domenica 17 marzo 2019
Tutto, ma non una pagliacciata
L’incredibile successo della manifestazione #FridayForFuture dello scorso venerdì mi ha davvero commosso. Non me l’aspettavo.
Era dai tempi delle marce Dal Molin (dove la tematica ambientale era ugualmente centrale, condivisa, “apartitica”) che non vedevo nelle facce di chi marciava una così grande intensità di emozioni e coinvolgimento. Cito il Dal Molin perché quella causa mostra quanto sia insensato banalizzare e sminuire rivendicazioni che formano una coscienza, soprattutto per dei giovani. Per me e per tanti giovani vicentini il Dal Molin è stato questo: un momento di altissima formazione umana e politica.
Per questo mi ha ferito, e provocato un po’ di vergogna, leggere i commenti di alcuni esponenti della destra locale cittadina.
Il Presidente del consiglio comunale ha definito il #ClimateStrike di venerdì una "pagliacciata", l’assessore Giovine “un’infestazione dei soliti noti del Bocciodromo” mentre il consigliere Maltauro un “Corteo ignobile con la falce e il martello”, e così via.
Io ero a Vicenza e ho visto tanti, tantissimi studenti e studentesse che hanno sfilato per le vie della città senza cappelli politici. E io dico: finalmente! Era da tanti anni che Vicenza non vedeva una manifestazione studentesca di queste dimensioni, realmente vissuta, partecipata, interiorizzata.
Quasi ogni partecipante aveva preparato un cartello, una riflessione. Che bellezza! Le scuole di ogni ordine e grado hanno sfruttato questa giornata per preparare dei percorsi, e studiare insieme ai ragazzi il fenomeno anche dopo l’esaurirsi della manifestazione, alla quale gli studenti hanno partecipato (ne ho visti molti) con i propri professori. A Parco Querini la giornata è proseguita con laboratori gestiti da insegnanti ed educatori. Anche nella mia scuola primaria ogni classe è stata coinvolta in attività pratiche e teoriche sul cambiamento climatico e lo sviluppo sostenibile.
Le parole dei nostri amministratori feriscono: che brutto messaggio verso questi ragazzi, ormai distanti da ideologie e davvero focalizzati sui temi che stanno loro a cuore: futuro, casa, ambiente.
Non capisco come si possa definire la giornata di venerdì “una pagliacciata”. Non entro nel dibattito sulla figura di Greta Thunburg, ma è evidente che questa ragazza ha fornito l’occasione per cementificare un senso comune al di là delle parti, senza un carattere politico ma “etico, estetico e culturale” – come scrive Bifo. Almeno questa è la speranza: non vedo perché deridere, provocare.
Riporto alcune osservazioni del mio amico Roberto, che ha voluto così rispondere a un video su Facebook: “A me la finalità di Friday For Future sembra chiarissima: voler dimostrare alla classe politica attuale che quello ambientale è un tema ultra sentito, specialmente tra gli elettori più giovani e coloro che diventeranno tali nel prossimo futuro. Chi di dovere dovrà quindi tenere conto di questo e prendere provvedimenti. Il cosiddetto "populismo ambientalista", quindi, non capisco a quali effetti collaterali potrebbe portare. Del resto è normalissimo che un'iniziativa di così larga scala si occupi di temi macroscopici, sarebbe assurdo che in tutto il mondo ieri si fosse manifestato per le emissioni dell'ipotetica industria X a Trebaseleghe. Ma è altrettanto ovvio che il fatto di richiamare l'attenzione su questo tema in scala globale poi si debba tradurre in iniziative localizzate e, per parlare di contesti ancora più piccoli, di iniziative del singolo. Anzi, a tal proposito, "populismo ambientalista" è un ossimoro: se interiorizzato in modo responsabile questo tema implica una riduzione degli sprechi a partire dalla dimensione del singolo cittadino, quindi si tratta di un qualcosa che di fatto limita la comodità personale. Come può essere populista?
Per quanto riguarda poi il voler partecipare alla manifestazione invece di occuparsi di temi più concreti e locali, personalmente non capisco perché una cosa debba escludere l'altra. Si tratta di giovani che chiedono risposte e provvedimenti ad una classe politica che sul tema è generalmente troppo poco preoccupata, se non addirittura operante in direzione opposta (si vedano Trump e Bolsonaro su tutti).
Mi sembra di una banalità disarmante voler rispondere a chi è contro questo andamento delle cose che il suo telefono e gli oggetti di comune utilizzo sono proprio il frutto di questo sistema. Quindi o si accetta questo status o si deve per forza vivere come degli asceti in eremitaggio dentro alle caverne? Per favore. Ieri si è dimostrato che nel mondo è presente una nuova generazione che pretende dai governi un sistema differente. È incoerente chi usa il telefono o è colpevole la classe politica/il sistema economico che consente che questo accada in queste condizioni?"
Qui sta il punto che sfugge ai nostri amministratori. Il mio amico Lorenzo, mi dice:
“I ragazzi saranno capaci? Non lo saranno? Non è il punto questo. Il punto è il potente spirito di partecipazione, la decisione, il linguaggio molto diverso da manifestazioni precedenti, l'azione in sé. È la forza del qui e ora un punto su cui riflettere, non tanto la capacità del singolo studente di essere coerente con le parole che ieri ha usato”
Chiara, che condivide con me l’avventura di Da adesso in poi, invece mi scrive:
“Io sono una giovane donna adulta! Voglio accogliere questa sfida, questa richiesta, questa provocazione...
Voglio guardare negli occhi Anna che ha 17 anni e danza nel corteo urlando che il “sistema va cambiato” e dirle che io ci credo, che io ho 31 anni e sono capace di fare scelte personali e collettive consapevoli dentro “il sistema” anche per cambiarlo. Che posso essere una donna, una cittadina, una cristiana, una lavoratrice, una madre, un’attivista che sa fare scelte per un mondo migliore e per un’idea di uomo diversa da quella che ci hanno raccontato che “deve essere”!
Voglio raccontarle che ogni volta che riesco a far sì che le esperienze della mia vita (a casa, a lavoro, nella mia comunità) “assomigliano” ai valori in cui credo, mi sento una persona LIBERA!
Voglio continuare a guardarla negli occhi e dirle che lei a 17 anni é il presente di questo mondo, non il futuro!
Voglio chiederle di continuare a ricordarmi che lei é il presente! Di continuare a mostrarmi i suoi occhi sognanti, a mostrarmi le sue incoerenze e il suo coraggio! perché io ormai vedo il mondo da un altro punto di vista e senza poter accedere anche al suo sguardo io non potrò godere di questo mondo a pieno. Voglio guardarla negli occhi, ascoltarmi nel cuore, prendere la sua forza, farla mia e restituirla a lei e insieme donarla a tutti... perché le persone ti spezzano il cuore, le ingiustizie sono tante - vicine e lontane - e la vita può essere un salto ad ostacoli ... ma io ci sono perché sono una giovane donna adulta e posso stare davanti a lei, guardarla negli occhi e fare una scelta diversa oggi, qui ed ora! Scegliere secondo i valori in cui credo rinunciando a qualche agio, qualche comodità, alla velocità.”
Sono grato di questi messaggi che ho voluto condividere con voi. Se alcuni di questi appelli - anche forti, anche provocatori o strumentalizzati– sono arrivati da quella Piazza, beh, non facevano parte del classico teatrino politico. Chiedevano misure forti in difesa del nostro Pianeta, anche a questa amministrazione locale. A Vicenza possiamo predisporre un grande “piano verde” per la città, che vada da misure sul trasporto pubblico all’efficientamento degli edifici. Possiamo delineare un’idea di città del futuro, possiamo discuterlo in Consiglio Comunale.
