sabato 12 giugno 2021

Mi sono sentito di nuovo a casa

Suona la campanella ma ancora non è arrivata quella strana e potente sensazione: nervi che si distendono, voglia di tuffarsi in acqua, magari in Pria, ordinare la camera archiviando libri e fogli che non mi serviranno più: partire. Sono ancora troppo concentrato su esami, valutazioni, quella burocrazia che soffro del mio lavoro di insegnante. Manca poco alla fine della specializzazione, sono gli ultimi elaborati di una formazione che non finisce mai, ma nella quale credo e investo.

Quindi è strana la sensazione di assistere a questo fine anno scolastico, osservo come da fuori questo giugno che coincide con la fine del coprifuoco. Rivedo alcuni visi sacrificati in questo anno di pandemia e studio-lavoro, Meneghello direbbe volti noti, cose del paese. Tornare a Costigiola, a Palazzo Trissino, dentro la sua corte senza più Romeo, Carletto, Piazzetta Gioia. Lo strano clima di festa di quando gioca la nazionale.

 Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse come in un teatro". Mi concedo un poco alla volta di riagganciare i contatti, ritrovare amici "nei porti per un brindisi" e come mi assale un senso di colpa, fra il Covid che è ancora un'ombra potente e consegne per l’Università: mi sembra di fare qualcosa di sbagliato. È un po' come come tornare da un viaggio molto lungo e dovere riabituarsi alle cose e alla persone, Vicenza e i suoi posti, casa mia.

Come ho già avuto modo di brontolare altrove, quanta fatica quest’anno. Io sono così: mi lamento, come dicono i miei amici del calcio, “faccio la piagnina”, poi rielaboro, ne provo anche nostalgia. Fatica dicevo, parola non negativa di per sé. Ho imparato sul campo e essere "professore" di italiano e storia, un lavoro che nessuno ti insegna, che impari con l'esperienza e sbagliando. Fatica la DDI, escogitare i metodi, gli strumenti per agganciare i ragazzi. E fatica lo scotto di essere 'i giovani", i precari della scuola: si sente e si paga troppo, soprattutto ne paga il motore di tutto, i ragazzi. . 

Speriamo bene! Spero che le mie valutazioni siano davvero “formative” e non sommative. Spero di aver visto le persone, al di là dei numeri, e che tutti possano ricaricare le pile: niente compiti per le vacanze, per me. Molto banalmente suggerisco di fare quello che non si è potuto fare: pasti in compagnia, passeggiate, nuotare, cinema e concerti. Ma questi sono i miei progetti. Piena libertà ai ragazzi: autogestione. 

Speranza poi che quello che studio all'università, specializzandomi, sia anche in minima parte attuabile in una scuola del futuro davvero inclusiva e cooperativa, senza mascherine e con la relazione, la fiducia, il dialogo al centro di tutto. Non sempre questo ho trovato quest'anno, forse anche per colpa mia.

sabato 3 aprile 2021

Primavera, Pasqua

Piccola pausa di primavera, un cielo chiaro e i colori della mia meravigliosa Regione che cambiano… fisicamente e simbolicamente. Un po’ di pace! Ne approfitto per godere del Veneto come seconda-casa, sono in una Valle dove vive ormai davvero poca gente, appena sotto le montagne.

Queste strane strutture che ho fotografato si chiamano Fojaroi. Se ne trovano tante qui, simili ai casoni, abbandonate a quote elevate. Erano utilizzate come rifugi durante il periodo estivo, ricoveri per i pastori, per gli animali, per lavorare il formaggio. Il tetto è bellissimo: è ricoperto di "foje", ed è un puzzle di ramoscelli di faggio che venivano tagliati ad agosto in luna calante.

Di queste case non è rimasto che qualche brandello di muro”... recita la famosa poesia di Ungaretti..

I giorni di Pasqua è difficile capire se siano festa religiosa, culturale, civile.. le messe, come tanti, si fatica a frequentarle… brandelli, anche questi, che faticano a rimanere attaccati, in un tempo così strano dove fatica e stanchezza sono i criteri per selezionare le cose più importanti.

Il tempo di Pasqua per me è legato potentemente col ritrovarsi fuori dalla Chiesa con gli amici, l'immagine del mio quartiere, il pranzo in famiglia... situazioni difficili da replicare oggi e per questo, all'improvviso, ancora più importanti.

