martedì 14 aprile 2015

Carica!


A cosa pensi, Giovi? Che dire: questo momento della stagione, con il "fumo che esce dalle orecchie", le giornate che si allungano, gli aperitivi...è quando si dà meglio di sé. 
Sto bene, mangio le verdure, scopro le nuove persone. O nuovamente le persone.
Stiamo bene noi vicentini. 



Una cosa è certa sul tifo: non è un piacere parassita, anche se tutto farebbe pensare il contrario, e chi dice che preferirebbe fare piuttosto che guardare non capisce il concetto fondamentale. Il calcio è un contesto in cui guardare diventa fare – non in senso aerobico, perché guardare una partita con il fumo che esce dalle orecchie, e poi bere e mangiare patatine per tutta la strada del ritorno è assai improbabile che ti faccia del gran bene, nel senso in cui te ne fa la ginnastica di Jane Fronda o lo sbuffare su e giù per il campo. Ma nel momento del trionfo il piacere non si irradia dai giocatori verso l'esterno fino ad arrivare ormai smorzato e fiacco a quelli come noi in cima alle gradinate; il nostro divertimento non è una versione annacquata del divertimento della squadra, anche se sono loro che segnano i gol e che salgono i gradini per incontrare la principessa Diana. La gioia che proviamo in queste occasioni non nasce dalla celebrazione delle fortune altrui, ma dalla celebrazione delle nostre; e quando veniamo disastrosamente sconfitti il dolore che ci inabissa, in realtà, è autocommiserazione, e chiunque desideri capire come si consuma il calcio deve rendersi conto prima di tutto di questo. I giocatori sono semplicemente i nostri rappresentanti, e certe volte, se guardi bene, riesci a vedere anche le barre metalliche su cui sono fissati, e le manopole alle estremità delle barre che ti permettono di muoverli. Io sono parte del club, come il club è parte di me; e dico questo perfettamente consapevole del fatto che il club mi sfrutta, non tiene in considerazione le mie opinioni, e talvolta mi tratta male, quindi la mia sensazione di unione organica non si basa su un fraintendimento confuso e romantico di come funziona il calcio professionistico. 


(Hornby, 1992, pp. 184-185)


domenica 19 ottobre 2014

Via Francigena



 
In fila, sudati, attaccati, accecati, in attesa, stupiti. Di certo i compagni di strada più necessari sono quelli che non ti aspetti. Io ti cercavo, tra le mura dei borghetti, i visi sudati, ma non ho avuto bisogno di te.


Chi fa da sé gira a destra e poi sale, si bagna i piedi nella fontana del paese; taglia una collina, studia le colonne e progetta difficili camminate coi viandanti più veri.

giovedì 9 ottobre 2014

Direzione: Turchia


Immagazzino grandi quantità di sogni e con essi il desiderio fortissimo di realizzarne qualcuno.
Non invidio di nessuno.
Sì, sono insicuro: non so cosa fare, non so dove andare. Va bene così, cara mia, va bene così!
Consumo le strade della mia città-da-giorno e mi accorgo della grande bellezza che è aggiungere piccoli tasselli, un poco alla volta, a un’esistenza precaria per definizione: e appunto per questo più viva, più difficile, più vera del vero.

Mi accorgo anche dei traguardi che passano, dei quali siamo testimoni interessati e divertenti. 
Eppure è vero: in questo momento della nostra vita non si invecchia di niente, non di un centimetro. 
Ogni progetto, o lezione, o annuncio di lavoro, ci rende più saggi, grandiosamente più lontani dalla realtà, forse più innamorati. Io cammino fra le vie del Ghetto e mi sento più a casa di sempre; immagino una casa, al pianterreno, che dà sul Duomo. Non è un futuro da gente-tranquilla, è un affare conveniente, 180 euro e poco più.


giovedì 21 agosto 2014

Tutto o niente


A cosa conduce questo sforzo? Per me è grande, e non è ancora finito; ci sono solo vicino. Non vedo nessuno che compia lo stesso mio percorso: chi si ferma dopo, chi ne dà poca importanza, chi ha già fatto, ha già concluso. A cosa mi conducono, allora, questi viaggi e questi libri? Cambierà qualcosa nel mio modo di essere, nelle mie gioie future, in quello che gli altri pensano di me, o di quello che farò nel prossimo futuro? Cosa pensavo di ottenere? Mi sento così piccolo.. Volevo dimostrare qualcosa a qualcuno? Questo sì. Perché io non sono adulto, non ragiono e non mi comporto da adulto. Sono grande solo nelle piccolissime cose.

