domenica 18 marzo 2018

Cospirativi al bar


In queste settimane di pioggia e neve ho visto alcuni luoghi che non conoscevo. Come l’Oratorio dei Proti, un posto magico dove vivono persone anziane, in comunità, l'una affianco all’altra, proprio in centro. Quindi, la Bottega San Faustino, una piccola osteria nascosta in un angolo magico della città che è Piazzetta Goffredo Parise, dove lo scrittore viveva e ambientava storie che – diceva – traevano ispirazione dai suoni surreali del cinematrografo Odeon, il cui schermo era dietro il Portone di questa chiesa. Ci sono le sue parole, scolpite su una parete, che lo ricordano: “su un terrazzino al terzo piano, udivo i suoni e le parole che accompagnavano immagini che non vedevo. Se dovessi riassumere questa emozione in poche parole, anzi in una sola, direi semplicemente che essa era un’emozione poetica”.


👞 Per arrivare a Piazzetta Parise, mi avventuro per le vie di un Centro quasi deserto: piove a dirotto. Percorro strade che sono luoghi di incontro da sempre; nei primi anni Trenta del Novecento erano la sede ufficiosa della cerchia di Giuriolo. Intorno a questo professore si raggruppano persone, negli anni, soprattutto la sera. Docenti, giovani, studenti, ragazzi delle Parrocchie: i Filippini, Santo Stefano. In una città addormentata, iniziano a scambiarsi libri, riviste, pareri, recensioni. Una rete che si allarga con il passaparola. È Giuriolo ad attirare come una calamita personaggi diversi, rapiti da questo giovane professore senza tessera, e quindi precario, un uomo pacato, timido, che riesce però a dare un senso alle scelte, alle serate di qualcuno, girando le strade poco illuminate della città pertirarsi fuori dall’ambito delle famiglie (o dell’ambiente casa-scuola-campo sportivo), sottrarci al giro delle influenze automatiche e ovattanti tra cui si era cresciuti💬.

Chiesa di San Faustino 
In questi giorni si chiacchiera sui giovani, sui migranti, Vicenza e altre faccende di questo tenore: il PD, le elezioni, "iscriversi in massa al Partito!”. Giochiamo a cospirare, cioè a intenderci in maniera segreta, perché non faremo tutto quello che ci proponiamo. Nemmeno in quegli anni Trenta furono in molti a esprimere azioni concrete, a cospirare.

💭 Ma esistevano gruppi che si muovevano slegati, inconsapevoli protagonisti di microproteste, e alcuni di loro approdarono all’antifascismo: ragazzi nati negli anni Venti. Forse, si può ancora girare la città in cerca di momenti, persone o luoghi così. Ovviamente senza pretendere di trovare maestri: è sufficiente un’osteria appartata per parlare in tranquillità senza cellulare, dove ognuno si spieghi “senza proporsi di dimostrare qualcosa”. 


💬Antonio non separava ciò che studiava e pensava per conto proprio da ciò che insegnava a noi. Era proprio questa la forza del suo insegnamento: non c'era tono didascalico, non svolgeva un programma. Parlava delle cose a cui si stava interessando senza proporsi di dimostrare qualcosa, o di convincerci. Ci faceva assistere al suo rapporto vivo con esse, ciò che ammirava, ciò che detestava. Non mi pare che si curasse molto di accertarsi in qualche modo, come si farebbe a scuola, che capivamo e imparavamo. Non c’era tempo per questo. Ti trovavi davanti a un mondo di idee oggettivate, che parevano tuttavia strappate dal tuo interno. Le avevi davanti, toccava a te arrangiarti.

In questo modo S. si trovò a contatto con un uomo colto, e con una cultura viva.


La nuova cultura aveva dentro una tagliente lama politica. Si richiamava a una civiltà già esistente (quella che doveva essere crollata sotto i colpi del Duce, press’a poco negli anni in cui S. era nato), ma era piena di forza rinnovatrice, e politicamente rivolta al futuro. Il suo impegno immediato era la lotta per ciò che prospettava come la “redenzione” del nostro paese; 

Essa veniva a toccare la cultura scolastica e la struttura della mente di S. in tutta una serie di punti critici, e in ciascuno di questi l’effetto era esplosivo. Per la prima volta gli pareva di pensare, e si sentiva pensare. Se in principio gli avrebbe fatto spavento e ribrezzo l’idea di poter diventare “antifascista”, ora quel sentimento s’invertiva, e alla fine sarebbe inorridito di essere ancora fascista. Fu un processo esaltante e lacerante insieme: un po’ come venire in vita, e nello stesso tempo morire》[1]


[1] Meneghello L., Fiori Italiani

sabato 3 marzo 2018

Quel seggio tra i boschi

A ogni elezione i Comuni devono far uscire dai magazzini le cabine elettorali, le matite copiative, le candele, gli spaghi che sono in dotazione a ogni seggio; provvedere alle installazioni dei tabelloni per pubblicizzare le liste e i candidati; compilare e notificare i certificati elettorali dopo aver aggiornato gli elenchi degli elettori: emigrati, immigrati, deceduti, nuovi iscritti. Un lavoro indispensabile per far funzionare questa più o meno efficiente democrazia.

