Domani vado a un concerto, come succede spesso ultimamente. Che sono fortunato - e di certo abbastanza sprovveduto - l'ho sempre saputo. In questi giorni piovosi di giugno mi sento addosso "guarda che io ho altro fare", "dove lo trovi, questo tempo". Sono vocine nella mia testa, forse immaginate in bocca a chi ho allontanato, o a chi vorrei avvicinare. 
Nel frattempo ho imparato una cosa, sulla grandine, che trovo davvero forte: 


Qui, tra le case e i grattacieli, non c'è alcun motivo che quell'atmosfera d'estivo idillio muti se al diluviare incomposto succede, sibilante e rovinosa, la grandine. 
S'infrange sul selciato diffondendo intorno un misterioso odore di zolfo, arriva a ondate sempre più violente, dirada un momento e subito riprende a tambureggiare con scrosci rabbiosi. Risuona nettissimo nel turbinio lo schianto d'un vetro, la strada imbrattata di scie sinistre è già livida e scivolosa: stasera i gerani del davanzale saranno ammaccati e sconvolti e bisognerà spazzare la terrazza coperta di foglie. 
Per il cittadino la grandinata si esaurisce così nella piccola cronaca di una giornata come tutte le altre: ignoto è ai suoi sensi il rapporto angoscioso che passa tra l'ira del cielo e il pane degli uomini. A folgore et tempestate, invoca la preghiera antica, ma egli ha del flagello un'idea letteraria e vaga, come sono i pericoli del mare per chi si tiene fermo a terra. Solo al campagnolo inurbato che gli sta accanto, portato dalla sorte sotto lo stesso tetto e lo stesso ospitale portone, la prima bianca sassata che si sfarina sul selciato rimescola il sangue e mette il gelo nel cuore. Non ha terre da sorvegliare, non ha raccolti da cui spettare una rendita: il campo paterno è troppo lontano perché debba soffrire di questa furia che batte le bianche terrazze e i lucernai della città. Ma è ancora vigile e dolorosa nel suo sangue l'esperienza di generazioni che hanno arato e seminato, e temuto e sperato e patito per il raccolto; lontana e dolce c'è ancora nel suo cuore l'eco delle invocazioni sentite cantare tra il verde tenero dei campi al tempo delle rogazioni; 
nel suo ricordo c'è ancora l'immagine delle messi devastate e della madre che porta le fronde d'ulivo benedette ad ardere sulla soglia della casa perchè il cielo si plachi.



pagine 18-19