lunedì 28 maggio 2018

Sotto i riflettori?

Prendo una pausa dal clima di campagna per mettere in ordine le idee e condividerle con chi rimane “fuori” dalle dinamiche elettorali. In realtà anch'io rimango "nuovo" di fronte a tutto questo.

Lo trovo un impegno stimolante, elettrizzante: offro un contributo (la faccia) per una Città in cui credo molto, moltissimo. Non mi piacciono, a dir la verità, i tempi compassati, gestiti da altri, la necessità di apparire il più possibile, la ricerca della visibilità quando necessaria ad un risultato prima personale e poi comunitario. 
Vedo questo atteggiamento in alcuni candidati e anche in me stesso, in certi momenti.

A me e a Chiara è sembrato onesto fin da subito dedicare il giusto tempo per approfondire tutti i temi, indagare la realtà, ma abbiamo presto capito quanto fosse controcorrente con la pressione e l’esigenza di comunicare che ci viene chiesta, o anche solo con la necessità di partecipare ad eventi programmati dall'oggi al domani.

Così abbiamo preso un pezzo di città e ci siamo dedicati a quello con tutta la serietà e la disponibilità che potevamo dare. Ci stiamo provando con metodo a partire dai temi delle nostre vite: giovani, educazione, comunità, partecipazione. C’è l’emozione di raccontare la scelta e le idee, a volte l’ansia e il senso di inadeguatezza, la sensazione di usare le persone. Ma prevale su tutto la gioia che è condividere il percorso con degli altri, e con la nostra associazione.

Non sapevamo quante fossero (più di 500) le persone che come noi si spendono con una candidatura. Fra questi tanti amici, amministratori che ci hanno formato e stimolato ad arrivare fino a qui. Siamo sereni, felici di questa grande partecipazione che ci fa pensare che il numero dei “rimasti fuori”, dei non rappresentati, si sia quantomeno assottigliato, ridotto. Ognuno porta il suo contributo con un percorso specifico, nella prospettiva, vera, di spendersi per la Città con “altre” persone, rappresentanti di mondi diversi.

Abbiamo scelto che lavoro, volontariato, affetti e famiglia non venissero stravolti da questi mesi. In questo, personalmente, non sono stato bravo.  

Abbiamo scelto di farlo come Giovanni e Chiara, portatori dei nostri “tratti”, riconoscendo nell'altro genere la responsabilità e lo spazio per portare le proprie caratteristiche in quanto donna (l’ospitalità, la pazienza, la tenerezza) e in quanto uomo (il senso della possibilità e di protezione, l’ironia). Questo, per me, è bellissimo. 



Ci sono poi alcune parole che sto sentendo troppo, mi riferisco a “rete”, “alleanza”, “sportello”, “tavolo”, “squadra”, ecc. Si sta abusando anche dei gruppi whatsapp e si usa troppa carta. Ma sono davvero felice, motivato e vivo, perché vedo questa opportunità come l'inizio di un percorso. Abbiamo scoperto che basta davvero poco: si comincia da un gruppo di persone che, a partire dalle proprie idee e risorse personali, contribuisce con il proprio ruolo e la propria esperienza. In queste settimane, attorno a noi, non ci sono mai stati rapporti di gerarchia e tutto si discute a partire dal valore della proposta. C’è chi sa comunicare, chi sa scrivere, chi ha amici, chi ci mette la casa, chi ascolta e basta. Io e Chiara abbiamo compiuto tutti i nostri “passi politici” con questo metodo finora.
E pur facendo, qualcuno è lasciato indietro.

Sto capendo e immaginando, e sono fiducioso che la Città scelga il meglio per sé stessa, allontani le facili tentazioni e le semplificazioni, per pensare soprattutto alla sfida successiva, quel “poi” che non può limitarsi al 10 giugno.

“E quando finisce la guerra, 
cosa pensate di fare?”
“Andiamo giù, no?”
“E cosa farete, quando sarete giù?”
“I saccheggi”
[…] ”E poi?” dissi “dopo i saccheggi?”
Il Castagna si mise a guardarmi, e disse: 
“Voi siete studenti, no?”
Io feci segno di si, e lui disse: 
“Si vede subito che siete finetti”.
“Castagna”, dissi. “Non credi che bisognerebbe provare a cambiare l’Italia? 
Non andava mica bene, com’era prima. 
Si potrebbe dire che siamo qui per quello.”
“A dirtela proprio giusta,” disse il Castagna, 
“a me dell’Italia non importa mica tanto.”
“Ma t’importerà chi comanda a Canóve, no?” Canóve era il suo paese.[1]


[1] Meneghello L., “I piccoli maestri”, cit., pp.76-77

mercoledì 16 maggio 2018

In una casa di Padova


Così Marietto ed io, tra gli appuntamenti e i viaggi e i Comitati, dovevamo sforzarci anche di studiare. Non ci passava nemmeno per la testa, si capisce, di studiare roba di scuola, esami. Studiavamo allo stesso tavolo, nelle ore e nelle rare giornate senza appuntamenti e senza viaggi, ravvolti nelle coperte del letto, coi passamontagne in testa, e i guanti di lana. 