Non crescere è un ottimo rimedio all'angoscia, che non provo, nemmeno per queste domande. È qualcosa di diverso quello che io sento: manca una persona che veda le cose con me, con prospettive simili. Non uguali, simili: e io ho voglie di cose assolute e radicali. non grigie, non a metà, non qui…
Prendi e agisci: ma dove sono tutte queste occasioni? Non le vedo proprio. Vedo troppe cose uguali, troppa abitudine, vecchie idee dure a morire. Anche troppa paura di stare da soli. Cavarsela da soli – dico essere mentalmente abituati a non appoggiarsi a qualcuno – non è sempre facile. Ve lo concedo. Ma vorrei gridare ai protagonisti di queste storie di non-amore che vedo per le mie strade: «ehi voi, guardate che è possibile, ci si può reinventare anche da soli!». Ma non siamo abituati. Fosse per me, viaggerei anche da solo, o in due.. Mi riscopro sempre più solitario – non solo, non opportunista – e vorrei gridare a un po’ di persone che non è male, né sbagliato.

Mi piacciono le sfumature nuove che si danno alle persone, quelle già conosciute un tempo. Non credo nei «migliori amici», nelle «esperienze che fanno crescere», nel «conoscendoti, questo libro potrebbe piacerti». Credo negli interessi comuni, nelle visioni comuni, nelle scenografie comuni. Nella cosa che è giusta in quel momento lì, senza un senso. Penso quindi che se le persone stanno bene insieme, debbano vivere in Comune. Credo gran poco a questa Laurea, a cui tanto ho lavorato e sulla quale si berrà su un giorno, forse due. Per poi tornare a guardarsi fra di noi con le stesse facce, le stesse idee, le stesse battute troppo volgari. Non sono pronto al compromesso al ribasso. Questo, quello, quest’altro.. E poi te, te, te..

Un vicentino per il mondo è un titolo bellissimo, lo guardo stagliarsi nel frontespizio carattere calibri, fiero come il mio sguardo: e provo una grande angoscia, forse invidia. Chi mi porta via con sé? Nessun ripensamento: nemmeno se mi rituffo in quei due o tre punti di paesaggio assoluto che per me sono idee. 

lunedì 28 luglio 2014

Dai Berici verso Costozza



Una di quelle conversazioni in passeggiata che dicono molto; molto più di quello che credevo e che soltanto intuivo. Mi rimbombano nella testa le parole e le idee di quel momento, che mi interessavano ben oltre l’argomento, ben oltre la circostanza del momento, ben  oltre quel mio essere in totale disaccordo. Ma in fondo: mai lasciarsi coinvolgere troppo da questa città, dalle sue piccole beghe stagnanti: un insegnamento che ho bene imparato, perché ciclicamente dimostra la sua esattezza. Salendo per un sentiero improbabile, della quale direzione espressamente non mi curavo, ho potuto respirare, anche se per poche curve, la durezza di confrontarsi con prospettive inconciliabili: sulle radici, sull’amore, sul viaggio, tutti temi che ossessivamente osservo, studio, catalogo. Che non mi lasciano sereno. Alcune di queste tensioni le sento esplodermi dentro, reali come il grande muro di una vecchia ghiacciaia, oggi caratteristica osteria, che separa – inconsciamente – vicentini bianchi e vicentini rossi.  Zac, patapum.  Sento già il giudizio di morbosità arrivare da ogni dove e da ogni sguardo, anche da persone vicine. Di questo io non mi curo. Ma per me questa barriera, questa insoddisfazione, questa potenzialità mai in atto, è più vera del vero, e anche oggi emergeva, passeggiando in un paesaggio che è scenografia, teatro meraviglioso, anche se rovinato dai soldi di chissà chi.