Questo possiamo farlo noi.
venerdì 22 febbraio 2019
Scelta politica
Questa settimana ho avuto l’opportunità di incontrare Bianca, una tipa in gamba, e confrontarmi con lei sul senso della “scelta politica”. Ovviamente, come spesso accade con i ventenni, non avevo nulla da insegnare né da suggerire. Non ho parlato troppo della mia nuova avventura politica. Il rischio di parlare per se stessi è sempre grande, reale. Anche questo, però, è un aspetto del servizio e della “politica” che incide, e non poco. A Bianca di questi mesi ho raccontato poco: l’importanza dello scoutismo, che tuttora affianca il mio impegno politico, la mia associazione civica che nasce in quel mondo (Vicenza Capoluogo). Ho parlato poi di Chiara, l’apporto di uomo e donna, insieme. E della comunità con la quale ho condiviso i miei passi.
Una cosa interessante del cammino scout, che Bianca si appresta a salutare per iniziare nuove avventure, è proprio questo momento straordinario del percorso di una “scolta”: fermarsi per dichiarare, urlare senza paura a tutti (a se stessa e alla comunità che ti ha accolto fin da bambino) che si “parte” dal clan anche per compiere una scelta di impegno politico.
Cosa significa per noi? Avendo uno spritz davanti, e il trambusto di persone del Bar Astra tutto attorno, ci siamo concentrati su pochi concetti, per noi importanti.
Uno dei punti più controversi della legge scout (almeno per me) è sempre stato “sanno obbedire”. Credo però sia un “metodo politico” che lo scoutismo ci lascia dentro e che mi stupisce sempre tanto...
Mi ha insegnato a riconoscere l’autorità a tutti i livelli, che è cosa ben diversa dall'accettazione passiva, dall'autoritarismo cieco e incondizionato. È scelta politica, oggi, riconoscere nel quotidiano i nostri “maestri di specialità”, i lupi anziani, i tanti piccoli maestri che sono le persone che hanno un vissuto diverso dal nostro, una storia da raccontare che parte più indietro nel tempo. “Obbedire”, oggi che siamo tutti autorizzati a giudicare ogni cosa, significa ascoltare, argomentare, non chiudersi nelle nostre convinzioni.
Politica, oggi, è anche curare la responsabilità ad ogni livello, e lo scoutismo ne ha molti. Il tema della “Giornata del Pensiero” di quest’anno è proprio la leadership, una parola che noi usiamo poco e che in molti disprezzano. Lo scoutismo usa la parola “capo”: capo sestiglia, capo squadriglia, capo reparto, capo fuoco, capo Gruppo, ed è più un sogno, un gioco e un obiettivo condiviso, che una imposizione, un sopruso: a tutti noi può succedere di diventare un giorno un capo, un leader.
Per noi la “politica” non può essere slegata dalla concretezza, intesa come sporcarsi le mani, abitare ciò di cui si parla. Per questo, oggi che la voglia di “prendere posizione” (giustamente) è alta, è vera, non basta uscire con un comunicato, partecipare a una marcia. Si parte sempre dall’osservare, conoscere la propria comunità. In questo momento di grande “agitazione” collettiva per la tragedia dei migranti, ad esempio, quali sono le iniziative e le energie che nascono nel territorio, siamo in grado di valutare i metodi che vengono usati, le soluzioni proposte? Riusciamo a resistere alla tentazione di creare qualcosa di nuovo partendo da zero? Riusciamo a far nostra un’opinione o un’esigenza che viene anche da altra parte politica? (è questo, infatti, il vero senso del civismo).
Per lo scoutismo, per i gruppi e le comunità capi, fare politica si traduce principalmente nel fare educazione. Educare alla libertà e allo spendersi, è una scelta di campo. Ci viene chiesto di fare qualcosa del nostro tempo e la partenza è questo: una scelta di servizio concreto, programmato, felice. Ma non si può improvvisare. Ci vuole competenza e umiltà: riconoscere che non siamo dei supereroi, che dobbiamo prima allenarci, che non siamo gli unici attori del sociale e dell’educazione, che non siamo i migliori in quello che facciamo. Questa è la nostra scelta di campo politica, o almeno, quella a cui tendiamo.
Queste parole di Don Giovanni Barbareschi, partigiano, scout e medaglia d’argento alla Resistenza, dicono tutto.
Una cosa interessante del cammino scout, che Bianca si appresta a salutare per iniziare nuove avventure, è proprio questo momento straordinario del percorso di una “scolta”: fermarsi per dichiarare, urlare senza paura a tutti (a se stessa e alla comunità che ti ha accolto fin da bambino) che si “parte” dal clan anche per compiere una scelta di impegno politico.
Cosa significa per noi? Avendo uno spritz davanti, e il trambusto di persone del Bar Astra tutto attorno, ci siamo concentrati su pochi concetti, per noi importanti.
Uno dei punti più controversi della legge scout (almeno per me) è sempre stato “sanno obbedire”. Credo però sia un “metodo politico” che lo scoutismo ci lascia dentro e che mi stupisce sempre tanto...
Mi ha insegnato a riconoscere l’autorità a tutti i livelli, che è cosa ben diversa dall'accettazione passiva, dall'autoritarismo cieco e incondizionato. È scelta politica, oggi, riconoscere nel quotidiano i nostri “maestri di specialità”, i lupi anziani, i tanti piccoli maestri che sono le persone che hanno un vissuto diverso dal nostro, una storia da raccontare che parte più indietro nel tempo. “Obbedire”, oggi che siamo tutti autorizzati a giudicare ogni cosa, significa ascoltare, argomentare, non chiudersi nelle nostre convinzioni.
Politica, oggi, è anche curare la responsabilità ad ogni livello, e lo scoutismo ne ha molti. Il tema della “Giornata del Pensiero” di quest’anno è proprio la leadership, una parola che noi usiamo poco e che in molti disprezzano. Lo scoutismo usa la parola “capo”: capo sestiglia, capo squadriglia, capo reparto, capo fuoco, capo Gruppo, ed è più un sogno, un gioco e un obiettivo condiviso, che una imposizione, un sopruso: a tutti noi può succedere di diventare un giorno un capo, un leader.
Per noi la “politica” non può essere slegata dalla concretezza, intesa come sporcarsi le mani, abitare ciò di cui si parla. Per questo, oggi che la voglia di “prendere posizione” (giustamente) è alta, è vera, non basta uscire con un comunicato, partecipare a una marcia. Si parte sempre dall’osservare, conoscere la propria comunità. In questo momento di grande “agitazione” collettiva per la tragedia dei migranti, ad esempio, quali sono le iniziative e le energie che nascono nel territorio, siamo in grado di valutare i metodi che vengono usati, le soluzioni proposte? Riusciamo a resistere alla tentazione di creare qualcosa di nuovo partendo da zero? Riusciamo a far nostra un’opinione o un’esigenza che viene anche da altra parte politica? (è questo, infatti, il vero senso del civismo).
Per lo scoutismo, per i gruppi e le comunità capi, fare politica si traduce principalmente nel fare educazione. Educare alla libertà e allo spendersi, è una scelta di campo. Ci viene chiesto di fare qualcosa del nostro tempo e la partenza è questo: una scelta di servizio concreto, programmato, felice. Ma non si può improvvisare. Ci vuole competenza e umiltà: riconoscere che non siamo dei supereroi, che dobbiamo prima allenarci, che non siamo gli unici attori del sociale e dell’educazione, che non siamo i migliori in quello che facciamo. Questa è la nostra scelta di campo politica, o almeno, quella a cui tendiamo.