Era un corso accelerato di sapienza anti-fascista. Toccando i quaderni rossi di Giustizia e Libertà, si aveva la sensazione di attingere a una fonte immensa e quasi sacra. Cercavamo di intendere e di assorbire non solo i saggi presi nel loro insieme, ma i singoli paragrafi, le frasi staccate. 
A volte ci venivano dubbi e sconforti. Che cosa faremo quando finisce la guerra di mestiere? mi domandavo; ma non dicevo niente a Marietto, non volevo deprimerlo. 

La guerra civile è una cosa troppo seria, dicevamo, per lasciarla fare alle passioni, al caso. Occorre affidarsi a un'impostazione razionale, meditare la lezione del passato, essere storicisti. Avevamo una fede ardente nella parola storicismo. 

Sentivamo profonda la necessità di stroncare ogni tentativo di giustizia sommaria, ogni confusione passionale, anzi pensavamo che i prevedibili abusi in questo senso dovrebbero venire equiparati a un grado della GNR e puniti con la stessa pena. Bisognava fare il bene dell'Italia, estirpare al proprio cuore l'odio, lasciar governare la ragione. 

Così nella nostra cameretta si configurava il problema della liquidazione della Guerra Civile. Ci era venuto, si vede, un accesso di follia da guerra civile acuta. Eravamo soli e imbacuccati nella nostra camera fredda, due filosofi, due storicisti, due robespierrini in una casa di Padova.

Marietto stava cavandosi i calzinotti. Li chiamava così. Era un ragazzino, appena uscito dalla famiglia si può dire; tutti lo eravamo in fondo, ma lui di più. Si lavava la faccia e il collo sfregando e sfregando, come le mamme una volta imponevano ai bambini di fare; si vestiva, si sfilava i calzinotti, si comportava in tutto coi gesti e i modi di un ragazzino; dietro ai nomi toscani dei suoi indumenti si sentivano gli ammonimenti familiari diventati costume.

Me lo arrestarono, Marietto, al principio della Primavera. Era partito in bicicletta, direzione Venezia, con un grosso pacco sul portabagagli: si cercava sempre di partire appena finito il coprifuoco, alla mattina presto. A Marietto ruppero alcune cartilagini e qualche osso, questo lo sappiamo, perché ala fine della guerra quando venne fuori non erano ancora aggiustati, ma lui non s'è mai curato di raccontare i particolari. 


Io ero con Marietto ora; Marietto era uscito di prigione con gli altri politici, e i ladri, nel corso della mattina; 

mi era venuto incontro per strada come un'apparizione in piena luce del giorno, vivo e sano, salvo alcune cose rotte, che non si vedevano. 


mercoledì 25 aprile 2018

Un ragazzo delle nostre contrade

Il suo mestiere era quello di passare a raccogliere il latte nelle stalle sparse per le contrade e portarlo al caseificio sociale; mattina e sera per tutti i giorni dell'anno, perché mattina e sera le vacche vengono munte e ogni giorno il Silvio casaro mette il latte nelle caldaie per fare il formaggio d'allievo: quello che stagionando per tre anni acquista il sapore dei pascoli esposti al sole. [...]


"Dai, Moretto" gli diceva qualche volta Massimo, "raccontaci come va con le morose". Già, perché oltre a essere un bel ragazzo, era sempre allegro e gentile e tutte le ragazze delle contrade erano innamorate di lui. Il Moretto la situazione dei fronti la sentiva facendo il giro del latte perché quasi in ogni casa c'era via qualcuno: o nei Balcani, o in Francia, o in Russia; erano quasi tutti suoi amici e si faceva dire dai familiari cosa scrivevano. [...]

L'autunno pareva scivolar via limpido con le vacche al pascolo sui prati falciati, ma qualcosa diceva invece che era torbido. E nero si sarebbe presentato l'inverno. Un giorno il Moretto stava lavando i bidoni del latte e sentì Massimo fischiettare soprapensiero un motivo che gli sembrava nuovo e anche no. Gli chiese cosa fosse. Massimo lo guardò un poco in silenzio e infine si decise a rispondergli che era l'Internazionale, l'inno dei socialisti che aveva imparato in Francia, e riprese a zangolare la panna. Ma subito smise e avvicinandosi gli disse: "Ma se lo fai sentire in piazza ti mettono dentro". Volle ricordare il motivo per fischiettarlo alla cavalla nei tratti di strada deserta, e pensò: "Ma perché ti devono imprigionare per una canzone?"