Qualche anno fa con i ragazzi del Clan, nella classica route pasquale, ci siamo fermati a dormire in questo luogo magico che è "Le Valli", sopra San Germano dei Berici… Il venerdì Santo abbiamo guardato un film proiettato di fianco al forno della cooperativa, Uomini di Dio.

Mi ha sempre colpito la storia e ci ritorno frequentemente col pensiero a questi monaci, non tanto perché “martiri” e cristiani, quanto perché testimoni di accoglienza e dialogo. Umili, silenziosi.. il "mood" dei santi. Il fascino e l'ammirazione per le persone che restano, per le tracce anche se sbiadite, come qui nelle valli. 

Che forza musicale, di senso, quell’ "Inshallah" finale scritto dal priore di Tibhirine. La mia amica Maria, che vive - o meglio ha scelto di vivere - in questo posto meraviglioso sopra i Colli Berici, ha studiato l’arabo e l’avrà usato chissà quante volte quel “se Dio vuole” che è anche saluto, rispetto, e che riassume in sé la speranza di un credente - ma non solo - affinché un evento possa accadere in avvenire.

✉ La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che potrebbe colpirmi alla cieca. In questo grazie, in cui tutto è detto, ormai, della mia vita, includo certamente voi, amici di ieri e di oggi, e voi, amici di qui. E anche te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio questo grazie e questo ad-Dio. Che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Insc’Allah.

(C. de Chergé, Tibhirine, 1º gennaio 1994)

domenica 28 febbraio 2021

Tempo e valore

365 giorni fa circa scorrazzavo con la mia Opel usata comprata di fresco i miei amici per colli romagnoli a seguire il Vicenza.

Oggi ho imparato il virus, soprattutto e per fortuna, dietro a uno schermo. Monitor che è diventato parte integrante, fondamentale della mia giornata. Alla mattina, al pomeriggio, la sera. Io confesso che mi pesa tanto, tantissimo. Mi sono mancati questi ultimi giorni di strana primavera, mi manca l’aria, giocare a calcio, una passeggiata in montagna,  il bicchiere di vino in posti spesso gli stessi.
Per il mio lavoro e le mie passioni, basate sulla relazione, è fatica questo tempo virtuale.


Tutti dicono che un tempo "sospeso" dovrebbe farci percepire di averne di più, di tempo, che urge rallentare, trovare tempo per le passioni, per la famiglia, eccetera. Ma è così? Mah! 
Io non credo di avere una vita "difficile", siamo tutti chiamati allo straordinario, ad af-fidarsi. 
Rifletto sullo spazio “libero” di questo tempo: ce n'è meno, ce n'è poco. 
Io lo impiego nei Consigli comunali e nelle commissioni. Vedo Chiara poco e niente, un’ora o due prima del coprifuoco, la sera. 

“Forse è un anno giusto per sperimentare e investire su stessi”,  anche questo si dice. Questo sì: ho una casa da costruire per vivere, una università per formarmi come insegnante, dei ragazzi da trovare e agganciare alla sedia o alla realtà, per non morire di noia, apatia! Scrivo questo per spiegare che la fatica che provo serve e che è quella di tutti.

Qualche impressione su comprare e ristrutturare casa: servono tanti tanti soldi, che richiedono rinunce, molto tempo e competenze, ed è importante chiedere aiuto ed essere aiutati.

You know what? fuck it!

Mi consola la collega di lingue, quando mi appaiono nuovi obblighi burocratici, spuntano regolarmente dal registro elettronico. Mi metto nell’ottica di fare quello che posso delle circolari che riesco a leggere. Trovare più tempo per le lezioni. 

Qualche impressione sulla cattedra di italiano: entro ed esco dalle classi con la perdurante impressione di sbagliare. Non ho un programma definito, parlo troppo. Mi piace, è difficile.

Le ore pomeridiane all’Università sono lunghe, interminabili, mi fanno arrivare la sera con gli occhi rossi, mi addormento appena dopo cena senza riuscire a leggere i libri che sono in comodino e che avranno uno spazio non solo fisico nella piccola biblioteca della nuova casa.

Le mie lezioni preferite sono quelle di poesia. Sono sempre stato un somaro in poesia, ma passo tante ore coi ragazzi a leggere e parafrasare con molte, forse goffe, licenze. Compendia il poco tempo a disposizione per organizzare le lezioni e di questi tempi lo considero valore, come il testo di Erri de Luca che leggeremo domani, che parla proprio di profumo, colore, materia, sapore. 

