lunedì 26 febbraio 2018

Questo posto amerò più di ogni altro

Si vota. Si è scritto di razzismo, estremismo, rifiuto del diverso. Una larga parte politica spinge forte per alzare barricate contro i migranti, l'Europa, i diritti. La maggioranza del paese si compatta nella sfiducia o nel rancore, in questo modo il mondo politico conservatore punta deciso al Governo.
Si è scritto di “nuovo fascismo” che fa presa sui giovani e sui “rimasti fuori”. Ecco, possiamo dare a questo rifiuto del bene comune il nome che preferiamo, ma penso che sia vero. Mi domando quale sarà la rappresentanza in Parlamento per il Paese che vuole al centro i diritti, l’integrazione, lo studio che porta al lavoro. (Non mi interessa quale colore, quale sigla).

Il poeta Bandini era iscritto al Partito Socialista quando questo era ancora di Nenni. Io non ho idea della vita e della politica di allora. Immagino - però – quel socialismo come un tentativo, un modo per riformare il mondo, cambiarlo in meglio. Bandini faceva politica (come Consigliere Comunale) e faceva poesia. Insieme. Ma non faceva poesie politiche. Fissava i ricordi di un’Italia che non c’è più (le tanto svilite “radici”). Scriveva di Vicenza.

L’Italia descritta era contadina, una civiltà rurale regolata sul ciclo delle stagioni e sul lavoro nei campi. Era incazzato con Vicenza (schiaccerò la cupola di rame del Palazzo Della Ragione): città ottusa, servile, democristiana. Immobile e pesante. Ma amava il cuore antico e nobile dei suoi palazzi, le sue ville, la sua gente. Amava il dialetto parlato da tutti, ma anche il latino dei preti e delle persone di cultura. Il ruolo attivo della sua poesia ha il valore della testimonianza, per resistere al peso della Storia e alle spinte peggiori del suo (nostro) tempo.

La nuovissima raccolta con tutte le sue poesie
Qui descrive in modo epico la sua vita a Vicenza, le giornate passate alla Bertoliana, a consultare libri e dizionari. Prova nostalgia, invidia per chi ha trovato fortuna altrove, rabbia per chi parla senza titolo. Ma dice anche della scelta di rimanere e cambiare.

Cosa voglio dire? Non lo so, sto provando a dare un senso al prossimo voto. Chissà che lo sforzo del poeta sia anche il nostro di elettori (perdenti, incazzati, indecisi). Chissà di riuscire quantomeno a entrare in cabina e fissare dei valori - anche se non siamo poeti - contro la peggiore "modernità". Questo. Escludere l’incompetenza e l'egualitarismo disinformato che sconfessa chiunque: medici, professori, specialisti, bravi politici. Esponendo la testa alla ventate scremare, allontanare, per quanto ci è possibile, le forme palesi o occulte di razzismo, il fascismo che trova terreno fertile nell'ignoranza, nella superficialità, nella volgarità.

Allora, cosa dite? (Non rispondono,
è inutile sperare che si sveglino
i vecchi abbati
al rintocco di aprile. (…)

No, non mi riferisco al presto o al tardi,
al fare o al non fare
e se oggi o domani.
Parlo d’anni lontani
quando il cuore fu gonfio
e la speranza un naviglio ormeggiato
desideroso di poter salpare.

Io parlo delle nuvole vaganti
su questi tetti
Ad ogni nuovo autunno,
delle mille sigarette
la cui cenere ho sparso
per tutta la città,
dell’adolescente carità
che poco tempo stette
tra noi, poi andò via.

Ed ecco viene con l’inverno il tempo
di slitte e biblioteca,
neve e filologia.
Viene il tempo
del codice pavano sotto il fioco
Sussurro della lampada,
e il dolce bulicame dei glossari
che mette pace tra i venti contrari
delle passate età
e la nuda parola ci rimena (…)

E viene con l’inverno
il tempo di salire alla collina
e tornare ragazzi
con mani e piedi e non secondo il frusto
mito dell’infanzia.
E com’è forte il gusto
del ghiaccio in bocca,
com’è bella la neve non tòcca
sulla spalletta,
come mi piace vivere!