Queste parole di Don Giovanni Barbareschi, partigiano, scout e medaglia d’argento alla Resistenza, dicono tutto.
“A cosa vuoi dire di sì e cosa vuoi dire di no? Questo lo devi decidere tu prima: queste sono le preghiere del mattino. Guardare la giornata e decidere: a cosa dico si e a cosa cosa dico no?
Perché o si agisce come si pensa o si finisce per pensare come si agisce”
lunedì 31 dicembre 2018
2018 e tante personcine per bene
Un anno contraddistinto dalle persone. Una
bella rete di presenze e di luoghi che mi fanno sentire a casa. Sicuramente un grande abbraccio
va alle persone con le quali condivido strade e servizi che mi dicono tanto.
Devo ringraziare le Chiare, per il sostegno e la voglia di mettersi al servizio
della Città, gli amici che hanno voglia di esserci e di contare:
costruire con loro una campagna elettorale e immaginare insieme una Città da amare, è e sarà bellissimo. Vedere Vicenza da questo punto di vista è un’avventura
esaltante, e non sono da solo, nell'usare questo cannocchiale.
Una dedica speciale la faccio al consigliere
Pupillo, compagno di quotidiane telefonate e collega di tante riunioni. Per un “novizio” come me Sandro è una fonte di ispirazione, oltre che (possiamo dirlo) un grande amico.
Un pensiero va alla mia famiglia, tutta.
Un pensiero va alla mia famiglia, tutta.
Uno spazio importante lo occupano
le persone del mondo dell’educazione e dell’istruzione. Il mio lavoro, girando per le
scuole di Vicenza, mi permette di conoscere luoghi e persone appassionate,
attente, quindi stili di insegnamento, “piccole maestre” che svolgono un lavoro
prezioso. Lo scoutismo e gli amici, infine, con i quali percorrere le strade
della nostra meravigliosa terra con ragazzi sempre diversi, il nostro futuro.

Chiudo con Venezia perché è la città da me più visitata, nel 2018, nel 2019, da sempre. Ogni visita, camminata, mostra, bacaro, porta qualcosa di nuovo. Corto dice: “Sto pensando che dovrei decidermi a partire. Ogni volta che vengo a Venezia mi impigrisco” – Provo lo stesso sentimento anche io, ogni volta. Per fortuna ci sono persone nuove e luoghi arcani da scoprire continuamente (ticket permettendo).
Avanti 2019!
“Ci sono a Venezia tre luoghi
magici e nascosti. luoghi segreti; aprendo le porte che stanno nel
fondo di quelle calli, i veneziani se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie …”
giovedì 1 novembre 2018
Autunno
Sono questi i giorni più belli per camminare le montagne alte dell'Altopiano da soli o con poca compagnia; i larici incominciano a prendere il colore dell'oro vecchio e le azzurre genziane sembrano amplificatori del sottosuolo che imprigionano il calore e la luce del sole.
Le prime piogge di fine settimana lavano i residui dell'estate e ogni foglia d'erba, ogni ramoscello ha la sua perla. I cervi, i caprioli, immobili dentro il bosco, godono della pioggia che li lava e li libera dai fastidi degli insetti alati. Anche per noi è bello e liberatorio andare con stivali e mantellina impermeabile tra la pioggia, vagabondare senza prefissare una meta e incontrare con reciproca sorpresa uno scoiattolo che ti fissa da un ramo, o gli occhi di un pettirosso immobile dentro un cespuglio di rose canine carico di bacche rosse.
I tuoi passi si confondono con il rumore delle gocce che cadono sugli alberi e poi nel sottobosco con rumore più forte; con questo tempo diventa più probabile avvicinare e sorprendere quegli animali che con l'uomo hanno poca dimestichezza o che per esperienza lo temono.
Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare a chi osserva; ma è nell'autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza: lo sviluppo delle crescite annuali degli alberi, la maturazione dei frutti e delle drupe nel sottobosco e, magari, le brutte tracce del passaggio degli uomini incivili.
Tra i modi possibili di cacciare, questo d'autunno - con la pioggia e con un cane in luoghi che ben conosci, con un fucile che senti tua continuazione, e l'ora della stagione, e i ricordi che ti accompagnano - ti fa intensamente partecipare a un mondo che senti esclusivamente tuo, che ti aiuta a capire le stagioni della tua vita che nessuno mai potrà rubarti.
Con le piogge dell'autunno arrivava anche la noia della domenica pomeridiana; non si poteva giocare sulla strada e nemmeno sui prati, o lungo il torrente che diventava giallo e impetuoso. Non sempre, poi, si avevano quei cinquanta centesimi di lira per pagare l'ingresso al cinema parrocchiale dove davano i film di Tom Mix.
Lassù, dove ora ci sono spazio e silenzio e non turisti, non sciatori, non greggi; solo qualche cacciatore armato di cannocchiale e binocolo, arrivato camminando ancora prima dell'alba, che sta immobile ad osservare i camosci per studiarli, capire, considerare prima di decidere a chi deve indirizzare la sua mira. Con le prime nevicate di fine autunno i camosci lasciano i campi dell'amore per discendere verso i boschi sottostanti dove sarà più facile superare l'inverno.
Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire [...] ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zufolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente.
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un larice, all'asciutto, cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare delle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e per i doni che la natura ti elargisce. Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dietro le nuvole, i boschi più scuri e, da una castagna di legna, schizzar via lo scricciolo.
Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve.
Le prime piogge di fine settimana lavano i residui dell'estate e ogni foglia d'erba, ogni ramoscello ha la sua perla. I cervi, i caprioli, immobili dentro il bosco, godono della pioggia che li lava e li libera dai fastidi degli insetti alati. Anche per noi è bello e liberatorio andare con stivali e mantellina impermeabile tra la pioggia, vagabondare senza prefissare una meta e incontrare con reciproca sorpresa uno scoiattolo che ti fissa da un ramo, o gli occhi di un pettirosso immobile dentro un cespuglio di rose canine carico di bacche rosse.
I tuoi passi si confondono con il rumore delle gocce che cadono sugli alberi e poi nel sottobosco con rumore più forte; con questo tempo diventa più probabile avvicinare e sorprendere quegli animali che con l'uomo hanno poca dimestichezza o che per esperienza lo temono.
Tante cose nel corso delle stagioni la natura può insegnare a chi osserva; ma è nell'autunno che il bosco si fa leggere con chiarezza: lo sviluppo delle crescite annuali degli alberi, la maturazione dei frutti e delle drupe nel sottobosco e, magari, le brutte tracce del passaggio degli uomini incivili.
Tra i modi possibili di cacciare, questo d'autunno - con la pioggia e con un cane in luoghi che ben conosci, con un fucile che senti tua continuazione, e l'ora della stagione, e i ricordi che ti accompagnano - ti fa intensamente partecipare a un mondo che senti esclusivamente tuo, che ti aiuta a capire le stagioni della tua vita che nessuno mai potrà rubarti.
Con le piogge dell'autunno arrivava anche la noia della domenica pomeridiana; non si poteva giocare sulla strada e nemmeno sui prati, o lungo il torrente che diventava giallo e impetuoso. Non sempre, poi, si avevano quei cinquanta centesimi di lira per pagare l'ingresso al cinema parrocchiale dove davano i film di Tom Mix.
Lassù, dove ora ci sono spazio e silenzio e non turisti, non sciatori, non greggi; solo qualche cacciatore armato di cannocchiale e binocolo, arrivato camminando ancora prima dell'alba, che sta immobile ad osservare i camosci per studiarli, capire, considerare prima di decidere a chi deve indirizzare la sua mira. Con le prime nevicate di fine autunno i camosci lasciano i campi dell'amore per discendere verso i boschi sottostanti dove sarà più facile superare l'inverno.