Un giorno di quell'inverno venne di corsa uno dal paese per avvisare che le brigate nere si preparavano per una sortita verso le contrade. Il Moretto e qualche altro presero la strada del bosco cercando di confondere le tracce sulla neve. I brigatisti vennero, perquisirono le case dalle cantine alle soffitte, e le stalle, i fienili e le barchesse. Quando le brigate nere se ne andarono a rovistare nella casa del Moretto, un ufficiale, dopo aver controllato il numero civico sopra la porta, lesse forte il suo nome. Nemmeno i ragazzi dissero che c'era, nemmeno la sorella Nelda, e la madre confermò che dopo l'8 settembre non avevano avuto più notizia di lui. Nella stalla slegarono la Linda, l'ufficiale ci salì sopra a cavalcarla e ritornarono verso il paese. Alla sera il Moretto uscì dal bosco e s'avviò verso casa. "La Linda" disse. "La mia cavalla. Mi hanno portato via la Linda." E si mise a piangere come un bambino. "Come faccio a raccogliere il latte senza la Linda?"

[...] A Malga Fossetta si era costituito un gruppo dove la maggior parte dei componenti erano laureati o studenti di città. C'erano anche due inglesi. Questo gruppo era comandato da Toni Giuriolo, un famoso antifascista di Vicenza, e il Moretto, perché conosceva bene la montagna, era lì come guida. la notte tra il 4 e il 5 giugno vennero in tanti. Per ogni strada che portava alla montagna salivano file di camion con su tedeschi, fascisti e russi. Circondarono delle zone ben delimitate da strade o crinali, stabilirono dei posti fissi e poi rastrellarono camminando a contatto con le armi spianate. Spararono; bruciarono malghe e pastorili. 

[...] Dopo un anno la guerra era finita. un pomeriggio venne a cercarmi Sandro. Con Don Angelo, zia Corinna ed altri era stato incaricato di raccogliere i corpi dei caduti e dei fucilati; ma non era sempre facile localizzare il luogo preciso dove la terra e l'erba e i muschi dei boschi li coprivano. 

Partimmo di buonora con il camioncino, i miei compagni erano quasi tutti allegri per la giovinezza e la vita che erano riusciti a conservare intatte dopo la lotta partigiana. Io, invece, sentivo dentro una stanchezza mortale e un grigiore cupo, come se il tempo dei campi di concentramento mi si fosse tutto condensato addosso ora che ero ritornato a casa, a contatto con la libertà, e la forza che avevo avuto un tempo fosse rimasta impigliata nei reticolati.

Arrivammo a Malga Fossetta. [...] Esaminammo la stretta gola dove erano saltati i partigiani di Roana (dopo il volo si salvarono perché sotto, quell'anno, c’era tanta neve e scivolarono via), rivedemmo i cespugli dove avevamo raccolto gli altri corpi.

Fu Bruno che trovò un fazzoletto all'imboccatura di un vaio. Ci chiamò. Riconobbero che era stato suo, del Moretto. Uno si calò con la corda e sulla prima scaffa trovò il parabellum senza più un colpo. Guardando giù per i precipizi della Valsugana a qualcuno sembrava di vedere una macchia più scura dentro un mugo isolato sopra altri precipizi. Tentammo di calare con le corde, ma non arrivavano fin là; e le rocce, in quel punto, erano molto friabili. Silvio disse: "Faccio io il giro per Porta Moline e vado per sotto".

Quando raggiunse il punto, Silvio non ci gridò niente; stette curvo per un bel poco e poi cercò di avvicinarsi fin sotto la parete: "Calate giù le corde" ci gridò da sotto, "e un telo". Quando Silvio stava risalendo, portando sulle spalle il telo con dentro il corpo, ci investì un temporale che non avevamo avvertito in tempo. 

Il telo con dentro il corpo stava ora su un ripiano di pietra e pioveva gelido. Apparvero delle fotografie stinte e bagnate dove si potevano ancora ricostruire visi di ragazze sorridenti o sognanti. Lo portammo giù tra la pioggia gelida e la grandine; alla chiesetta degli alpini del Bassano ci fermammo per ripararci dal temporale. Sul camion lo coprimmo di fiori gocciolanti e due giorni dopo ebbe un funerale che nemmeno un re avrà mai.

Da “Ritorno sul Don”, “Un ragazzo delle nostre contrade”, Mario Rigoni Stern

sabato 14 aprile 2018

In punta di piedi

Scrivo queste parole in punta di piedi. il mio impegno “politico” prende la strada della candidatura al Consiglio Comunale. È una cosa piuttosto nuova e decisamente grande, per uno “piccolo” come me. Infatti non trovo i termini giusti per spiegare cosa sto provando, il senso di questa scelta, ma sento di doverci provare, fare un veloce tentativo con Nuvole Rapide, che da dieci anni ormai raccoglie i miei pensieri. Sorrido, tornando ai post di dieci anni fa: riflessioni di un giovane rappresentante di istituto, molto idealismo, manifestazioni, e poi accenni alla mia vita, sofferenze, storie d’amore, mia mamma. Un filo comune che lega tutto: Vicenza, il mio posto nella città.