Allora non credo troverò mai la giusta dimensione, qui. Ancora la sto cercando, ancora non la trovo. Mi ostino a vedere cose che non ci sono, cercando compromessi impossibili, perché, evidentemente, inattuabili fra persone e paesaggi che non vogliono trovarsi perché non lo ritengono né mai lo riterranno possibile. Si tratta dell’essere innamorati in senso lato, certo, un atteggiamento che per me significa tante cose allo stesso momento. I Berici sono i Berici, e stop. E stop. Contenti i genitori? I parenti? Gli amici? Questo è quello che so del mio futuro, della mia laurea , della mia tesi. Ho un sacco di progetti, vedrete. Di cosa sto parlando? Bè vedi, se resti invischiato a leggerti in certi paesaggi, come quelli di questa passeggiata, non esci più. In una città chimerica e teatrale come questa puoi solo essere un certo tipo di persona e poc’altro. Il bene, è quella pieve benedettina dell’XI secolo. Il male, quello che vengo di scrivere.


Devo, forse, imparare a rinunciare davvero. Oggi, rimpiango una piccola serie di cose, ma col sorriso tra i denti, beninteso. Rimpiango di non aver visto un poco oltre questi Colli finché esisteva la possibilità concreta di farlo. Ma in fondo, siamo quello che siamo, siamo la nostra educazione. Così tante idee ho cambiato,  per fortuna… Cannocchiali rovesciati che conservo con cura dentro di me, che altri lo vogliano vedere o meno. Li amo così tanto questi scorci che mi sento soffocare, ma perché? Sono problemi in fondo così piccoli, insignificanti da risolvere... Forse, è che vorrei tanto una tartina a quel gusto, a quell’orario, con chi dico io, per elencarli solo, questi problemi di prospettiva, queste lagne da piccolo vicentino. Qualcuno che rida a una battuta stupida e solo lievemente volgare, che veda queste ville seicentesche con, dal, mio stesso cannocchiale.



Né rosso, né bianco, Vicenza. Qualche sfumatura di arancione, come quella che abbiamo trovato oggi ad Arcugnano, sarebbe perfetta.

domenica 29 giugno 2014

la giusta distanza


Mi svegliai che il sole si faceva rosso; e quello fu l'unico, chiaro momento della mia vita, il momento più strano di tutti, in cui non seppi chi ero... mi trovavo lontano da casa, stralunato e stanco del viaggio, in una misera camera d'albergo che non avevo mai vista, ... e guardavo l'alto soffitto pieno di crepe e davvero non seppi chi ero per circa quindici strani secondi. Non avevo paura; ero solo qualcun altro, un estraneo, e tutta la mia vita era una vita stregata, la vita di un fantasma. Mi trovavo a metà strada attraverso l'America, alla linea divisoria fra l'Est della mia giovinezza e l'Ovest del mio futuro, ed è forse per questo che ciò accade proprio lì e in quel momento, in quello strano pomeriggio rosso


(Kerouac 1967, p. 49)

giovedì 5 giugno 2014

C'est vite fait


È stato un maggio silenzioso perché troppo veloce: troppi progetti, lavori, patate in pentola. È stato soprattutto un maggio non solo mio: ma condiviso, comunitario, esagerato dentro i giusti limiti. Bisogna cominciare a dare sostanza, peso e forma alle idee sennò qui  ne saltano altri, di mesi, e sarebbe un gran peccato, perché il sole dura di più e lo si sente proprio.

Per il momento sappiamo che è sufficiente un breve periodo appena fuori città, fra la campagna e il grande centro abitato. È un progetto rivoluzionario, anche se ovviamente «a suo modo»: nasce dall'idea che non ci sia il tempo necessario per essere amici e cittadini di un certo livello. Viaggiare e andare lontano è certamente un’occasione, ma spesso è in-sufficiente. Occorre scegliere un gruppo di persone fidate - ma che non passa insieme del tempo di qualità - e inserirle in un palcoscenico silenzioso e fiorito come quello dei Colli Berici.