Al mattino gli stagni degli abbeveratoi sono velati dal ghiaccio e nelle zone in ombra la brina giorno dopo giorno aumenta la sua consistenza. Uno sparo lontano ti farà ricordare che il tempo della caccia sta per finire [...] ti accorgi anche di altri suoni: un sommesso e flautato zufolare di ciuffolotti confidenti sugli apici del bosco, la voce di un pettirosso dentro un cespuglio di rosa canina, un corvo imperiale solitario che vola alto e richiama la compagna che era rimasta indietro, la corsa di un capriolo e un suono di campane che il bel tempo ti porta da ponente.
Così una dolce malinconia ti prende, la melanconia dell'autunno, e sotto un larice, all'asciutto, cerchi anche tu un luogo dove accucciarti per meditare delle stagioni della tua vita e sull'esistenza che corre via con i ricordi che diventano preghiera di ringraziamento per la vita che hai avuto e per i doni che la natura ti elargisce. Una mattina di dicembre vedrai il cielo uniformemente grigio, le montagne dietro le nuvole, i boschi più scuri e, da una castagna di legna, schizzar via lo scricciolo.
Il suo campanellino d'argento ti dirà prossima la prima neve.
Autunno, da "Stagioni", Mario Rigoni Stern
martedì 30 ottobre 2018
Presidente della Provincia: una scelta difficile
Sento il dovere di condividere una riflessione sul tema del nuovo Presidente della Provincia, perché da quando sono stato eletto, è forse la questione che più mi ha interrogato e fatto “soffrire”, considerato poi che su di me, consigliere di Vicenza, pesa anche la responsabilità di rappresentare (nel mio piccolo) il mondo civico e l’area del centrosinistra nell'interesse generale.
Questi sono giorni di vacanza “forzata” per noi insegnanti, a seguito del rischio allagamento, occasione per prepararmi alle riunioni, alle Commissioni e ai direttivi in programma. Domani poi è un giorno importante, in V Commissione si parla di Ipab e, soprattutto, si vota per il Presidente della Provincia.
Io e gli altri colleghi di minoranza di Vicenza non parteciperemo.
Sono nuovo nel mondo dell’Amministrazione e della politica in generale, quindi provo a fare un favore a me stesso e alle persone che mi stanno vicine spiegando cosa significa questo voto. Non per dare lezioni, ma per capire bene l’importanza di questo momento per la nostra Comunità e per spiegare perché dico: “scelta sofferta”. In questi giorni veniamo definiti “consiglieri ribelli”. Sebbene sia un aggettivo che a me piace molto, in questo caso mi rende triste perché quello che ci muove, invece, è distantissimo dalla “ribellione”.
Mi spiego. Dopo l'esito del Referendum Costituzionale, la Provincia rimane un Ente al servizio dei Comuni e al servizio dei cittadini, gestendo funzioni fondamentali come, ad esempio, le strade, le scuole medie superiori, l'ambiente, nonché alcune funzioni delegate dalla Regione come l’urbanistica, la protezione civile, il turismo. La Provincia nomina anche i rappresentanti in Enti, Aziende, Consorzi, Istituzioni, Società e organismi partecipati. Insomma, una grande responsabilità. Anche perché il Presidente della Provincia adotta provvedimenti amministrativi solitamente in forma di decreto, ovvero in una forma definitiva e immediatamente esecutiva. Un grande potere.
Dal 2014 però non si vota più andando ai seggi, perché questo voto è delegato ai sindaci e ai consiglieri comunali in carica a Vicenza e nella sua Provincia. Il voto viene ponderato a seconda della fascia di popolazione del comune rappresentato dall'elettore: abbiamo proprio una scheda di colore diverso, perché il voto di noi consiglieri di Vicenza, rappresentanti del Comune più grande, conta diversamente (di più).
Gli scorsi 4 anni hanno visto come Presidente Achille Variati, che ha voluto impostare il suo governo non secondo la logica “centrodestra contro centrosinistra”, bensì come “Casa dei Comuni”, luogo di collaborazione fra amministratori di città e provenienze politiche diverse per governare un’area vasta nell'interesse di tutti.
Le ultime settimane sono state particolari. Chi mi conosce sa che non prendo questi appuntamenti “alla leggera”, soprattutto perché essendo nuovo cerco di informarmi il più possibile, nel rispetto più totale del mio ruolo e delle istituzioni con le quali ho l’onore di interfacciarmi. Sono poi un convinto sostenitore del dovere del voto, a maggior ragione in questo caso dove faccio da tramite.
Da qualche tempo io, Sandro e le persone che con me fanno politica, abbiamo chiesto, valutato, indagato chi fossero le persone che si volevano offrire per questa importante carica. Sapevamo che dopo le recenti elezioni il “vento” politico in Provincia girava a favore del Centrodestra, ma guardavamo, per esempio, con grande ammirazione e speranza a figure “nuove” come il giovane Sindaco di Chiampo Macilotti, che poteva essere il profilo di un amministratore “dal basso”, slegato da appartenenze ideologiche o partitiche, dove convergere insieme ad altri.
Ebbene, è successo che a poche ore dal termine di presentazione delle candidature, tutte, ma proprio tutte, le anime amministrative provinciali (centrodestra, centrosinistra, civici) convergessero sulla figura del Sindaco Rucco, con accordo firmato da alcuni rappresentanti circa le deleghe, le Vicepresidenze, la conformazione del futuro Consiglio Provinciale.
Una situazione a noi totalmente sconosciuta e, chiaramente, davvero difficile.
In primo luogo, avevamo bene in mente le parole del Sindaco che esprimeva – giustamente - la preoccupazione sulle difficoltà che il quadruplo ruolo (Sindaco, Cultura, Sicurezza, Provincia) potesse comportare in un momento in cui la Città necessita del massimo impegno. Il Sindaco poi è solo da qualche mese alle prese con le difficoltà dell’amministrare, una responsabilità ben diversa da quella del “consigliare”.
In secondo luogo per il metodo con cui è avvenuta la scelta, che riflette la mancanza di un progetto condiviso. Che bello sarebbe stato trovarsi con altri amministratori della nostra terra, non dico per fare scelte diverse, quantomeno per conoscersi e capire, valutare di persona con chi doveva essere l’anima e il motore di questo accordo!
In generale penso che, ancora una volta, si sia persa un’occasione. Un centrosinistra sempre più in crisi di consenso, perché in crisi di idee, ha scelto (pur con le sue ragioni) un accordo di spartizione delle cariche piuttosto che impegnarsi nella stesura di un documento programmatico forte e condiviso che individuasse le priorità di intervento nel territorio.
So di per certo che le persone che hanno lavorato per questo accordo hanno agito in buonafede, pensando al bene di tutti, anche di quegli amministratori di centrosinistra che resistono nei nostri territori e che non possono rimanere fuori, lasciati soli, esclusi. L’amarezza però viene dal pensare al nostro compito, al dovere di rappresentare – anche - un’alternativa culturale e politica alla Lega e alle destre, di provare piano piano a valorizzare quei modelli veneti che resistono a questa lunga onda che oggi ci governa ad ogni livello.
Mi viene in mente questo passo dei Piccoli Maestri (guarda caso, ambientato in Provincia..)