La cosa bella, di questo mio abbraccio alla città, è che non userò più la prima persona singolare. Con me, in questa sfida, c’è Chiara. Sono fortunato, perché servono davvero gli occhi di una donna per guardare di una città i suoi “graffi, intagli e svirgole”, come in quelle Invisibili di Calvino. Chiara è una compagna speciale: insieme a lei condivido una stessa forma di servizio, idee di comunità, amicizia. E vogliamo provarci, immaginare una città da costruire in una lista che non sia una delle tante, proporci – per quello che potremo – in alternativa a certi istinti beceri che in Veneto fanno così breccia nelle persone. 

La sfida che solo accenno, in questi versi, mi affascina. È un servizio che siamo curiosi di provare. Nell'album di figurine dei miei miti di ragazzo, insieme a qualche calciatore, sono molti i pacchetti di personaggi storici, politici. Nei miei scaffali, dove dorme anche il gatto, trova spazio la Rivoluzione Francese (“una cosa giusta”), il “prendersi cura” di Don Milani, i Piccoli Maestri, che per me sono una faccenda dannatamente concreta, reale, una vicentinità che mi rende orgoglioso fino alla pelle d’oca, fino agli occhi lucidi.

C’è una fusione che mi dà gioia: la politica, la città, il metodo che uso nel mio lavoro e nel mio servizio, i miei amici. Sono felice del mio impegno in Vicenza Capoluogo, un’associazione che mi aiuta perché concepisce la politica come servizio basato sulla competenza, offrendo gli strumenti per crescere e per mettersi a disposizione con progettualità, a prescindere dalle dinamiche elettorali.

Mi definisco “piccolo” perché non riesco a slegare la politica dai miei sogni e dai miei studi, dalla musica, dalla montagna; non resisto alla tentazione di riscoprire quello che io e i miei compagni siamo stati dieci, quindici anni fa, ai tempi delle grandi marce in città: oggi vogliamo le stesse cose.

Ora, dopo la fase del "tutto va male, le forze scemano, che fatica trovare lavoro", c’è la voglia di esplorare territori nuovi, trovare il giusto linguaggio perché le persone si possano attivare. Ora, e non domani, sentiamo di potere ascoltare ma anche dire di giovani, educazione, partecipazione, ambiente. Sono felice di poter scrivere e ragionare a quattro mani, in punta di piedi, “pensando, seriamente, a chi altro possa interessarsi”, di queste sfide che dicono di noi, della nostra lista, della nostra  città. 


Lelio ed io avevamo una mezza idea di dover metterci noi due soli a fare i ribelli, contro gli estensori di manifesti: non avevamo pensato seriamente al problema di chi altro potesse interessarsi. Fummo presi in contropiede. Il mio paese era pieno di gente come noi. Era irriconoscibile, il mio paese: a ogni ora arrivavano soldati dai quattro cantoni dell’orizzonte, e tutti si cercavano, cercavano noi, volevano fare qualcosa, organizzarsi. […]

La sera, a Vicenza, giravamo per le strade in piccole pattuglie di amici, a tre a tre, e la gente si radunava, si contava; reduci e sbandati fraternizzavano coi nuovi renitenti; le famiglie incoraggiavano, i preti con qualche cautela davano il benestare. C’era un moto generale di rivolta, un no radicale, veramente spazientito. Ce l’avevano con la guerra, e implicitamente, contro il sistema che prima l’aveva voluta cominciare, e poi l’aveva grottescamente perduta per forfé. Dappertutto (almeno da noi, nel Vicentino) si sentiva muoversi la stessa corrente di sentimento collettivo; era l’esperienza di un vero moto popolare, ed era inebriante. Si avvertiva la strapotenza delle cose che partono dal basso, le cose spontanee; si provava il calore, la sicurezza di trovarsi immersi in questa onda della volontà generale. Ma guarda un po’, dicevamo con Lelio; vien fuori che c’è per davvero, la volontà popolare […][1]


[1] Piccoli Maestri, capitolo 3.

domenica 18 marzo 2018

Cospirativi al bar


In queste settimane di pioggia e neve ho visto alcuni luoghi che non conoscevo. Come l’Oratorio dei Proti, un posto magico dove vivono persone anziane, in comunità, l'una affianco all’altra, proprio in centro. Quindi, la Bottega San Faustino, una piccola osteria nascosta in un angolo magico della città che è Piazzetta Goffredo Parise, dove lo scrittore viveva e ambientava storie che – diceva – traevano ispirazione dai suoni surreali del cinematrografo Odeon, il cui schermo era dietro il Portone di questa chiesa. Ci sono le sue parole, scolpite su una parete, che lo ricordano: “su un terrazzino al terzo piano, udivo i suoni e le parole che accompagnavano immagini che non vedevo. Se dovessi riassumere questa emozione in poche parole, anzi in una sola, direi semplicemente che essa era un’emozione poetica”.