Tutte le cose trascorrono in fretta
ed io rimango
ancora qui nella città natale.
Il mio cuore è un pluviometro,
esponendo la testa alle ventate
so la velocità del temporale.
E un giorno con un pugno schiaccerò
la cupola di rame del Palazzo
Della Ragione,
ma sempre in ogni stagione
questo posto amerò più d’ogni altro.

(Questo posto amerò più di ogni altro, presente nella raccolta "In modo lampante", 1962)

mercoledì 14 febbraio 2018

Lettera d'amore


Febbraio. Sui giornali della mia città, leggo opinioni e idee sulla Biblioteca Bertoliana. Amministratori, ex amministratori, futuri amministratori, ma anche appassionati, fruitori, amici. Si grida aiuto, fretta, "soluzioni", anche se è evidente che questo gioiello, incastonato nel Convento dei Padri Somaschi, stia soffrendo da tempo, e assieme ad esso i suoi libri, preziosi o meno, conservati nella Stanza del Capitolo o nelle celle che furono dei monaci. È evidente che quello della Biblioteca sia (anche) un problema di spazi, di contingenze storiche ed economiche. Ma (anche) di scelte (scelte politiche). Grazie a forze generose ma insufficienti, in difficoltà ma tenaci, questo luogo sopravvive.


Uno dei momenti più emozionati del mio servizio civile in queste stanze è stato vedere alcune lettere, lontane e preziosissime. Io ricordo quella recuperata da una scatola sigillata, uno scritto inedito aperto dopo cinquant'anni di attesa, che Luigi Meneghello aveva scritto alla moglie Katia. L’abbiamo usato per una mostra, perché è bella, questa lettera, sotto tanti punti di vista. Katia, internata nel campo di sterminio di Auschwitz nella primavera del 1945, è l'unica sopravvissuta della sua famiglia. A Malo conosce Luigi che, dopo la Resistenza, si trasferisce per lavoro a Reading.

Oggi è San Valentino. Soprattutto nei paesi di cultura anglosassone, come l'Inghilterra, un tratto caratteristico è lo scambio di valentine, bigliettini d'amore (spesso sagomati). Si stima che ogni anno vengano spediti il 14 febbraio circa un miliardo di biglietti d'auguri, al secondo posto, come numero di biglietti acquistati e spediti, dopo Natale.


No, Meneghello non ha mai scritto delle “valentine”. Le sue lettere, piuttosto, sono delle poesie. Tante di queste sono conservate in Contrà Riale. Come quelle che Gigi scrive a Katia in questa lettera ricca di sogni, dove immagina per lei (per loro) una stagione finalmente felice: fin da quando lei arriverà in stazione, e per tutto il viaggio fino alla nuova casa. "Ci sarà tempo, per tutto". 

“Non vedo l’ora di venire a Dover a cercarti tra la gente che sbarca; non figurarti una costa aperta ai venti, una bella scena di cinematografo, con il mare davanti e le nuvole alle spalle, sospese sopra i pascoli verdi, ecc. Tutto avverrà invece in una casetta davanti alla stazione, tra passeggeri, ufficiali della dogana, e valigie, e un po’ di fumo, se non sbaglio. Prenderemo il primo tè nel piccolo bar della stazione, più bello di quelli soliti in tutto il resto d’Inghilterra, ma non affatto bello in sé (Ursula vorrebbe che ti bendassi gli occhi e ti conducessi in fretta attraverso le loro stazioni, senza farti vedere le case basse, i muri affumicati, le strade semibuie). Ma quando il treno esce da Dover, e si riscopre il mare, e poi si procede dentro alla campagna del Kent, come sono belle e dolci, d’autunno, le luci, e come morbide le forme! È un vero peccato che tu arrivi d’inverno: avrei tanto voluto che tu arrivassi – come me – un po’ prima di sera, e facessi a questo modo la tua conoscenza dell’isola dove pianteremo famiglia. Ma ci sarà tempo, per tutto, e dopo l’inverno verrà la primavera, che qui è bellissima e improvvisa, e, nel suo pieno, ricca di verde e di fiori.”
“Così ti bacio tanto tanto, e poi un altro poco ancora.”