"In tutta la provincia avvenivano le stesse cose, come al mio paese. La gente si radunava, si contava, sbandati fraternizzavano con in nuovi renitenti, le famiglie incoraggiavano. c'era un moto generale di rivolta, un no radicale, veramente spazientito. Il moto degli animi investiva non solo il regime crollato, ma l'intero mondo che in esso si era espresso. La gente voleva farla finita e ricominciare. Tutti andavano a tentoni. Tutto era nell'idea di doversi arrangiare da sé, perché si sentiva che tutto era andato in un fascio, sia il fascio che il resto; e così qualunque iniziativa, anche la più moderata, conteneva un germe di ribellione, e questi germi fiorivano a vista d'occhio. Gli istituti non c'erano più, li avremmo potuti rifare noi, di sana pianta; era ora".
Questi sono giorni di vacanza “forzata” per noi insegnanti, a seguito del rischio allagamento, occasione per prepararmi alle riunioni, alle Commissioni e ai direttivi in programma. Domani poi è un giorno importante, in V Commissione si parla di Ipab e, soprattutto, si vota per il Presidente della Provincia.
Io e gli altri colleghi di minoranza di Vicenza non parteciperemo.
Sono nuovo nel mondo dell’Amministrazione e della politica in generale, quindi provo a fare un favore a me stesso e alle persone che mi stanno vicine spiegando cosa significa questo voto. Non per dare lezioni, ma per capire bene l’importanza di questo momento per la nostra Comunità e per spiegare perché dico: “scelta sofferta”. In questi giorni veniamo definiti “consiglieri ribelli”. Sebbene sia un aggettivo che a me piace molto, in questo caso mi rende triste perché quello che ci muove, invece, è distantissimo dalla “ribellione”.
Mi spiego. Dopo l'esito del Referendum Costituzionale, la Provincia rimane un Ente al servizio dei Comuni e al servizio dei cittadini, gestendo funzioni fondamentali come, ad esempio, le strade, le scuole medie superiori, l'ambiente, nonché alcune funzioni delegate dalla Regione come l’urbanistica, la protezione civile, il turismo. La Provincia nomina anche i rappresentanti in Enti, Aziende, Consorzi, Istituzioni, Società e organismi partecipati. Insomma, una grande responsabilità. Anche perché il Presidente della Provincia adotta provvedimenti amministrativi solitamente in forma di decreto, ovvero in una forma definitiva e immediatamente esecutiva. Un grande potere.
Dal 2014 però non si vota più andando ai seggi, perché questo voto è delegato ai sindaci e ai consiglieri comunali in carica a Vicenza e nella sua Provincia. Il voto viene ponderato a seconda della fascia di popolazione del comune rappresentato dall'elettore: abbiamo proprio una scheda di colore diverso, perché il voto di noi consiglieri di Vicenza, rappresentanti del Comune più grande, conta diversamente (di più).
Gli scorsi 4 anni hanno visto come Presidente Achille Variati, che ha voluto impostare il suo governo non secondo la logica “centrodestra contro centrosinistra”, bensì come “Casa dei Comuni”, luogo di collaborazione fra amministratori di città e provenienze politiche diverse per governare un’area vasta nell'interesse di tutti.
Le ultime settimane sono state particolari. Chi mi conosce sa che non prendo questi appuntamenti “alla leggera”, soprattutto perché essendo nuovo cerco di informarmi il più possibile, nel rispetto più totale del mio ruolo e delle istituzioni con le quali ho l’onore di interfacciarmi. Sono poi un convinto sostenitore del dovere del voto, a maggior ragione in questo caso dove faccio da tramite.
Da qualche tempo io, Sandro e le persone che con me fanno politica, abbiamo chiesto, valutato, indagato chi fossero le persone che si volevano offrire per questa importante carica. Sapevamo che dopo le recenti elezioni il “vento” politico in Provincia girava a favore del Centrodestra, ma guardavamo, per esempio, con grande ammirazione e speranza a figure “nuove” come il giovane Sindaco di Chiampo Macilotti, che poteva essere il profilo di un amministratore “dal basso”, slegato da appartenenze ideologiche o partitiche, dove convergere insieme ad altri.
Ebbene, è successo che a poche ore dal termine di presentazione delle candidature, tutte, ma proprio tutte, le anime amministrative provinciali (centrodestra, centrosinistra, civici) convergessero sulla figura del Sindaco Rucco, con accordo firmato da alcuni rappresentanti circa le deleghe, le Vicepresidenze, la conformazione del futuro Consiglio Provinciale.
Una situazione a noi totalmente sconosciuta e, chiaramente, davvero difficile.
In primo luogo, avevamo bene in mente le parole del Sindaco che esprimeva – giustamente - la preoccupazione sulle difficoltà che il quadruplo ruolo (Sindaco, Cultura, Sicurezza, Provincia) potesse comportare in un momento in cui la Città necessita del massimo impegno. Il Sindaco poi è solo da qualche mese alle prese con le difficoltà dell’amministrare, una responsabilità ben diversa da quella del “consigliare”.
In secondo luogo per il metodo con cui è avvenuta la scelta, che riflette la mancanza di un progetto condiviso. Che bello sarebbe stato trovarsi con altri amministratori della nostra terra, non dico per fare scelte diverse, quantomeno per conoscersi e capire, valutare di persona con chi doveva essere l’anima e il motore di questo accordo!
In generale penso che, ancora una volta, si sia persa un’occasione. Un centrosinistra sempre più in crisi di consenso, perché in crisi di idee, ha scelto (pur con le sue ragioni) un accordo di spartizione delle cariche piuttosto che impegnarsi nella stesura di un documento programmatico forte e condiviso che individuasse le priorità di intervento nel territorio.
So di per certo che le persone che hanno lavorato per questo accordo hanno agito in buonafede, pensando al bene di tutti, anche di quegli amministratori di centrosinistra che resistono nei nostri territori e che non possono rimanere fuori, lasciati soli, esclusi. L’amarezza però viene dal pensare al nostro compito, al dovere di rappresentare – anche - un’alternativa culturale e politica alla Lega e alle destre, di provare piano piano a valorizzare quei modelli veneti che resistono a questa lunga onda che oggi ci governa ad ogni livello.
Mi viene in mente questo passo dei Piccoli Maestri (guarda caso, ambientato in Provincia..)
"In tutta la provincia avvenivano le stesse cose, come al mio paese. La gente si radunava, si contava, sbandati fraternizzavano con in nuovi renitenti, le famiglie incoraggiavano. c'era un moto generale di rivolta, un no radicale, veramente spazientito. Il moto degli animi investiva non solo il regime crollato, ma l'intero mondo che in esso si era espresso. La gente voleva farla finita e ricominciare. Tutti andavano a tentoni. Tutto era nell'idea di doversi arrangiare da sé, perché si sentiva che tutto era andato in un fascio, sia il fascio che il resto; e così qualunque iniziativa, anche la più moderata, conteneva un germe di ribellione, e questi germi fiorivano a vista d'occhio. Gli istituti non c'erano più, li avremmo potuti rifare noi, di sana pianta; era ora".
venerdì 26 ottobre 2018
Verba volant, scripta manent
Desidero spendere un piccolo pensiero per la nostra amata Biblioteca Bertoliana, che ha recentemente cambiato le persone alla sua guida i prossimi anni. È un luogo a cui devo tantissimo, davvero tanto, perché dentro quei palazzi pieni di storia e di opere preziose dal punto di vista umano, artistico, storiografico, archivistico, ho passato fra le ore migliori della mia vita, da studente come da volontario del Servizio Civile.