👞 Per arrivare a Piazzetta Parise, mi avventuro per le vie di un Centro quasi deserto: piove a dirotto. Percorro strade che sono luoghi di incontro da sempre; nei primi anni Trenta del Novecento erano la sede ufficiosa della cerchia di Giuriolo. Intorno a questo professore si raggruppano persone, negli anni, soprattutto la sera. Docenti, giovani, studenti, ragazzi delle Parrocchie: i Filippini, Santo Stefano. In una città addormentata, iniziano a scambiarsi libri, riviste, pareri, recensioni. Una rete che si allarga con il passaparola. È Giuriolo ad attirare come una calamita personaggi diversi, rapiti da questo giovane professore senza tessera, e quindi precario, un uomo pacato, timido, che riesce però a dare un senso alle scelte, alle serate di qualcuno, girando le strade poco illuminate della città pertirarsi fuori dall’ambito delle famiglie (o dell’ambiente casa-scuola-campo sportivo), sottrarci al giro delle influenze automatiche e ovattanti tra cui si era cresciuti💬.

Chiesa di San Faustino 
In questi giorni si chiacchiera sui giovani, sui migranti, Vicenza e altre faccende di questo tenore: il PD, le elezioni, "iscriversi in massa al Partito!”. Giochiamo a cospirare, cioè a intenderci in maniera segreta, perché non faremo tutto quello che ci proponiamo. Nemmeno in quegli anni Trenta furono in molti a esprimere azioni concrete, a cospirare.

💭 Ma esistevano gruppi che si muovevano slegati, inconsapevoli protagonisti di microproteste, e alcuni di loro approdarono all’antifascismo: ragazzi nati negli anni Venti. Forse, si può ancora girare la città in cerca di momenti, persone o luoghi così. Ovviamente senza pretendere di trovare maestri: è sufficiente un’osteria appartata per parlare in tranquillità senza cellulare, dove ognuno si spieghi “senza proporsi di dimostrare qualcosa”. 


💬Antonio non separava ciò che studiava e pensava per conto proprio da ciò che insegnava a noi. Era proprio questa la forza del suo insegnamento: non c'era tono didascalico, non svolgeva un programma. Parlava delle cose a cui si stava interessando senza proporsi di dimostrare qualcosa, o di convincerci. Ci faceva assistere al suo rapporto vivo con esse, ciò che ammirava, ciò che detestava. Non mi pare che si curasse molto di accertarsi in qualche modo, come si farebbe a scuola, che capivamo e imparavamo. Non c’era tempo per questo. Ti trovavi davanti a un mondo di idee oggettivate, che parevano tuttavia strappate dal tuo interno. Le avevi davanti, toccava a te arrangiarti.

In questo modo S. si trovò a contatto con un uomo colto, e con una cultura viva.


La nuova cultura aveva dentro una tagliente lama politica. Si richiamava a una civiltà già esistente (quella che doveva essere crollata sotto i colpi del Duce, press’a poco negli anni in cui S. era nato), ma era piena di forza rinnovatrice, e politicamente rivolta al futuro. Il suo impegno immediato era la lotta per ciò che prospettava come la “redenzione” del nostro paese; 

Essa veniva a toccare la cultura scolastica e la struttura della mente di S. in tutta una serie di punti critici, e in ciascuno di questi l’effetto era esplosivo. Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire》[1]


[1] Meneghello L., Fiori Italiani

sabato 3 marzo 2018

Quel seggio tra i boschi

A ogni elezione i Comuni devono far uscire dai magazzini le cabine elettorali, le matite copiative, le candele, gli spaghi che sono in dotazione a ogni seggio; provvedere alle installazioni dei tabelloni per pubblicizzare le liste e i candidati; compilare e notificare i certificati elettorali dopo aver aggiornato gli elenchi degli elettori: emigrati, immigrati, deceduti, nuovi iscritti. Un lavoro indispensabile per far funzionare questa più o meno efficiente democrazia.

Ma perché al tempo dell'elettronica si vota come si faceva un secolo fa? Non potrebbe un cittadino, al compimento del 18° anno, ricevere un tesserino simile a quello del codice fiscale e usarlo da certificato elettorale? Questo mi veniva da considerare l'altro giorno quando ebbi occasione di assistere al sorteggio degli scrutatori per i nove seggi del mio comune, e mi ricordai che in una delle prime elezioni del dopoguerra, quando dopo la parentesi fascista la democrazia era entusiasmante, mi diedi da fare per ottenere un posto di scrutatore, non solo per il singolare lavoro che molto mi incuriosiva, ma anche perché con il compenso che veniva dato avrei potuto comperarmi un paio di scarpe per la festa. 