Ma perché al tempo dell'elettronica si vota come si faceva un secolo fa? Non potrebbe un cittadino, al compimento del 18° anno, ricevere un tesserino simile a quello del codice fiscale e usarlo da certificato elettorale? Questo mi veniva da considerare l'altro giorno quando ebbi occasione di assistere al sorteggio degli scrutatori per i nove seggi del mio comune, e mi ricordai che in una delle prime elezioni del dopoguerra, quando dopo la parentesi fascista la democrazia era entusiasmante, mi diedi da fare per ottenere un posto di scrutatore, non solo per il singolare lavoro che molto mi incuriosiva, ma anche perché con il compenso che veniva dato avrei potuto comperarmi un paio di scarpe per la festa. 

Venni assegnato al seggio di una frazione lontana tredici chilometri dal centro dove abito; un piccolo borgo a sua volta frazionato in sette o otto contrade sparse sui fianchi di una montagna al sole. Il pomeriggio precedente le elezioni ci ritrovammo davanti al municipio e una vecchia auto da rimessa ci caricò tutti: il presidente, che era un vecchio cancelliere in pensione appassionato di caccia al capanno, il segretario, un maestro elementare arrivato tra noi esule dall'Istria, e noi quattro scrutatori.

Al villaggio, davanti alle scuole, sede predisposta per il seggio, ci aspettavano due alpini armati e una guardia forestale. Poco dopo, su un'altra macchina arrivarono il sindaco, il segretario comunale e il capo guardaboschi per consegnarci il materiale: le liste, le schede, gli stampati e una copia della legge elettorale. La cosa, per questa prima volta, ci sembro complicata e subito, tutti, ci mettemmo a studiare la legge che il vecchio cancelliere ci leggeva a voce alta. Poi con molta attenzione e meticolosità ci insediammo, dando inizio alle operazioni: il controllo del materiale, delle schede, delle liste degli elettori iscritti al seggio a mano a mano che il segretario compilava il primo verbale.

Dopo sigillammo le schede firmate da due di noi; le finestre con spago e ceralacca. Quando la luce della sera venne meno, dovemmo accendere i lumi a petrolio perché in quel villaggio la corrente elettrica non era ancora arrivata. Alla fine il nostro primo compito ci parve ben assolto, e dopo l'ultimo verbale, alla presenza dei due alpini armati e della guardia forestale, sigillammo anche la porta. Le guardie al seggio avrebbero dormito nel corridoio su due pagliericci. Ecco, ora potevamo andare all'Osteria del Brusamolin a bere qualcosa e aspettare l'auto mandata dal Comune a riprenderci. 

Alle cinque di domenica ci ritrovammo tutti davanti al municipio, alle sei giungemmo al nostro seggio e incominciava l'alba; dalla valle che precipitava profonda dopo il piccolo cimitero sentimmo l'ultimo canto della capinera e il primo dei tordi. Suonò la campana della piccola chiesa curaziale di Sant'Antonio. Levammo i sigilli alla porta dopo che le guardie ci assicurarono che era trascorsa una notte molto tranquilla. Dissigillammo anche le finestre per fare entrare l'aria del mattino. Il nostro presidente non volle però levarsi la palandrana. Ancora un verbale, un controllo alle cabine, alle schede, alle liste dei candidati che dovevano essere esposte, alle punte delle matite copiative. 

Ci dividemmo i compiti e alle sette precise il nostro presidente fece chiudere le finestre e aprire la porta dalla guardia forestale che aveva il compito di «capo posto». Il presidente stava seduto al centro del tavolo, formato da quattro assi d'abete lunghe quattro metri e posate su cavalietti, ricoperte da carta da pacco; a destra aveva il segretario; noi scrutatori due per parte con le liste degli elettori. Tutti in giacca, camicia candida e cravatta. Già qualche elettore era in attesa nel corridoio della scuola. Il primo a entrare fu Domi che, malgrado il nomignolo, era per noi un personaggio storico di sottile e caustica intelligenza, anche se pochi erano stati i suoi studi. Poi qualche vecchia, tra queste la Catinona: una che faceva scappare gli uomini che osavano passare sulle sue proprietà. Vennero boscaioli, carbonai, il parroco, cavatori, contadini, ma quasi nessuno dei tanti emigrati venne a votare, e troppi nomi non venivano spuntati e annotati con «ha votato». 