Tante volte ho ascoltato il Presidente Giuseppe Pupillo. Soprattutto quando offriva a noi volontari l’immancabile caffè di metà mattinata, interessandosi del nostro lavoro, raccontandoci le novità da Palazzo Cordellina. Non lo nego, i suoi racconti mescolavano la speranza alla rassegnazione, dovuta al continuo naufragare di ogni progetto, dall’assenza cronica di un investimento strutturale di cui la Bertoliana aveva bisogno come l’aria per diventare il punto di riferimento culturale della Città. In lui, come in tutti i lavoratori e professionisti della Biblioteca che curano questo patrimonio fra mille difficoltà, non ho mai visto toni sopra le righe, prese di posizione preconcette come, ormai, succede quasi ovunque: è sempre più facile puntare i piedi e lasciar chiudere.
Investire su questo luogo invece non è un “vezzo” culturale, un’idea come le altre: è un’emergenza, una necessità dovuta al fatto che il sistema-biblioteca (aule studio, scambio prestiti, conservazione di strutture storiche e patrimonio librario antico e moderno ), semplicemente non regge più con queste risorse, in questi spazi. Nonostante questo, la Bertoliana è ancora un patrimonio riconosciuto a livello nazionale (e non solo) per le sue opere antiche e rare, per il suo personale specializzato che offre anche gratuitamente o in modo precario la sua competenza, ma soprattutto per la voglia di stare insieme al di là delle etichette e delle appartenenze che è il senso ultimo dell’idea di Biblioteca: uno spazio libero per le persone e per il sapere.
Proprio per questo motivo fa rabbia pensare a quanto non si è fatto e non si potuto fare. Ho letto l’intervista alla nuova Presidente Visentin, che dichiara in anticipo che i suoi consigli li prenderà dal professor Giulianati, spendendosi in dichiarazioni non entusiaste sul lavoro svolto in questi anni da associazioni come Amici della Bertoliana, della quale, a scanso di equivoci, non faccio parte. Porgo alla Presidente Visentin gli auguri di buon lavoro, sperando possa portare presto a risultati concreti, più concreti dell’annunciato cambio di denominazione che, francamente, non sembra la priorità. Mi permetto solo un piccolo appunto, Presidente: non disprezzi il lavoro di chi l’ha preceduta. La Bertoliana è il luogo di tutti, non ha colori politici. Le persone che ha citato nell’intervista hanno fatto tanto. Senza l’indispensabile appoggio dell’Amministrazione, e la volontà politica generale di puntare decisamente sulla Biblioteca, come non è stato fatto finora, ogni discorso è vano.
Noi ci siamo.
Tante volte ho ascoltato il Presidente Giuseppe Pupillo. Soprattutto quando offriva a noi volontari l’immancabile caffè di metà mattinata, interessandosi del nostro lavoro, raccontandoci le novità da Palazzo Cordellina. Non lo nego, i suoi racconti mescolavano la speranza alla rassegnazione, dovuta al continuo naufragare di ogni progetto, dall’assenza cronica di un investimento strutturale di cui la Bertoliana aveva bisogno come l’aria per diventare il punto di riferimento culturale della Città. In lui, come in tutti i lavoratori e professionisti della Biblioteca che curano questo patrimonio fra mille difficoltà, non ho mai visto toni sopra le righe, prese di posizione preconcette come, ormai, succede quasi ovunque: è sempre più facile puntare i piedi e lasciar chiudere.
Investire su questo luogo invece non è un “vezzo” culturale, un’idea come le altre: è un’emergenza, una necessità dovuta al fatto che il sistema-biblioteca (aule studio, scambio prestiti, conservazione di strutture storiche e patrimonio librario antico e moderno ), semplicemente non regge più con queste risorse, in questi spazi. Nonostante questo, la Bertoliana è ancora un patrimonio riconosciuto a livello nazionale (e non solo) per le sue opere antiche e rare, per il suo personale specializzato che offre anche gratuitamente o in modo precario la sua competenza, ma soprattutto per la voglia di stare insieme al di là delle etichette e delle appartenenze che è il senso ultimo dell’idea di Biblioteca: uno spazio libero per le persone e per il sapere.
Proprio per questo motivo fa rabbia pensare a quanto non si è fatto e non si potuto fare. Ho letto l’intervista alla nuova Presidente Visentin, che dichiara in anticipo che i suoi consigli li prenderà dal professor Giulianati, spendendosi in dichiarazioni non entusiaste sul lavoro svolto in questi anni da associazioni come Amici della Bertoliana, della quale, a scanso di equivoci, non faccio parte. Porgo alla Presidente Visentin gli auguri di buon lavoro, sperando possa portare presto a risultati concreti, più concreti dell’annunciato cambio di denominazione che, francamente, non sembra la priorità. Mi permetto solo un piccolo appunto, Presidente: non disprezzi il lavoro di chi l’ha preceduta. La Bertoliana è il luogo di tutti, non ha colori politici. Le persone che ha citato nell’intervista hanno fatto tanto. Senza l’indispensabile appoggio dell’Amministrazione, e la volontà politica generale di puntare decisamente sulla Biblioteca, come non è stato fatto finora, ogni discorso è vano.
Noi ci siamo.
sabato 13 ottobre 2018
Mettere radici e sradicarsi
Sono trascorsi 125 giorni dalle elezioni che hanno consegnato una nuova Amministrazione alla mia Città. Sembra passato molto tempo, in realtà è successo poco. Pochi i Consigli comunali, poche le Commissioni, poco lo spazio per il dibattito.

È grande invece il tempo e lo spazio sui giornali, le foto, gli annunci su Facebook. È anche grande, lo posso giurare, la voglia di partecipare, di riunirsi in associazione, di promuovere iniziative per la nostra attualità come per il lungo periodo: la cultura (Perché Vicenza non può sognare di esserne Capitale?), la nascita di centri sociali aggreganti, il progetto di una scuola politica.
Di frequente persone della mia vita, amici, elettori che non sapevo di avere, mi fermano per chiedere conto delle dinamiche in Comune, un giudizio su questa e su quella persona, “cosa si può fare”. Io sono onorato di parlare di Vicenza e fungere da tramite, per quanto mi è possibile. Molti si aspettano un elenco delle cose che non vanno, degli errori dell’Amministrazione, dei suoi rappresentanti in Consiglio, un giudizio, un voto. Chiaramente, è mio dovere valutare e monitorare, dare un indirizzo.
Non è invece nel mio stile, né in quello dell’Associazione che rappresento, il ruolo di agenzia stampa per la produzione di sentenze, pratica che nella politica e nella società di oggi si spreca ad ogni livello, dove si fa a gara per dare giudizi di “incompetenza”, “incapacità”, “corruzione”: la soluzione più facile. In questi mesi, sto imparando anche a conoscere prima di dire, qualche volta sbagliando.
Pensavo di scrivere di questi primi mesi da Capogruppo di minoranza. Oggi però sul giornale l’amico Giovanni Diamanti scrive un articolo dal titolo “La crisi dell’opposizione senza leader” che mi ha fatto molto pensare, e che mi offre l’occasione per fare il punto.
Giovanni concentra la sua riflessione sulle forze di minoranza di cui faccio parte, accusandole di essere "divise, senza un leader forte e riconosciuto” e a tal proposito fa un paragone con chi, dalla Minoranza, è passato oggi a essere Maggioranza: “Non è un caso che alla fine ad essere eletto sia stata una delle poche voci ostinatamente contrarie in questi anni, Francesco Rucco".
Non entro nel merito della sua analisi, anche se, per quello che ho potuto vedere, non credo che la candidatura del Sindaco Rucco abbia avuto un percorso “forte” né condiviso, e non ho visto negli anni precedenti un’opposizione “ostinata e dura” come lui la descrive.