Venni assegnato al seggio di una frazione lontana tredici chilometri dal centro dove abito; un piccolo borgo a sua volta frazionato in sette o otto contrade sparse sui fianchi di una montagna al sole. Il pomeriggio precedente le elezioni ci ritrovammo davanti al municipio e una vecchia auto da rimessa ci caricò tutti: il presidente, che era un vecchio cancelliere in pensione appassionato di caccia al capanno, il segretario, un maestro elementare arrivato tra noi esule dall'Istria, e noi quattro scrutatori.

Al villaggio, davanti alle scuole, sede predisposta per il seggio, ci aspettavano due alpini armati e una guardia forestale. Poco dopo, su un'altra macchina arrivarono il sindaco, il segretario comunale e il capo guardaboschi per consegnarci il materiale: le liste, le schede, gli stampati e una copia della legge elettorale. La cosa, per questa prima volta, ci sembro complicata e subito, tutti, ci mettemmo a studiare la legge che il vecchio cancelliere ci leggeva a voce alta. Poi con molta attenzione e meticolosità ci insediammo, dando inizio alle operazioni: il controllo del materiale, delle schede, delle liste degli elettori iscritti al seggio a mano a mano che il segretario compilava il primo verbale.

Dopo sigillammo le schede firmate da due di noi; le finestre con spago e ceralacca. Quando la luce della sera venne meno, dovemmo accendere i lumi a petrolio perché in quel villaggio la corrente elettrica non era ancora arrivata. Alla fine il nostro primo compito ci parve ben assolto, e dopo l'ultimo verbale, alla presenza dei due alpini armati e della guardia forestale, sigillammo anche la porta. Le guardie al seggio avrebbero dormito nel corridoio su due pagliericci. Ecco, ora potevamo andare all'Osteria del Brusamolin a bere qualcosa e aspettare l'auto mandata dal Comune a riprenderci. 

Alle cinque di domenica ci ritrovammo tutti davanti al municipio, alle sei giungemmo al nostro seggio e incominciava l'alba; dalla valle che precipitava profonda dopo il piccolo cimitero sentimmo l'ultimo canto della capinera e il primo dei tordi. Suonò la campana della piccola chiesa curaziale di Sant'Antonio. Levammo i sigilli alla porta dopo che le guardie ci assicurarono che era trascorsa una notte molto tranquilla. Dissigillammo anche le finestre per fare entrare l'aria del mattino. Il nostro presidente non volle però levarsi la palandrana. Ancora un verbale, un controllo alle cabine, alle schede, alle liste dei candidati che dovevano essere esposte, alle punte delle matite copiative. 

Ci dividemmo i compiti e alle sette precise il nostro presidente fece chiudere le finestre e aprire la porta dalla guardia forestale che aveva il compito di «capo posto». Il presidente stava seduto al centro del tavolo, formato da quattro assi d'abete lunghe quattro metri e posate su cavalietti, ricoperte da carta da pacco; a destra aveva il segretario; noi scrutatori due per parte con le liste degli elettori. Tutti in giacca, camicia candida e cravatta. Già qualche elettore era in attesa nel corridoio della scuola. Il primo a entrare fu Domi che, malgrado il nomignolo, era per noi un personaggio storico di sottile e caustica intelligenza, anche se pochi erano stati i suoi studi. Poi qualche vecchia, tra queste la Catinona: una che faceva scappare gli uomini che osavano passare sulle sue proprietà. Vennero boscaioli, carbonai, il parroco, cavatori, contadini, ma quasi nessuno dei tanti emigrati venne a votare, e troppi nomi non venivano spuntati e annotati con «ha votato». 

Vennero invece a curiosare i ragazzi della scuola e in una pausa il nostro presidente acconsentì a loro di visitare il seggio. Intanto il segretario, seguendo le istruzioni, compilava fin dove era possibile gli stampati per i verbali e gli scrutini. A mezzogiorno, siccome non era possibile arrivare a turno nelle nostre case lontane, andammo a mangiare all'Osteria della Linda, la quale ci preparò con amore un vero pranzo con ottime cose. Già nel tardo pomeriggio di quella domenica elettorale tutti gli elettori e le elettrici del piccolo villaggio erano venuti a votare; secondo la legge, però, il seggio doveva restare aperto sino alle ventidue, per poi riaprirsi lunedì dalle sette alle quattordici. Nelle ore vuote andavamo ogni tanto a fare quattro passi per la contrada fumando una sigaretta e scambiando parole con la gente. 