Chiederò di aggiungere un verso. 

⌛✏

Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

martedì 8 settembre 2020

Il nostro 8 settembre

Come sempre non capisci davvero quanto è importante un gesto, o una parola, fino a quando questa viene a mancare. C’è voluta questa strana stagione di giuste ma difficili limitazioni per capire quanto Monte Berico sia un posto speciale, non solo per i vicentini e non solo per i credenti. Da diversi anni percorro d’estate le strade dei nostri Colli Berici con ragazzi da tutta Italia: siamo soliti cominciare il cammino proprio dal Santuario.

Abbiamo il privilegio, qualche giorno prima della festa dei 8, di entrarci da soli, la sera, i frati ci fanno entrare in silenzio: noi e i ragazzi. Come è solito ricordarci Lorenzo, la fortuna è grande, visto il gran via vai di fedeli e celebrazioni durante le giornate. Camminiamo scalzi dentro la Basilica, grande e sfarzosa, e così facendo è più facile vedere oltre le decorazioni, i marmi, le grandi pale del barocco, spesso sinonimo di lusso e portatore di una teatralità che può ingannare, come contraddire, lo spirito del luogo.

Siamo soliti rimanere in silenzio, leggiamo le parole di In nome della madre di Erri De Luca e giriamo affidandoci ai sensi, osserviamo le offerte votive, qui raccolte in secoli di pellegrinaggi, arrivate da famiglie e persone di ogni tipo, ricche e povere, in situazioni di sofferenza e precarietà, ma anche per ringraziare, sperare. A prescindere dall'essere credenti o meno, è uno strano effetto provare a immergersi in questo forte legame con la Madonna, una intercessione ancora molto sentita, perché la si può sentire. Come noi tanti pellegrini arrivano dalla città e dai paesi vicini a piedi.

La Madonna è ben visibile quando entri in Santuario, dall’alto con il suo mantello protegge e come riscalda i supplicanti sotto di lei. Un grande tondo d'argento rappresenta l'apparizione a Vincenza Pasini, contadina di Sovizzo. È usanza che i pellegrini passino in corteo o da soli dietro l'altare, vicino alla statua, e accarezzino il medaglione con i bassorilievi. Così facciamo sempre anche noi, ed è una sensazione particolare: in questo momento non si può fare. 

Credo fortemente che sia una ricchezza conservare questa tradizione e, coltivarla, e comunque la si pensi, rivolgere una preghiera come è stato in passato. 

Dopo aver dormito a Monte Berico, partiamo. Nello zaino, a turno, teniamo questa semplice statua di Maria. Ci si dà il cambio per portarla. Tanti ragazzi, questi anni, l’hanno protetta e trasportata, pronta a entrare nel prossimo zaino.

venerdì 24 aprile 2020

Lassù ci siamo sentiti veramente liberi

Piccoli maestri: un libro da leggere, studiare, rileggere. Un capolavoro dell’antiretorica, un unicum nella letteratura della Resistenza.  Fa tenerezza ed è bello immedesimarsi nelle paure di questa piccola banda di studenti vicentini, nella difficile scelta di non arruolarsi per la Repubblica di Salò. Per questi ragazzi andare in montagna significa emanciparsi da un processo di “diseducazione”, partecipare alla Resistenza è «il culmine della nostra scuola». 


L’esperienza della guerra civile è l'educazione di una generazione: un gruppo di giovani universitari vicentini, espressione di un’Italia “normalizzata” dall’indottrinamento fascista. 
Una “scuola”: composta da compagni di università e di vita uniti da un legame di natura “educativa”, politica. Una comunità auto-educante con tanti maestri, uno su tutti, Antonio Giuriolo. 
La Resistenza è un’avventura individuale e insieme di gruppo, una storia di redenzione personale. Gigi parla di un gruppo di “banditi” - «Just a fucking bandit», rispondendo all’ufficiale americano che gli chiede, in conclusione al libro, «you a poet?». Un viaggio che Meneghello conduce con i suoi tipici strumenti espressivi: l’ironia, lo scherzo, la demitizzazione delle “grandi cose”.

In questo piccolo passaggio si percepisce qualcosa di questa “pedagogia rovesciata”, dove i giovani sono chiamati dalla circostanze della storia a insegnare a se stessi, a ri-educarsi, anche a costo di continui incidenti e fallimenti e senza sapere bene dove andare. "L'unica cosa che poteva orientarci, in mezzo al Paese crollato, era quello che faceva di noi un gruppo". 