Vennero invece a curiosare i ragazzi della scuola e in una pausa il nostro presidente acconsentì a loro di visitare il seggio. Intanto il segretario, seguendo le istruzioni, compilava fin dove era possibile gli stampati per i verbali e gli scrutini. A mezzogiorno, siccome non era possibile arrivare a turno nelle nostre case lontane, andammo a mangiare all'Osteria della Linda, la quale ci preparò con amore un vero pranzo con ottime cose. Già nel tardo pomeriggio di quella domenica elettorale tutti gli elettori e le elettrici del piccolo villaggio erano venuti a votare; secondo la legge, però, il seggio doveva restare aperto sino alle ventidue, per poi riaprirsi lunedì dalle sette alle quattordici. Nelle ore vuote andavamo ogni tanto a fare quattro passi per la contrada fumando una sigaretta e scambiando parole con la gente. 

Alle quattordici meno qualche minuto arrivò Paluro: uno con una grande barba irsuta, l'aspetto selvaggio; odorava di stalla e di tabacco da sentieri. Quest'uomo viveva solitario in una casa appartata dentro una valletta ed era sempre in conflitto con il guardaboschi per taglio abusivo di faggio. Presentò il suo certificato e gli consegnammo le schede. Entrò nella cabina per esprimere il suo voto ma il difficile fu per lui ripiegare le schede. Entrava e usciva dalla cabina presentandocele aperte o mal ripiegate, o l'una dentro l'altra. Alla fine il presidente decise di mandarmi ad aiutarlo con l'impegno da parte mia di non guardare dove aveva segnato il voto. 

Lo spoglio venne molto facile perché erano poco più di un centinaio le schede da scrutinare; molto pochi erano i voti di preferenza, nessuna bianca, poche le nulle o le contestate. Un curioso dibattito avvenne tra il pubblico che seguiva lo scrutinio: un partito di destra che avrebbe dovuto raccogliere due voti se ne trovò uno solo, e i due erano lì che si imputavano a vicenda il presunto tradimento. Alle cinque il nostro lavoro era già finito; il segretario telefonò al segretario comunale perché venissero a prenderci. 

Alle sei, in Pretura, eravamo i primi a consegnare la volontà popolare di un piccolo villaggio sparso tra le montagne. 

Mario Rigoni Stern
La Stampa, Sabato 4 Aprile 1992

lunedì 26 febbraio 2018

Questo posto amerò più di ogni altro

Si vota. Si è scritto di razzismo, estremismo, rifiuto del diverso. Una larga parte politica spinge forte per alzare barricate contro i migranti, l'Europa, i diritti. La maggioranza del paese si compatta nella sfiducia o nel rancore, in questo modo il mondo politico conservatore punta deciso al Governo.
Si è scritto di “nuovo fascismo” che fa presa sui giovani e sui “rimasti fuori”. Ecco, possiamo dare a questo rifiuto del bene comune il nome che preferiamo, ma penso che sia vero. Mi domando quale sarà la rappresentanza in Parlamento per il Paese che vuole al centro i diritti, l’integrazione, lo studio che porta al lavoro. (Non mi interessa quale colore, quale sigla).

Il poeta Bandini era iscritto al Partito Socialista quando questo era ancora di Nenni. Io non ho idea della vita e della politica di allora. Immagino - però – quel socialismo come un tentativo, un modo per riformare il mondo, cambiarlo in meglio. Bandini faceva politica (come Consigliere Comunale) e faceva poesia. Insieme. Ma non faceva poesie politiche. Fissava i ricordi di un’Italia che non c’è più (le tanto svilite “radici”). Scriveva di Vicenza.

L’Italia descritta era contadina, una civiltà rurale regolata sul ciclo delle stagioni e sul lavoro nei campi. Era incazzato con Vicenza (schiaccerò la cupola di rame del Palazzo Della Ragione): città ottusa, servile, democristiana. Immobile e pesante. Ma amava il cuore antico e nobile dei suoi palazzi, le sue ville, la sua gente. Amava il dialetto parlato da tutti, ma anche il latino dei preti e delle persone di cultura. Il ruolo attivo della sua poesia ha il valore della testimonianza, per resistere al peso della Storia e alle spinte peggiori del suo (nostro) tempo.