Alle quattordici meno qualche minuto arrivò Paluro: uno con una grande barba irsuta, l'aspetto selvaggio; odorava di stalla e di tabacco da sentieri. Quest'uomo viveva solitario in una casa appartata dentro una valletta ed era sempre in conflitto con il guardaboschi per taglio abusivo di faggio. Presentò il suo certificato e gli consegnammo le schede. Entrò nella cabina per esprimere il suo voto ma il difficile fu per lui ripiegare le schede. Entrava e usciva dalla cabina presentandocele aperte o mal ripiegate, o l'una dentro l'altra. Alla fine il presidente decise di mandarmi ad aiutarlo con l'impegno da parte mia di non guardare dove aveva segnato il voto. 

Lo spoglio venne molto facile perché erano poco più di un centinaio le schede da scrutinare; molto pochi erano i voti di preferenza, nessuna bianca, poche le nulle o le contestate. Un curioso dibattito avvenne tra il pubblico che seguiva lo scrutinio: un partito di destra che avrebbe dovuto raccogliere due voti se ne trovò uno solo, e i due erano lì che si imputavano a vicenda il presunto tradimento. Alle cinque il nostro lavoro era già finito; il segretario telefonò al segretario comunale perché venissero a prenderci. 

Alle sei, in Pretura, eravamo i primi a consegnare la volontà popolare di un piccolo villaggio sparso tra le montagne. 

Mario Rigoni Stern
La Stampa, Sabato 4 Aprile 1992

lunedì 26 febbraio 2018

Questo posto amerò più di ogni altro

Si vota. Si è scritto di razzismo, estremismo, rifiuto del diverso. Una larga parte politica spinge forte per alzare barricate contro i migranti, l'Europa, i diritti. La maggioranza del paese si compatta nella sfiducia o nel rancore, in questo modo il mondo politico conservatore punta deciso al Governo.
Si è scritto di “nuovo fascismo” che fa presa sui giovani e sui “rimasti fuori”. Ecco, possiamo dare a questo rifiuto del bene comune il nome che preferiamo, ma penso che sia vero. Mi domando quale sarà la rappresentanza in Parlamento per il Paese che vuole al centro i diritti, l’integrazione, lo studio che porta al lavoro. (Non mi interessa quale colore, quale sigla).

Il poeta Bandini era iscritto al Partito Socialista quando questo era ancora di Nenni. Io non ho idea della vita e della politica di allora. Immagino - però – quel socialismo come un tentativo, un modo per riformare il mondo, cambiarlo in meglio. Bandini faceva politica (come Consigliere Comunale) e faceva poesia. Insieme. Ma non faceva poesie politiche. Fissava i ricordi di un’Italia che non c’è più (le tanto svilite “radici”). Scriveva di Vicenza.

L’Italia descritta era contadina, una civiltà rurale regolata sul ciclo delle stagioni e sul lavoro nei campi. Era incazzato con Vicenza (schiaccerò la cupola di rame del Palazzo Della Ragione): città ottusa, servile, democristiana. Immobile e pesante. Ma amava il cuore antico e nobile dei suoi palazzi, le sue ville, la sua gente. Amava il dialetto parlato da tutti, ma anche il latino dei preti e delle persone di cultura. Il ruolo attivo della sua poesia ha il valore della testimonianza, per resistere al peso della Storia e alle spinte peggiori del suo (nostro) tempo.

La nuovissima raccolta con tutte le sue poesie
Qui descrive in modo epico la sua vita a Vicenza, le giornate passate alla Bertoliana, a consultare libri e dizionari. Prova nostalgia, invidia per chi ha trovato fortuna altrove, rabbia per chi parla senza titolo. Ma dice anche della scelta di rimanere e cambiare.

Cosa voglio dire? Non lo so, sto provando a dare un senso al prossimo voto. Chissà che lo sforzo del poeta sia anche il nostro di elettori (perdenti, incazzati, indecisi). Chissà di riuscire quantomeno a entrare in cabina e fissare dei valori - anche se non siamo poeti - contro la peggiore "modernità". Questo. Escludere l’incompetenza e l'egualitarismo disinformato che sconfessa chiunque: medici, professori, specialisti, bravi politici. Esponendo la testa alla ventate scremare, allontanare, per quanto ci è possibile, le forme palesi o occulte di razzismo, il fascismo che trova terreno fertile nell'ignoranza, nella superficialità, nella volgarità.

Allora, cosa dite? (Non rispondono,
è inutile sperare che si sveglino
i vecchi abbati
al rintocco di aprile. (…)

No, non mi riferisco al presto o al tardi,
al fare o al non fare
e se oggi o domani.
Parlo d’anni lontani
quando il cuore fu gonfio
e la speranza un naviglio ormeggiato
desideroso di poter salpare.

Io parlo delle nuvole vaganti
su questi tetti
Ad ogni nuovo autunno,
delle mille sigarette
la cui cenere ho sparso
per tutta la città,
dell’adolescente carità
che poco tempo stette
tra noi, poi andò via.