L’incontro (avvenuto in Altopiano) con il mondo “di periferia” è associato con la scoperta dei paesaggi magnifici delle montagne vicentine («il paesaggio più bello che conosco»). Sono fra le pagine più belle del libro, immagini indelebili nella formazione e nella memoria dello scrittore. La riscoperta di questo angolo del Veneto offre ai ragazzi la serenità necessaria per riflettere su sé stessi, ripensare a chi diventare e all’Italia che si voleva costruire. “Siamo sopra l’Italia!” - dice Gigi: in questo ambiente le truppe tedesche e fasciste hanno più difficoltà a convogliare la propria potenza militare. Per molti di loro significherà comunque la morte. 


Nelle montagne, un ambiente apparentemente ostile, avviene una fusione con il mondo esterno, una metamorfosi delle categorie di pensiero, di cui parla Gigi in questo capitolo. I “teatri” e i suoni della montagna scandiscono le giornate dei giovani studenti venuti dalla città: “quando cantava il cuculo – perché in Altopiano cantano in maggio – noi non eravamo spettatori, turisti. Noi abitavamo lì nello stesso bosco, erano cose vere e non spettacoli, ora che eravamo della stessa parrocchia anche noi”.





lunedì 20 aprile 2020

Torino, casa Levi

Di questo libro rapisce la straordinaria delicatezza con la quale Natalia Ginzburg racconta le vicende della sua famiglia e della propria giovinezza, nella Torino del Ventennio. È la storia della famiglia Levi dagli anni Trenta fino ai primi anni del dopoguerra. Natalia è l'ultima di cinque figli: il padre, insegnava anatomia comparata all'università. Ricordando le storie del suo passato, Natalia ripercorre il linguaggio, i modi di dire, le consuetudini del suo passato. È un libro “delicato” perché anche il contorno storico (il fascismo, gli arresti, le leggi razziali, la guerra) non stravolgono l’affetto della memoria per i propri cari.  

È anche la storia di grandi personaggi che frequentano l’ambiente colto dei Levi, personalità fondamentali della storia italiana, ma qui descritte con ironia e divertimento, con semplicità, nella vita di tutti i giorni.

Frequentando questi intellettuali Natalia conosce Leone, studioso e traduttore della letteratura russa. Alla famiglia si intrecciano eventi e nomi cruciali della cultura antifascista torinese: da Filippo Turati a Vittorio Foa, da Adriano Olivetti (che diventerà cognato di Natalia), a Cesare Pavese, Felice Balbo, Eugenio Montale. Il fascismo per i Levi significa - nell'ordine - la perdita del lavoro, prigionia politica, confino e, come nel caso del marito Leone, rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, morte.

“Prende il cuore”, avvicinandosi al prossimo 25 aprile, trovare nella storia di questa famiglia un antifascismo naturale, istintivo, semplice: il loro "no" pare l'unica reazione possibile al male di quel tempo. Un "no" che significherà, per gli uomini di casa, la continua necessità di nascondersi, e non sarà sufficiente. 
A dispetto degli eventi narrati, non è affatto un libro triste. Tutto (i ricordi, gli amici, le idee, le paure, la lotta per ribellarsi) è ricordato con calma e amore attraverso il filtro del linguaggio comune, familiare. 

Vediamo la nascita della casa editrice Einaudi. È incredibile, mentre si legge, immaginarsi di essere lì, in mezzo alle grandi menti che hanno fatto la storia della scrittura, della cultura e della politica italiana. In casa dei Ginzburg si nasconde per diversi giorni Filippo Turati, sotto il nome di Paolo Ferrari. Quindi Adriano Olivetti, amico di famiglia. con il quale si combatte silenziosamente contro il fascismo. Natalia ricorda i giorni delle fughe, e “il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall’infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura… E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno

Enormi gli eventi che fanno da contorno: l’ascesa di Mussolini, la morte di Leone, la prigionia del padre, la fuga dei fratelli. Ma il linguaggio fa memoria. Qualcosa di molto simile all'operazione sulla memoria operata da Meneghello in quegli stessi anni. Lessico Famigliare come Libera nos e Piccoli maestri si aggrappa alle radici, all'urgenza di tenersi stretta la propria identità quando le certezze scompaiono. “Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l'uno con l'altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra”.