La nuovissima raccolta con tutte le sue poesie
Qui descrive in modo epico la sua vita a Vicenza, le giornate passate alla Bertoliana, a consultare libri e dizionari. Prova nostalgia, invidia per chi ha trovato fortuna altrove, rabbia per chi parla senza titolo. Ma dice anche della scelta di rimanere e cambiare.

Cosa voglio dire? Non lo so, sto provando a dare un senso al prossimo voto. Chissà che lo sforzo del poeta sia anche il nostro di elettori (perdenti, incazzati, indecisi). Chissà di riuscire quantomeno a entrare in cabina e fissare dei valori - anche se non siamo poeti - contro la peggiore "modernità". Questo. Escludere l’incompetenza e l'egualitarismo disinformato che sconfessa chiunque: medici, professori, specialisti, bravi politici. Esponendo la testa alla ventate scremare, allontanare, per quanto ci è possibile, le forme palesi o occulte di razzismo, il fascismo che trova terreno fertile nell'ignoranza, nella superficialità, nella volgarità.

Allora, cosa dite? (Non rispondono,
è inutile sperare che si sveglino
i vecchi abbati
al rintocco di aprile. (…)

No, non mi riferisco al presto o al tardi,
al fare o al non fare
e se oggi o domani.
Parlo d’anni lontani
quando il cuore fu gonfio
e la speranza un naviglio ormeggiato
desideroso di poter salpare.

Io parlo delle nuvole vaganti
su questi tetti
Ad ogni nuovo autunno,
delle mille sigarette
la cui cenere ho sparso
per tutta la città,
dell’adolescente carità
che poco tempo stette
tra noi, poi andò via.

Ed ecco viene con l’inverno il tempo
di slitte e biblioteca,
neve e filologia.
Viene il tempo
del codice pavano sotto il fioco
Sussurro della lampada,
e il dolce bulicame dei glossari
che mette pace tra i venti contrari
delle passate età
e la nuda parola ci rimena (…)

E viene con l’inverno
il tempo di salire alla collina
e tornare ragazzi
con mani e piedi e non secondo il frusto
mito dell’infanzia.
E com’è forte il gusto
del ghiaccio in bocca,
com’è bella la neve non tòcca
sulla spalletta,
come mi piace vivere!

Tutte le cose trascorrono in fretta
ed io rimango
ancora qui nella città natale.
Il mio cuore è un pluviometro,
esponendo la testa alle ventate
so la velocità del temporale.
E un giorno con un pugno schiaccerò
la cupola di rame del Palazzo
Della Ragione,
ma sempre in ogni stagione
questo posto amerò più d’ogni altro.

(Questo posto amerò più di ogni altro, presente nella raccolta "In modo lampante", 1962)

mercoledì 14 febbraio 2018

Lettera d'amore


Febbraio. Sui giornali della mia città, leggo opinioni e idee sulla Biblioteca Bertoliana. Amministratori, ex amministratori, futuri amministratori, ma anche appassionati, fruitori, amici. Si grida aiuto, fretta, "soluzioni", anche se è evidente che questo gioiello, incastonato nel Convento dei Padri Somaschi, stia soffrendo da tempo, e assieme ad esso i suoi libri, preziosi o meno, conservati nella Stanza del Capitolo o nelle celle che furono dei monaci. È evidente che quello della Biblioteca sia (anche) un problema di spazi, di contingenze storiche ed economiche. Ma (anche) di scelte (scelte politiche). Grazie a forze generose ma insufficienti, in difficoltà ma tenaci, questo luogo sopravvive.


Uno dei momenti più emozionati del mio servizio civile in queste stanze è stato vedere alcune lettere, lontane e preziosissime. Io ricordo quella recuperata da una scatola sigillata, uno scritto inedito aperto dopo cinquant'anni di attesa, che Luigi Meneghello aveva scritto alla moglie Katia. L’abbiamo usato per una mostra, perché è bella, questa lettera, sotto tanti punti di vista. Katia, internata nel campo di sterminio di Auschwitz nella primavera del 1945, è l'unica sopravvissuta della sua famiglia. A Malo conosce Luigi che, dopo la Resistenza, si trasferisce per lavoro a Reading.

Oggi è San Valentino. Soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, come l'Inghilterra, un tratto caratteristico è lo scambio di valentine, bigliettini d'amore (spesso sagomati). Si stima che ogni anno vengano spediti il 14 febbraio circa un miliardo di biglietti d'auguri, al secondo posto, come numero di biglietti acquistati e spediti, dopo Natale.