Questi termini però, lo ammetto, mi intrigano molto. Non passa giorno senza che mi confronti con persone circa l’equilibrio da tenere fra “radicalità” e “impegno civico”, sul non “sembrare troppo moderati” e “ottenere dei risultati”. Mi viene alla mente quando, questa estate, uscendo da Fornaci Rosse, un ragazzo – forse complice la birra - mi ha fermato dicendomi: “Selmo, tu sei giovane e hai anche un piercing. Devi essere radicale, battere duro!”.
Excursus a parte, è un tema che mi interroga non poco.
Proseguendo con il suo ragionamento, Giovanni traccia un percorso: “Il centrosinistra e l'opposizione dovrebbero compattarsi e dar vita a un nuovo progetto a lungo raggio, identificando già ora delle figure che possano guidare questo percorso. Figure giovani, nuovi leader, che non facciano sconti alla maggioranza e che sappiano offrire progetti e prospettive.” Le caratteristiche del “leader” sono poi i temi di ogni campagna elettorale: “Forte sul territorio”, “presente nelle periferie e frazioni” e “meno legato ai partiti”.
Concordo con Giovanni: un leader serve sempre, e con queste caratteristiche. Ma in questo momento, mentre sorseggio un caffè sul tavolo della cucina, cercando informazioni sul depuratore di Casale (tema della prossima Commissione Territorio), in questo istante sento dentro di me il desiderio forte di sfidare una visione statica e deterministica delle cose. La sfido perché vorrei vedere nella nostra Comunità, nel nostro Paese, emergere prima di tutto una cultura politica e poi, solo poi, che questa venga valorizzata da un leader. In particolar modo oggi, che i disillusi sono la maggioranza.
Sono tempi duri per chiunque si definisca di sinistra (ma io preferirei dire “per chi opera a sinistra”) - io non lo nego. Sono anni che a sinistra si cerca un leader condiviso. Sembra di vivere in un’opera di Beckett in cui si aspetta Godot, il leader di una fantomatica sinistra che dovrebbe essere in grado di fare battaglia sulle idee ancor prima che sulle persone. “Il 2023, politicamente, è dietro l'angolo. Viviamo i tempi della campagna permanente, e Vicenza non è impermeabile alle nuove esigenze della politica veloce” – scrive Giovanni, che è anche un professionista del settore.
Lo dico: mi spaventa la “campagna elettorale permanente”. Mi spaventa il rischio di farci scavalcare dalle scorciatoie, dall'esigenza compulsiva di essere sul giornale un giorno sì e l'altro pure. Mi spaventa scadere in un’opposizione – in un impegno - che sia sola facciata e trafiletti sul giornale, ad un linguaggio sempre colorito, da "piazza". Ovviamente non è di questo che parla Giovanni: ma è il rischio che io avverto.
Mi discosto però dall'ansia del “candidato da trovare” e pongo l’accento sul presente da curare con un percorso davvero controcorrente, che non si proponga in prima battuta di far cadere il governo del Paese o della città, ma di farlo funzionare al meglio.
Chiara, la persona con la quale io e i miei amici ci siamo - insieme - “candidati”, mi ha regalato queste parole che vorrei condividere con voi. Perché le porteremo dentro Da adesso in poi (la nostra piattaforma, non l'unica, non la migliore) con molta umiltà e tanta convinzione.

“Penso che ognuno di noi, compiendo le proprie grandi o piccole scelte quotidiane, si conceda delle occasioni per “stare dentro” alcune situazioni piuttosto che altre. Ognuno di noi fa le proprie strade e grazie ai propri percorsi può raccontare ciò che coglie e, anzi, se ognuno potesse sentirsi libero di raccontare le cose belle o difficili che sta capendo, potremmo regalarci gli uni gli altri alcuni piccoli specchi dentro cui guardarci!
Per me l’importante, quello che mi ha fatto decidere di candidarmi, è essere prossima, poter stare dove nascono e si condividono i pensieri di chi desidera governare... per mescolare anche i miei pensieri... per aprire punti di vista... condividere le mie idee!
Oggi, in questo momento della mia vita, questo è R-ESISTERE... esistere dentro cose che non capisco fino in fondo, che mi spaventano e che mi mettono davanti a quel maledetto specchio.”
“La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere...“

È grande invece il tempo e lo spazio sui giornali, le foto, gli annunci su Facebook. È anche grande, lo posso giurare, la voglia di partecipare, di riunirsi in associazione, di promuovere iniziative per la nostra attualità come per il lungo periodo: la cultura (Perché Vicenza non può sognare di esserne Capitale?), la nascita di centri sociali aggreganti, il progetto di una scuola politica.
Di frequente persone della mia vita, amici, elettori che non sapevo di avere, mi fermano per chiedere conto delle dinamiche in Comune, un giudizio su questa e su quella persona, “cosa si può fare”. Io sono onorato di parlare di Vicenza e fungere da tramite, per quanto mi è possibile. Molti si aspettano un elenco delle cose che non vanno, degli errori dell’Amministrazione, dei suoi rappresentanti in Consiglio, un giudizio, un voto. Chiaramente, è mio dovere valutare e monitorare, dare un indirizzo.
Non è invece nel mio stile, né in quello dell’Associazione che rappresento, il ruolo di agenzia stampa per la produzione di sentenze, pratica che nella politica e nella società di oggi si spreca ad ogni livello, dove si fa a gara per dare giudizi di “incompetenza”, “incapacità”, “corruzione”: la soluzione più facile. In questi mesi, sto imparando anche a conoscere prima di dire, qualche volta sbagliando.
Pensavo di scrivere di questi primi mesi da Capogruppo di minoranza. Oggi però sul giornale l’amico Giovanni Diamanti scrive un articolo dal titolo “La crisi dell’opposizione senza leader” che mi ha fatto molto pensare, e che mi offre l’occasione per fare il punto.
Giovanni concentra la sua riflessione sulle forze di minoranza di cui faccio parte, accusandole di essere "divise, senza un leader forte e riconosciuto” e a tal proposito fa un paragone con chi, dalla Minoranza, è passato oggi a essere Maggioranza: “Non è un caso che alla fine ad essere eletto sia stata una delle poche voci ostinatamente contrarie in questi anni, Francesco Rucco".
Non entro nel merito della sua analisi, anche se, per quello che ho potuto vedere, non credo che la candidatura del Sindaco Rucco abbia avuto un percorso “forte” né condiviso, e non ho visto negli anni precedenti un’opposizione “ostinata e dura” come lui la descrive.
Questi termini però, lo ammetto, mi intrigano molto. Non passa giorno senza che mi confronti con persone circa l’equilibrio da tenere fra “radicalità” e “impegno civico”, sul non “sembrare troppo moderati” e “ottenere dei risultati”. Mi viene alla mente quando, questa estate, uscendo da Fornaci Rosse, un ragazzo – forse complice la birra - mi ha fermato dicendomi: “Selmo, tu sei giovane e hai anche un piercing. Devi essere radicale, battere duro!”.
Excursus a parte, è un tema che mi interroga non poco.
Proseguendo con il suo ragionamento, Giovanni traccia un percorso: “Il centrosinistra e l'opposizione dovrebbero compattarsi e dar vita a un nuovo progetto a lungo raggio, identificando già ora delle figure che possano guidare questo percorso. Figure giovani, nuovi leader, che non facciano sconti alla maggioranza e che sappiano offrire progetti e prospettive.” Le caratteristiche del “leader” sono poi i temi di ogni campagna elettorale: “Forte sul territorio”, “presente nelle periferie e frazioni” e “meno legato ai partiti”.