Luigi Meneghello alla moglie Katia, 3 ottobre 1948.

lunedì 5 febbraio 2018

Molta gente va in giro senza testa

Il lavoro nelle scuole elementari doveva essere temporaneo e invece, proprio come in Italia, niente è più definitivo del provvisorio. Eccomi in un’altra scuola, stavolta dedicata al grande poeta dei piccoli Gianni Rodari. È tempo di Carnevale, vacanze, maschere e lavori a tema.

La Rodari diventerà anche un seggio, dopo Carnevale. Io, al primo giorno in ogni nuova scuola, mi trasformo in sociologo-sondaggista ed indago le tendenze politiche del nuovo contesto territoriale. Questa volta con le classi quinte. Ecco in esclusiva le domande più rilevanti: 1 - Cosa vuoi fare da grande? 2 - Qual è la materia ti piace di più? 3 - Quale di meno? Perché? 
Mentre osservo che, su 24 intervistati, la maggioranza (60%) non è di famiglia italiana, alla televisione danno la notizia dell’attacco razziale a opera dell’ultrà di Salvini.

La domanda 1 mi sorprende per l’originalità di risposte, ben 21 sono diverse, uniche (solo 2 calciatori e 2 youtuber si ripetono). Grandi! Sentite le loro idee: maestra di asilo, truccatrice, chirurgo, archeologo, venditore, avvocato, ostetrica, banchiere, zoologo, paleontologo, scienziato, camionista, astronauta, attrice, stilista. 

È carnevale. Non insegno italiano, ma una filastrocca intelligente, inventata da chi dà il nome a questa scuola, è Carnevale di Gianni Rodari. Il protagonista è un cappello senza testa che passeggia tranquillamente per le strade di una città; le persone, vedendolo, reagiscono con le solite parole, quelle che - in tempi di elezioni - vomitiamo un po’ tutti. Ottima la risposta del cappello: «- È scappato dalla vetrina! / - Certo, è un cappello ladro! / - Portatelo in guardina!». Ma il copricapo gli risponde per le rime: «- Calma, - disse il cappello, / - oggi ogni scherzo vale. / Molta gente va in giro senza testa / anche quando non è carnevale».

Nella domanda numero 2, nettissima vittoria (quasi il 50% degli intervistati) per Scienze e Storia. Il 40%, invece, non apprezza Religione. “Non mi piace perché sono di un’altra religione ed è noiosa” dice S., “la maestra è severa, e io sono ortodosso”, dice invece A. Riguardo Storia, invece, “sono interessanti i popoli evoluti”, secondo A., mentre a D. “interessa sapere le civiltà vecchie”, “e poi ci sono i greci!” (dice R.). Un po’ come per Scienze, perché “mi piace scoprire delle cose che non so su di me” (A.).


 "Carnevale" di Fernando Bandini, in "Santi di Dicembre", Garzanti, Milano 1994.
Anche Fernando Bandini dà voce ad un bambino, vittima di incubo strano: durante un giorno di carnevale, in una via, il piccolo incontra un tizio travestito da donna grassa che lo ferma e lo invita nella sua casa tentandolo con dolci e giocattoli: «Ciò, bel toseto, vuto / vegner su a casa mia? / Go confeti e coriandoli, / un trenin co la susta / che fa tuu tuu, na bela scuria e un burlo...». Il bambino lo segue ma una volta entrato nell'edificio scopre di avere a che fare con un mostro e esclama: «Mama, che 'l ga 'l cortelo! / Mama, che 'l perde bava / da la dentiera come un can buldò!». 