No, Meneghello non ha mai scritto delle “valentine”. Le sue lettere, piuttosto, sono delle poesie. Tante di queste sono conservate in Contrà Riale. Come quelle che Gigi scrive a Katia in questa lettera ricca di sogni, dove immagina per lei (per loro) una stagione finalmente felice: fin da quando lei arriverà in stazione, e per tutto il viaggio fino alla nuova casa. "Ci sarà tempo, per tutto". 

“Non vedo l’ora di venire a Dover a cercarti tra la gente che sbarca; non figurarti una costa aperta ai venti, una bella scena di cinematografo, con il mare davanti e le nuvole alle spalle, sospese sopra i pascoli verdi, ecc. Tutto avverrà invece in una casetta davanti alla stazione, tra passeggeri, ufficiali della dogana, e valigie, e un po’ di fumo, se non sbaglio. Prenderemo il primo tè nel piccolo bar della stazione, più bello di quelli soliti in tutto il resto d’Inghilterra, ma non affatto bello in sé (Ursula vorrebbe che ti bendassi gli occhi e ti conducessi in fretta attraverso le loro stazioni, senza farti vedere le case basse, i muri affumicati, le strade semibuie). Ma quando il treno esce da Dover, e si riscopre il mare, e poi si procede dentro alla campagna del Kent, come sono belle e dolci, d’autunno, le luci, e come morbide le forme! È un vero peccato che tu arrivi d’inverno: avrei tanto voluto che tu arrivassi – come me – un po’ prima di sera, e facessi a questo modo la tua conoscenza dell’isola dove pianteremo famiglia. Ma ci sarà tempo, per tutto, e dopo l’inverno verrà la primavera, che qui è bellissima e improvvisa, e, nel suo pieno, ricca di verde e di fiori.”
“Così ti bacio tanto tanto, e poi un altro poco ancora.”


Luigi Meneghello alla moglie Katia, 3 ottobre 1948.

lunedì 5 febbraio 2018

Molta gente va in giro senza testa

Il lavoro nelle scuole elementari doveva essere temporaneo e invece, proprio come in Italia, niente è più definitivo del provvisorio. Eccomi in un’altra scuola, stavolta dedicata al grande poeta dei piccoli Gianni Rodari. È tempo di Carnevale, vacanze, maschere e lavori a tema.

La Rodari diventerà anche un seggio, dopo Carnevale. Io, al primo giorno in ogni nuova scuola, mi trasformo in sociologo-sondaggista ed indago le tendenze politiche del nuovo contesto territoriale. Questa volta con le classi quinte. Ecco in esclusiva le domande più rilevanti: 1 - Cosa vuoi fare da grande? 2 - Qual è la materia ti piace di più? 3 - Quale di meno? Perché? 
Mentre osservo che, su 24 intervistati, la maggioranza (60%) non è di famiglia italiana, alla televisione danno la notizia dell’attacco razziale a opera dell’ultrà di Salvini.

La domanda 1 mi sorprende per l’originalità di risposte, ben 21 sono diverse, uniche (solo 2 calciatori e 2 youtuber si ripetono). Grandi! Sentite le loro idee: maestra di asilo, truccatrice, chirurgo, archeologo, venditore, avvocato, ostetrica, banchiere, zoologo, paleontologo, scienziato, camionista, astronauta, attrice, stilista. 

È carnevale. Non insegno italiano, ma una filastrocca intelligente, inventata da chi dà il nome a questa scuola, è Carnevale di Gianni Rodari. Il protagonista è un cappello senza testa che passeggia tranquillamente per le strade di una città; le persone, vedendolo, reagiscono con le solite parole, quelle che - in tempi di elezioni - vomitiamo un po’ tutti. Ottima la risposta del cappello: «- È scappato dalla vetrina! / - Certo, è un cappello ladro! / - Portatelo in guardina!». Ma il copricapo gli risponde per le rime: «- Calma, - disse il cappello, / - oggi ogni scherzo vale. / Molta gente va in giro senza testa / anche quando non è carnevale».

Nella domanda numero 2, nettissima vittoria (quasi il 50% degli intervistati) per Scienze e Storia. Il 40%, invece, non apprezza Religione. “Non mi piace perché sono di un’altra religione ed è noiosa” dice S., “la maestra è severa, e io sono ortodosso”, dice invece A. Riguardo Storia, invece, “sono interessanti i popoli evoluti”, secondo A., mentre a D. “interessa sapere le civiltà vecchie”, “e poi ci sono i greci!” (dice R.). Un po’ come per Scienze, perché “mi piace scoprire delle cose che non so su di me” (A.).