Lo scopo principale è conoscersi fisicamente. C’è questa idea di sistemare la terra e il giardino, ma è tutto da valutare in base alle reali capacità dei ragazzi de La Comune, per quanto volenterosi . Il concetto è semplice: piccoli servizi secondo le proprie possibilità. Sporcarsi e sudare sotto il sole, tornare abbronzati la sera, preparare la cena. Il momento della cena è l’unico davvero importante, ognuno contribuisce al pasto apportando qualcosa di personale, o almeno di significativo, di sentito. Il pasto nella Comune è l’unico momento che richiede la presenza obbligatoria di tutti: dalla preparazione, alla portata in tavola, al caffè.

È un occasione per sperimentarsi come cittadini di confine: non coltivatori, non eremiti, non sciocchi. Il gruppo di persone affronta questa strana tranquillità insieme e così si stabilisce nella casa: tranquilli, sereni. Di giorno si lavora, si studia, si parte per un’escursione nel territorio della provincia. La sera, all’orario dell’aperitivo, qualsiasi visita è gradita e apprezzata. Fuori dalla cucina qualche candela non scaccia né mosche né zanzare, ma illumina a sufficienza le facce di ognuno. Si eccede nell’alcool e si fanno - a volte – molti discorsi, anche seri. Ovviamente La Comune ha un «suo» chiaro indirizzo politico: una bandiera rossa che si rifà direttamente alla grandiosa avventura parigina del 1871.



Quelli della Comune sono certamente dei vicentini, dei sognatori e degli idealisti.

venerdì 18 aprile 2014

Fimon è un luogo solitario


Entro davvero in profondità, sudo le pagine uscendone con gli occhi rossi alla sera, ed è lì che sento scivolare via quel poco di francese che c’è in me. Non capisco se sia reale o meno, scienza o bugia, sarà che lo sforzo di legare incastrare incollare le parole dell’italiano occupa tutti i miei pensieri – che non sono né complicati né numerosi; procedono lentamente, uno ad uno… un passo alla volta – cosicché les mots justes si perdono nel parlato, balbetto: blablabla. Almeno il sujet, quello sì, resta sempre d’oltralpe. Madame la France sei proprio gentile ad aspettarmi per tutto il tempo necessario. Ma non lo voglio,  nossignora!

Questo lavoro è sforzo che cattura. Non che si ottengano grandi risultati, soprattutto per studentelli modesti come me. Difatti mai penso al «risultato»: solo a questa fatica che mi piace, questa idea del «lavorare» che fa sorridere perché ci sono di mezzo le parole (le mie). Possono dare soddisfazione? Lo credo, perché sono mie, e sebbene molto modeste, le scelgo - come i fiori da piantare in un orto, che io non ho mai avuto, ma chi lo sa fra qualche mese…– le sbaglio, le cambio, eccetera. Ogni pagina è una martellata sulla roccia che giudico tristemente inutile; qui vicino insistono a scavare buchi nelle montagne chiamandole «gallerie», anch'io a volte ho l’impressione di picchiare duro per niente. Vado avanti come un mulo che almeno “si dirige” a finire qualcosa. È questo un pensiero che mi piace, che mi fa stare bene.


È un lavoro che faccio da solo, e non è un male restare da soli, anche se davanti alle lettere da scegliere e poi digitare non c’è nessuno che possa o voglia dirti «che bravo che sei per quello che fai». Peggio per loro, meglio per noi! C’è solo una persona che controlla, che giudica e ti fa ricominciare da capo pagine che sono ore, giorni di lavoro.Mentre penso alla parola giusta per continuare il discorso, mi sfiorano milioni  trilioni vagonate di pensieri. Uno è quello che mi spinge a scrivere queste righe, l’impressione che le cose francesi siano al giro di boa, che si cominci, piano, lentamente, a virare verso casa. Ma è ancora tutto così distante e vago, non riesco e non voglio decidermi, alla fine è giusto un pensiero fra una riga e l’altra. Ci sguazzo, dentro a queste impressioni, mi fanno sentire grande, un ottimo vicentino. 









È decisamente una Buona Pasqua