In questo passaggio Natalia racconta della sua famiglia e dei suoi amici, della cultura torinese fra le due guerre, di Leone Ginzburg e Cesare Pavese, della casa editrice Einaudi. Troviamo gli aspetti umani di volti noti e la storia raccontata attraverso la vita di tutti i giorni:




domenica 19 aprile 2020

Il discorso del bivacco

Marcia su Roma e dintorni, come - per la Prima Guerra Mondiale - Un anno sull'Altopiano, è un libro che parla e che indaga. Per me è stato potente incontrare questi libri, è successo durante l’ultimo anno di scuola superiore. Non sono mai stato un ottimo studente, concentrato com'ero sui contorni delle cose, troppo poco spazio per lo studio personale e la fatica.


L’ultimo anno di "scuola" – in realtà tutto il tempo del liceo – è immerso in una dolce melanconia che mischia ricordi reali a sequenze mentali idealizzate: a metà fra Vicenza e Hogwarts. Ricordo l’ultimo anno al Pigafetta per la maturità, le compagnie di amici, la stagione politica del Dal Molin: per tanti “giovani di città” una palestra, una vera scuola. “L’ultimo anno” ha significato anche “chiostro di San Marcello”, un privilegio, essendo il chiostro sempre chiuso, fino ad allora, per restauro. Un luogo misterioso ai più... Ci sentivamo importanti. 

La professoressa di Storia e Filosofia, Carla Poncina, mi ha letteralmente trascinato dentro alcuni libri. Ho amato le storie italiane del Novecento, l’ascesa del Fascismo, la Guerra Mondiale, la Resistenza. Mi ha reso partecipe di una storia che era anche mia, vicentina, che cominciava fin dentro la mia scuola, dal chiostro.

goffo tentativo di disegnare Lussu: ci ho provato!
Queste pagine che leggo io oggi, mi hanno incollato alla bocca della professoressa, quando le ho sentite per la prima volta. Hanno la forza di chi scrive in mezzo alla storia, da protagonista, all'inizio del Fascismo. Si percepiscono la rabbia, la disillusione, il non credere a un'ascesa probabilmente evitabile. Sono anche le parole di chi per primo si oppose strenuamente, e perse. Un lungo processo, quella della fascistizzazione del Paese, descritto in un libro di poche pagine, scritto a Parigi nel 1931 per chiedere aiuto alle democrazie occidentali. 

Combattente valoroso sulle nostre montagne, parlamentare, Lussu ci parla di una Sardegna dove il fascismo arriva tardi ed è tendenzialmente osteggiato, deriso, incompreso nelle tinte grottesche ma sempre squadriste e violente nelle quali si manifesta. Accanto a questo, il conformismo e il servilismo di  molti politici che da oppositori del fascismo si trasformano in fascisti convinti,  una volta cambiato il clima politico. 
Lussu viene aggredito, ripetutamente, da molti che hanno combattuto insieme a lui la Guerra Mondiale e che lo rispettano. Rischia la morte più volte. 

Il paese è nel caos: violenze e uccisioni avvengono senza che Polizia ed esercito intervengano, Lussu viene colpito da un miliziano e aggredito in casa, ricoverato in ospedale.

Questo è il primo discorso in Parlamento del futuro Duce, quando ha ricevuto dal re, dopo le dimissioni di Facta, l’incarico di formare il nuovo governo. Il celebre “Discorso del Bivacco”, reso possibile dalle conseguenze della marcia su Roma. Tanti i colpevoli del Colpo di Stato, a cominciare dalla classe dirigente liberale che si illude di inglobare il fascismo – istituzionalizzando i suoi metodi violenti e squadristi - il tempo necessario per sconfiggere i propri avversari politici, fino al Re, che revoca lo Stato d’assedio e addirittura affida a Mussolini l’incarico di un nuovo governo.

Oggi come allora impressiona la miscela di minacce di questo primo storico discorso. Un oratore abile, che già palesa la futura ondata di violenza che tuttavia i contemporanei non riescono a riconoscere con chiarezza.  Le figure degli oppositori appaiono patetiche. Cedimento morale, opportunismo, trasformismo: tutto questo si ritrova nelle parole di Lussu, così come la la minaccia, l’abilità di intimidazione di Mussolini, e al tempo stesso la paura, la debolezza dell’opposizione.