Ed ecco viene con l’inverno il tempo
di slitte e biblioteca,
neve e filologia.
Viene il tempo
del codice pavano sotto il fioco
Sussurro della lampada,
e il dolce bulicame dei glossari
che mette pace tra i venti contrari
delle passate età
e la nuda parola ci rimena (…)

E viene con l’inverno
il tempo di salire alla collina
e tornare ragazzi
con mani e piedi e non secondo il frusto
mito dell’infanzia.
E com’è forte il gusto
del ghiaccio in bocca,
com’è bella la neve non tòcca
sulla spalletta,
come mi piace vivere!

Tutte le cose trascorrono in fretta
ed io rimango
ancora qui nella città natale.
Il mio cuore è un pluviometro,
esponendo la testa alle ventate
so la velocità del temporale.
E un giorno con un pugno schiaccerò
la cupola di rame del Palazzo
Della Ragione,
ma sempre in ogni stagione
questo posto amerò più d’ogni altro.

(Questo posto amerò più di ogni altro, presente nella raccolta "In modo lampante", 1962)

mercoledì 14 febbraio 2018

Lettera d'amore


Febbraio. Sui giornali della mia città, leggo opinioni e idee sulla Biblioteca Bertoliana. Amministratori, ex amministratori, futuri amministratori, ma anche appassionati, fruitori, amici. Si grida aiuto, fretta, "soluzioni", anche se è evidente che questo gioiello, incastonato nel Convento dei Padri Somaschi, stia soffrendo da tempo, e assieme ad esso i suoi libri, preziosi o meno, conservati nella Stanza del Capitolo o nelle celle che furono dei monaci. È evidente che quello della Biblioteca sia (anche) un problema di spazi, di contingenze storiche ed economiche. Ma (anche) di scelte (scelte politiche). Grazie a forze generose ma insufficienti, in difficoltà ma tenaci, questo luogo sopravvive.


Uno dei momenti più emozionati del mio servizio civile in queste stanze è stato vedere alcune lettere, lontane e preziosissime. Io ricordo quella recuperata da una scatola sigillata, uno scritto inedito aperto dopo cinquant'anni di attesa, che Luigi Meneghello aveva scritto alla moglie Katia. L’abbiamo usato per una mostra, perché è bella, questa lettera, sotto tanti punti di vista. Katia, internata nel campo di sterminio di Auschwitz nella primavera del 1945, è l'unica sopravvissuta della sua famiglia. A Malo conosce Luigi che, dopo la Resistenza, si trasferisce per lavoro a Reading.

Oggi è San Valentino. Soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, come l'Inghilterra, un tratto caratteristico è lo scambio di valentine, bigliettini d'amore (spesso sagomati). Si stima che ogni anno vengano spediti il 14 febbraio circa un miliardo di biglietti d'auguri, al secondo posto, come numero di biglietti acquistati e spediti, dopo Natale.


No, Meneghello non ha mai scritto delle “valentine”. Le sue lettere, piuttosto, sono delle poesie. Tante di queste sono conservate in Contrà Riale. Come quelle che Gigi scrive a Katia in questa lettera ricca di sogni, dove immagina per lei (per loro) una stagione finalmente felice: fin da quando lei arriverà in stazione, e per tutto il viaggio fino alla nuova casa. "Ci sarà tempo, per tutto". 

“Non vedo l’ora di venire a Dover a cercarti tra la gente che sbarca; non figurarti una costa aperta ai venti, una bella scena di cinematografo, con il mare davanti e le nuvole alle spalle, sospese sopra i pascoli verdi, ecc. Tutto avverrà invece in una casetta davanti alla stazione, tra passeggeri, ufficiali della dogana, e valigie, e un po’ di fumo, se non sbaglio. Prenderemo il primo tè nel piccolo bar della stazione, più bello di quelli soliti in tutto il resto d’Inghilterra, ma non affatto bello in sé (Ursula vorrebbe che ti bendassi gli occhi e ti conducessi in fretta attraverso le loro stazioni, senza farti vedere le case basse, i muri affumicati, le strade semibuie). Ma quando il treno esce da Dover, e si riscopre il mare, e poi si procede dentro alla campagna del Kent, come sono belle e dolci, d’autunno, le luci, e come morbide le forme! È un vero peccato che tu arrivi d’inverno: avrei tanto voluto che tu arrivassi – come me – un po’ prima di sera, e facessi a questo modo la tua conoscenza dell’isola dove pianteremo famiglia. Ma ci sarà tempo, per tutto, e dopo l’inverno verrà la primavera, che qui è bellissima e improvvisa, e, nel suo pieno, ricca di verde e di fiori.”
“Così ti bacio tanto tanto, e poi un altro poco ancora.”


Luigi Meneghello alla moglie Katia, 3 ottobre 1948.