 "Carnevale" di Fernando Bandini, in "Santi di Dicembre", Garzanti, Milano 1994.
Anche Fernando Bandini dà voce ad un bambino, vittima di incubo strano: durante un giorno di carnevale, in una via, il piccolo incontra un tizio travestito da donna grassa che lo ferma e lo invita nella sua casa tentandolo con dolci e giocattoli: «Ciò, bel toseto, vuto / vegner su a casa mia? / Go confeti e coriandoli, / un trenin co la susta / che fa tuu tuu, na bela scuria e un burlo...». Il bambino lo segue ma una volta entrato nell'edificio scopre di avere a che fare con un mostro e esclama: «Mama, che 'l ga 'l cortelo! / Mama, che 'l perde bava / da la dentiera come un can buldò!». 

Chissà se qualche maestro sia davvero - per loro - un can buldò. Quanto a me, can buldò è quel leader politico che sguazza nel mare incontrollato della violenza razzista e fascista. Certo è che ai ragazzi dell’anno 2007 piace molto la studiare la polis, conoscere le diverse forme di democrazia, i modi di vivere, l’organizzazione sociale, l’arte; e poi l’impero di Alessandro, il primo a distruggere i confini fra Occidente ed Oriente, greci e persiani; il suo grande sogno cosmopolita di cancellare tutte le barriere del mondo, aprire al commercio, ai flussi migratori, allo sconosciuto.

mercoledì 24 gennaio 2018

Povertà, cioè sapere scegliere bene

È un momento in cui è difficile credere nel voto e nei suoi effetti. Personalmente, ci sono alcune questioni che mi lasciano incerto, spiazzato e distante dal 4 marzo:

1.    Il tasso di disoccupazione all’11 per cento, quello giovanile al 32,7.

2.    Ogni talk trasformato in annuncio, ogni tg in una promessa, i social bombardati di: abrogazioni, incentivi, pensioni minime, canone, redditi di circostanza, tasse universitarie...

3.    Non avere una legge elettorale valida, sapere che nessuna delle coalizioni (centro-destra, centro-sinistra, Movimento 5 stelle) al momento avrebbe la maggioranza per governare. Quindi ancora stallo, ancora grigiore di alleanze tra forze diverse.

4.    Sapere il Movimento 5 Stelle in alto e la coalizione di centro-destra sulla cresta dell’onda. I loro messaggi.

5.    Non sapere ancora cosa fare.

Verrebbe da dire: studiamo i programmi, ascoltiamo le persone e cerchiamo di filtrare le balle. È quello che direi a un ragazzo degli scout se mi chiedesse un consiglio. Per fortuna non succede, anche perché non ne sono affatto convinto.

Allora, proviamo un cambio di strategia: votare chi la spara più piccola. Chi non promette ma almeno prova a spiegare: “la situazione è questa, possiamo fare questo”. Certo, anche qui è difficile.

Mi è ricapitato per le mani questo famosissimo scritto di Parise, contenuto in un piccolo libricino rosso, quasi nascosto fra gli scaffali di Galla, dove lo si può trovare e leggere in mezz’ora, poco più. 
Il titolo stona con il formato grazioso: si chiama Dobbiamo disobbedire.

Per il Corriere della Sera Parise scriveva racconti, articoli, ma anche reportages dal Laos e dal Cile… Aveva anche una rubrica dove rispondeva alle lettere. Oggi risponde a me, con questo articolo datato 30 giugno 1974. Con Berlusconi, Grillo e Salvini che si apprestano a controllare la quasi totalità del Parlamento, viene da pensare: cosa c’entra? “Il rimedio della povertà”, poi, è uno scritto utopico e idealistico. Eppure, cosa direbbe quarantotto anni dopo Goffredo Parise? Lui lamentava proprio una mancanza, uno smarrimento, polemizzava sulla democrazia e sul senso di appartenenza nazionale, sull’individualismo. Forse nella povertà, quella che lui spiega in maniera così alta, aveva intravisto una risposta, oltre al problema. La povertà con la quale “si impara a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare”.

Queste parole mi riempiono, mi rendono fiero di questo mio concittadino al quale abbiamo regalato una piazza, qualche giorno fa, nell’indifferenza dei più. Orgoglioso della sua idea di “disobbedienza civile”, che tengo insieme ai suoi libri bene in ordine nello scaffale sopra il letto. Credo allora andrò al seggio (e a letto) con le sue parole in testa.

A votare cosa? Ancora non so.