Mussolini gioca come il gatto con il topo, suscita terrore, minaccia di trasformare il Parlamento in un “bivacco” per i suoi ”manipoli”, facendo capire che si chiede di votare la fiducia non per garantire un governo, ma per la sopravvivenza dei deputati.. Nelle sue parole tutto l’orgoglio di chi si professa antiparlamentare e antidemocratico, il fastidio verso le parole che generano pensiero, l'odio per le procedure complesse della politica, l'annullamento del dissenso. 
Il capitolo è molto denso:


Lussu parla di partiti, schieramenti, scenari storici e culturali completamente diversi oramai dai nostri. Eppure due punti, che troviamo nella prefazione di De Luna, valgono oggi come valevano ieri:

1 – Il rapporto con il “potere”. Secondo Lussu: “per uno di sinistra il potere è solo un posto di responsabilità e di lotta, psicologicamente identico al posto che differenti momenti politici impongono, si occupi il carcere, al confino, in esilio o fra i partigiani

2- la funzione essenziale, in democrazia, dell’opposizione
Il Paese, i suoi rappresentanti lo possono servire in due modi: nell'assumere la grande responsabilità dell’amministrazione dello Stato, e nella critica dall'opposizione. L'opposizione è un dovere civico, ugualmente degno  e indispensabile quanto quello di assumere la responsabilità della direzione dello Stato"

martedì 24 dicembre 2019

Il Natale più bello

Povertà, è potente nei ricordi di un bambino di Vicenza, una banda di ragazzi del Centro. 
Il Natale del 1940 a Vicenza, quello dei nostri nonni e bisnonni - i miei abitano proprio in via Corpus Domini, dove è raccontato il Prete bello - è per forza di cose povero di possessi e ricco di desideri.

Parise racconta il mondo di alcuni adulti, all'interno del cortile di una città cattolica e fascista. 

Quello della povertà è un concetto a lui caro, di cui fa un'ideologia, “segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza… bene personale, una proprietà privata, una ricchezza, il solo capitale nazionale che ormai salverà il nostro paese

Bellezza nella povertà.. 
Come il presepio di mio papà, quest'anno solo una natività nella grotta. 

Buon Natale a noi.



✍ "Era Natale. Come in molte altre città del mondo arrivò anche da noi, nel rione e nei cortili. Vorrei poter descrivere un Natale con vecchi “babbi” di cioccolato, con alberi adorni di ogni ben di Dio, con presepi e doni avvolti in carta di cellofane e nastri; non c’era niente di tutto questo. Tuttavia Natale era Natale e in qualche modo si festeggiava. Non ho più trascorso un Natale così bello e ne provo una nostalgia profonda. 

Anche adesso esistono i poveri, come in ogni tempo passato e futuro, i miserabili, e tutta quella gente che non ha il fuocherello e su cui si è creata tutta una letteratura per quelli che ce l’hanno. 
I poveri non conoscono questa letteratura e fanno il Natale per conto loro, chiusi in un mondo particolare, assolutamente diverso da quello degli altri. Credo sia così per i poveri di tutti i paesi, anzi ne sono convinto, e in ogni caso me lo auguro.

Tutti sanno che è molto meglio desiderare che possedere ogni ben di Dio; finché le meraviglie agognate non si possono toccare hanno la virtù di racchiudere in sé magici significati e i pacchetti di cellofane si crede arrivino direttamente dal cielo, sono profumati, di aria, di stratosfera, di ozono e più giù, verso terra, di nebbia; sono tutti lucenti come se le stelle indirizzassero i loro bagliori a scintillare su di essi. 


Noi si era di quelli che desideravano. E solo noi o quelli come noi, potrebbero dire l’odore dei cioccolatini in forma di minuscoli castelli, di animali domestici, di lanterne, che traboccavano dai grandi magazzini e dalle pasticcerie. 

Chi conosceva a fondo la luce, i bagliori, lo scoppiettio dei piccoli razzi da dieci centesimi eravamo noi che stavamo col naso e gli occhi sopra lo spettacolo inalando le scintille fino all’ultimo. Non passerò più un Natale come quello. C’erano Cena, Liliana, il via vai delle signorine, avvilimento della mamma che aveva desideri e ambizioni per me ma non possedeva che il suo disonore di donna non maritata e neppure un quattrino in borsetta. 

Ah! Il Natale più bello di tutti! E se c’era gente per cui Gesù nasceva il 25 dicembre, quelli eravamo noi e quelli di tutto il mondo della nostra specie.

G. Parise, Prete bello, 1954