Concordo con Giovanni: un leader serve sempre, e con queste caratteristiche. Ma in questo momento, mentre sorseggio un caffè sul tavolo della cucina, cercando informazioni sul depuratore di Casale (tema della prossima Commissione Territorio), in questo istante sento dentro di me il desiderio forte di sfidare una visione statica e deterministica delle cose. La sfido perché vorrei vedere nella nostra Comunità, nel nostro Paese, emergere prima di tutto una cultura politica e poi, solo poi, che questa venga valorizzata da un leader. In particolar modo oggi, che i disillusi sono la maggioranza.
Sono tempi duri per chiunque si definisca di sinistra (ma io preferirei dire “per chi opera a sinistra”) - io non lo nego. Sono anni che a sinistra si cerca un leader condiviso. Sembra di vivere in un’opera di Beckett in cui si aspetta Godot, il leader di una fantomatica sinistra che dovrebbe essere in grado di fare battaglia sulle idee ancor prima che sulle persone. “Il 2023, politicamente, è dietro l'angolo. Viviamo i tempi della campagna permanente, e Vicenza non è impermeabile alle nuove esigenze della politica veloce” – scrive Giovanni, che è anche un professionista del settore.
Lo dico: mi spaventa la “campagna elettorale permanente”. Mi spaventa il rischio di farci scavalcare dalle scorciatoie, dall'esigenza compulsiva di essere sul giornale un giorno sì e l'altro pure. Mi spaventa scadere in un’opposizione – in un impegno - che sia sola facciata e trafiletti sul giornale, ad un linguaggio sempre colorito, da "piazza". Ovviamente non è di questo che parla Giovanni: ma è il rischio che io avverto.
Mi discosto però dall'ansia del “candidato da trovare” e pongo l’accento sul presente da curare con un percorso davvero controcorrente, che non si proponga in prima battuta di far cadere il governo del Paese o della città, ma di farlo funzionare al meglio.
Chiara, la persona con la quale io e i miei amici ci siamo - insieme - “candidati”, mi ha regalato queste parole che vorrei condividere con voi. Perché le porteremo dentro Da adesso in poi (la nostra piattaforma, non l'unica, non la migliore) con molta umiltà e tanta convinzione.

“Penso che ognuno di noi, compiendo le proprie grandi o piccole scelte quotidiane, si conceda delle occasioni per “stare dentro” alcune situazioni piuttosto che altre. Ognuno di noi fa le proprie strade e grazie ai propri percorsi può raccontare ciò che coglie e, anzi, se ognuno potesse sentirsi libero di raccontare le cose belle o difficili che sta capendo, potremmo regalarci gli uni gli altri alcuni piccoli specchi dentro cui guardarci!
Per me l’importante, quello che mi ha fatto decidere di candidarmi, è essere prossima, poter stare dove nascono e si condividono i pensieri di chi desidera governare... per mescolare anche i miei pensieri... per aprire punti di vista... condividere le mie idee!
Oggi, in questo momento della mia vita, questo è R-ESISTERE... esistere dentro cose che non capisco fino in fondo, che mi spaventano e che mi mettono davanti a quel maledetto specchio.”
“La vera cultura è mettere radici e sradicarsi. Mettere radici nel più profondo della terra natia. Nella sua eredità spirituale. Ma è anche sradicarsi e cioè aprirsi alla pioggia e al sole, ai fecondi rapporti delle civiltà straniere...“
(Léopold Sédar Senghor)
martedì 28 agosto 2018
Colli Berici
Si parte! Sono felice, enormemente entusiasta di ripartire zaino in spalla e fazzolettone al collo.
Per il terzo anno trenta ragazzi da tutta Italia cammineranno per le strade di Vicenza e dei Colli Berici confrontandosi su scelte, volontariato, utilizzo del proprio tempo, Chiamata e politica.
Questo è un campo al quale teniamo molto: ovviamente perché l'abbiamo nel cuore, avendolo curato dall'inizio, pensato dal nulla con un po' di sana incoscienza e un certo orgoglio per la bellezza delle nostre strade.
Ma soprattutto per l'energia che danno i ragazzi, la speranza grande che ci trasmettono con i loro dubbi e con le incertezze che sono anche le nostre. Siamo fortunati: tanti vicentini questi giorni donano il loro tempo per aprire le porte e far conoscere le loro realtà di servizio. Il grande mondo del volontariato che in questa città opera continuamente, rispondendo all'esigenza di una comunità, impiegando il tempo con progettualità, competenza, gratuità: le caratteristiche del nostro "essere servitori", prima che "fare servizio".
E farlo insieme in un paesaggio così strano e umido.
I Colli Berici sono dietro a
Vicenza, a sud; con minuscole propaggini, come miniate, fanno vallette e
insenature. In una c’è un laghetto triste che si chiama Fimòn; al di là del
Laghetto si divaricano due versanti pelosi, come gambe distese. La
divaricazione è considerevole sotto alle ginocchia, e lì c’è il lago, come una antica urinata del monte; dalle
ginocchia in su il monte tiene le gambe più strette. La terra è cretosa, tutta
cosparsa di riccioli di castagne; ci sono alcune case isolate; la gente che vi
abita vive sempre in questo luogo, passa qui tutta la vita. Sono così poveri,
che non si capisce come riescano a campare: tutto ciò che si può dire è che
stanno in piedi, e quando aprono la bocca vien fuori la voce; mangiano anche,
cucinano, e ne danno anche a noi; ridono. […] –
Queste case non mi parevano edifici, ma modi di vivere; le corti tra i castani, e le viottole, e le stalle, e i sottoportici, tutto era mescolato alla povertà, era questa la forma della valle e della vita italiana.
Per il terzo anno trenta ragazzi da tutta Italia cammineranno per le strade di Vicenza e dei Colli Berici confrontandosi su scelte, volontariato, utilizzo del proprio tempo, Chiamata e politica.
Questo è un campo al quale teniamo molto: ovviamente perché l'abbiamo nel cuore, avendolo curato dall'inizio, pensato dal nulla con un po' di sana incoscienza e un certo orgoglio per la bellezza delle nostre strade.
Ma soprattutto per l'energia che danno i ragazzi, la speranza grande che ci trasmettono con i loro dubbi e con le incertezze che sono anche le nostre. Siamo fortunati: tanti vicentini questi giorni donano il loro tempo per aprire le porte e far conoscere le loro realtà di servizio. Il grande mondo del volontariato che in questa città opera continuamente, rispondendo all'esigenza di una comunità, impiegando il tempo con progettualità, competenza, gratuità: le caratteristiche del nostro "essere servitori", prima che "fare servizio".
E farlo insieme in un paesaggio così strano e umido.
I Colli Berici sono dietro a
Vicenza, a sud; con minuscole propaggini, come miniate, fanno vallette e
insenature. In una c’è un laghetto triste che si chiama Fimòn; al di là del
Laghetto si divaricano due versanti pelosi, come gambe distese. La
divaricazione è considerevole sotto alle ginocchia, e lì c’è il lago, come una antica urinata del monte; dalle
ginocchia in su il monte tiene le gambe più strette. La terra è cretosa, tutta
cosparsa di riccioli di castagne; ci sono alcune case isolate; la gente che vi
abita vive sempre in questo luogo, passa qui tutta la vita. Sono così poveri,
che non si capisce come riescano a campare: tutto ciò che si può dire è che
stanno in piedi, e quando aprono la bocca vien fuori la voce; mangiano anche,
cucinano, e ne danno anche a noi; ridono. […] – Queste case non mi parevano edifici, ma modi di vivere; le corti tra i castani, e le viottole, e le stalle, e i sottoportici, tutto era mescolato alla povertà, era questa la forma della valle e della vita italiana.
(Luigi Meneghello, I piccoli maestri, BUR, pp. 202-203)
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