✏✉«E ora veniamo alla povertà.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La bellissima Contrà San Rocco
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».



Goffredo Parise, "Il rimedio è la povertà", Corriere della Sera, 30 giugno 1974

mercoledì 10 gennaio 2018

Migliaia di storie

Sul Vicenza Calcio e sul calcio in generale ho speso tante (troppe) parole. So che, aggiungendone altre, urterò la pazienza di qualcuno. Già molte teste - coinvolte davvero, o meno – hanno ricordato il Lanerossi in qualche modo, in questi giorni.
Io lo faccio ancora, lo stesso. Questa squadra sono io, è la mia vita, sono le mie scelte (anche se è difficile a credersi), è il mio quotidiano, le mie relazioni, parte di sogni reali e di delusioni brucianti.

Il mio amico Umberto, dopo anni di viaggi e peripezie, è arrivato a vedere per la prima volta una partita con me al Menti. Ha scritto una cosa che mi ha molto colpito: 

"Non ne capisco niente di calcio. Credo che uno dei lussi oggi sia anche cambiare idea e dire: mi sono sbagliato. Se ne va un pezzo della mia città, e ho capito: poche cose contengono migliaia di storie. Una squadra di calcio contiene migliaia di storie, di persone, come una guerra. Non avrei mai pensato di provare tristezza per il calcio, è riuscita a darmi una lezione questa squadra, meglio tardi che mai. Forza Lane."


È stato il messaggio che ho apprezzato più di ogni altro. “Poche cose contengono migliaia di storie”. Ho osservato a lungo queste "cose" negli amici che hanno compiuto scelte diverse dalle mie, cose che a volte anche io ho provato. “Passioni”, “hobby”: come vogliamo chiamarle queste "cose" che contengono migliaia di storie? Non mi interessa. Le riconosco nei viaggi, nella montagna, nel ballo, nella musica, nei festival, nell'impegno politico. 
Delle tante “ storie” che legano il bianco e il rosso alla mia vita, ho scelto di appuntarmi queste istantanee, immagini un po’ sfuocate, di anni diversi. Non sono immagini romantiche e nemmeno poetiche, ma sono mie e sono reali. Con questo giuro di finirla, perché il calcio non è tutto, e il calcio a Vicenza non è finito. 

La mia famiglia. Il pranzo la domenica dal nonno ai Carmini, la tavola rotonda con zii e cugine, “gli uomini” (io l’unico nipote maschio) in bicicletta verso lo stadio. Stavo sul palo della bici di papà, sul poggia-sedere griffato Gatton Gattoni che ancora usa. In curva potevi entrare gratis se eri alto fino a così. 

L’invasione di campo della festa promozione. Una bandiera a scacchi biancorossa comprata in Viale Mazzini durante i caroselli che ho perso solo l’anno scorso a Verona, quando è finita davvero. Chissà.

Il goal - di cucchiaio - di Sgrigna al Toro a dicembre con la neve. Quello di Cavalli al Napoli. Tutte le meravigliose giocate di Stefan Schwoch in campionati mediocri, le sue lacrime e la scelta di restare a Vicenza. Il goal al Verona. "Mamma che goal". In generale, ogni volta che gonfiamo la rete, in ogni categoria. 

Le partite in notturna sotto la neve  e la pioggia, e il giorno dopo scuola, la mamma che dice che prendo freddo, la soffitta in Corso Padova. 

Empoli, il cielo toccato con un dito al goal di Paolucci, il cuore a pezzi quando sbaglia il rigore poco dopo, le interminabili ore in bus al ritorno. 

Quei locali dove siamo di casa e che (credo) di questo fallimento siano tristi più di noi. Pitanta, l’Osteria a Santa Barbara, il St. Peter’s, il Bar Astra, la rotatoria di Ponte degli Angeli. 

Persone (molte di merda) con le quali parlo tutti i giorni di Lanerossi. Posti, città, bar dove non sarei mai andato e dove non ritornerò. Una pioggia di fumogeni bianchi l’ultima partita; fumo dalle orecchie, fumo nel naso. 

“Quand'è che mi sveglio?! Sono anche troppo sveglio. Vorrei non esserlo, vorrei dormire per le prossime dieci stagioni."
 
“Stagioni? Sono stufa di sentir parlare di queste stramaledette stagioni, nella vita reale si chiamano anni, Paul. Sai, da gennaio a dicembre!” 
“Non per tutti è così!” 

Fumo

domenica 31 dicembre 2017

2018, avventura!

Auguri! Come per altre occorrenze (Natale, compleanni, matrimoni) ci si scambia questa parola (anche) nella speranza di crescere o migliorarci, all'inizio di qualcosa. 


Ho comprato dei libri di avventura. Sì, persino la tranquilla Vicenza può portarci in paesi meravigliosi ed esotici, selvaggi e inospitali. Ho usato l’inverno (il gatto, le coperte, il freddo fuori) per cercare storie di Jack London e di Corto Maltese. Le loro vite sono avventura vera, quella che si può trovare anche in un racconto, reale quanto una notte in bivacco, un fuoco, una ciaspolata.

Vicenza cosa c’entra?

C’è un vicentino, uno scrittore poco conosciuto vissuto nel primo Novecento, che abitava nei pressi di una bellissima Villa nascosta alle porte di Vicenza: Ca’ Impenta. C’è ancora, ma è chiusa, celata ad occhi troppo impegnati ad arrivare al vicino centro commerciale Palladio. Durante l'insurrezione di Vicenza, nel 1848, in una sala di questa villa (quartiere generale austriaco) fu firmata la resa della città tra i generali di Radetzky e quelli di Durando.

Gian Dauli è il nome di questo vicentino. Un viaggiatore, come i personaggi citati prima: in Inghilterra, dove si sprovincializza, quindi in Francia, Belgio, Germania, Spagna. A Roma apre tipografie, riviste. Si arruola, è inviato ad Asiago, dove perde l’orecchio nella battaglia dell’Ortigara. Antifascista convinto, come altri vicentini dal grande 💗 venuti prima e dopo di lui. I suoi scritti sono censurati. Fa tradurre e pubblicare autori da tutto il mondo, al tempo veri sconosciuti, come Conrad, Yeats, T. Mann. Molti dei suoi titoli vedranno luce dopo la guerra, come Viaggio al termine della notte di Celine

Un “ribelle”, non tanto per il suo atteggiamento durante il Ventennio, quanto per aver scelto l’avventura, scrivendo e traducendo storie che venivano direttamente dal disordine e dalla fame. Internazionale e vicentino, provinciale e creativo, quel compromesso che – ne sono convinto – è possibile, una via di mezzo che può diventare una ricchezza spendibile per gli altri, come in una città (che ne ha bisogno, anche nel prossimo 2018).

Sto leggendo un libro di London non molto conosciuto, nella sua prima edizione, tradotta da questo vicentino atipico, proveniente da quella villa speciale. Forse, solo un traduttore con una certa biografia poteva interpretare uno scrittore dalla vita incredibile quanto i suoi romanzi. London fu inscatolatore di lattine, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari, marinaio e cacciatore di foche, vagabondo, scaricatore di porto, cercatore d’oro, attivista politico: il tutto condito da quella fiammella di idealismo che lo ha portato ad aderire al socialismo, e a marciare su Washington con un esercito di disoccupati ("l'esercito industriale": la "Kelly's Army") negli ultimi anni dell'800.

Jerry delle Isole è l'ultimo romanzo che ha pubblicato in vita. Un terrier irlandese è il protagonista, ancora una volta un cane. Siamo nel Pacifico del Sud a inizio ’900, un avventuroso arcipelago con acque solcate da navi impegnate nella tratta dei neri, e isole abitate da cannibali e cacciatori di teste. Due universi: quello umano, pieno di faide e razzismo; e quello canino, dominato dall'amore, dalla fedeltà e dal coraggio. Un'avventura molto attuale quindi.

Le acque del Pacifico non sono nuove per London. A me, non possono che ricordare l’amicizia che lo lega a Corto Maltese. Il marinaio vagabondo più misterioso e affascinante di sempre. Amici da tempo, si sono già incontrati in avventure immaginifiche. Nella classifica dei cento libri più importanti del Novecento, i capolavori di Pratt e London, Una Ballata del Mare Salato e Martin Eden, si trovano uno dietro l'altro. Che sia un caso? 

Dauli, London, Hugo Pratt… persone e scrittori che vivono in prima persona l’avventura che poi mettono in scena nei loro romanzi. Ecco l’augurio che mi rivolgo, e che giro ai vicentini di città e non: di migliorarci, crescere. Un augurio per un 2018 grandioso, all'avventura, senza perdere la normalità ma nemmeno l'esotismo, da qualunque angolo di mondo noi vogliamo vivere una favola.

“Sarebbe bello vivere in una favola”
“Ah, sì, sì… tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più. Quando uno adulto entra nel mondo delle fiabe non riesce più a uscirne. Non lo sapevi?" 
(Hugo Pratt, Corto Maltese, "Corte Sconta detta Arcana", gennaio 1974)