Chissà se qualche maestro sia davvero - per loro - un can buldò. Quanto a me, can buldò è quel leader politico che sguazza nel mare incontrollato della violenza razzista e fascista. Certo è che ai ragazzi dell’anno 2007 piace molto la studiare la polis, conoscere le diverse forme di democrazia, i modi di vivere, l’organizzazione sociale, l’arte; e poi l’impero di Alessandro, il primo a distruggere i confini fra Occidente ed Oriente, greci e persiani; il suo grande sogno cosmopolita di cancellare tutte le barriere del mondo, aprire al commercio, ai flussi migratori, allo sconosciuto.

mercoledì 24 gennaio 2018

Povertà, cioè sapere scegliere bene

È un momento in cui è difficile credere nel voto e nei suoi effetti. Personalmente, ci sono alcune questioni che mi lasciano incerto, spiazzato e distante dal 4 marzo:

1.    Il tasso di disoccupazione all’11 per cento, quello giovanile al 32,7.

2.    Ogni talk trasformato in annuncio, ogni tg in una promessa, i social bombardati di: abrogazioni, incentivi, pensioni minime, canone, redditi di circostanza, tasse universitarie...

3.    Non avere una legge elettorale valida, sapere che nessuna delle coalizioni (centro-destra, centro-sinistra, Movimento 5 stelle) al momento avrebbe la maggioranza per governare. Quindi ancora stallo, ancora grigiore di alleanze tra forze diverse.

4.    Sapere il Movimento 5 Stelle in alto e la coalizione di centro-destra sulla cresta dell’onda. I loro messaggi.

5.    Non sapere ancora cosa fare.

Verrebbe da dire: studiamo i programmi, ascoltiamo le persone e cerchiamo di filtrare le balle. È quello che direi a un ragazzo degli scout se mi chiedesse un consiglio. Per fortuna non succede, anche perché non ne sono affatto convinto.

Allora, proviamo un cambio di strategia: votare chi la spara più piccola. Chi non promette ma almeno prova a spiegare: “la situazione è questa, possiamo fare questo”. Certo, anche qui è difficile.

Mi è ricapitato per le mani questo famosissimo scritto di Parise, contenuto in un piccolo libricino rosso, quasi nascosto fra gli scaffali di Galla, dove lo si può trovare e leggere in mezz’ora, poco più. 
Il titolo stona con il formato grazioso: si chiama Dobbiamo disobbedire.

Per il Corriere della Sera Parise scriveva racconti, articoli, ma anche reportages dal Laos e dal Cile… Aveva anche una rubrica dove rispondeva alle lettere. Oggi risponde a me, con questo articolo datato 30 giugno 1974. Con Berlusconi, Grillo e Salvini che si apprestano a controllare la quasi totalità del Parlamento, viene da pensare: cosa c’entra? “Il rimedio della povertà”, poi, è uno scritto utopico e idealistico. Eppure, cosa direbbe quarantotto anni dopo Goffredo Parise? Lui lamentava proprio una mancanza, uno smarrimento, polemizzava sulla democrazia e sul senso di appartenenza nazionale, sull’individualismo. Forse nella povertà, quella che lui spiega in maniera così alta, aveva intravisto una risposta, oltre al problema. La povertà con la quale “si impara a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare”.

Queste parole mi riempiono, mi rendono fiero di questo mio concittadino al quale abbiamo regalato una piazza, qualche giorno fa, nell’indifferenza dei più. Orgoglioso della sua idea di “disobbedienza civile”, che tengo insieme ai suoi libri bene in ordine nello scaffale sopra il letto. Credo allora andrò al seggio (e a letto) con le sue parole in testa.

A votare cosa? Ancora non so.


✏✉«E ora veniamo alla povertà.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La bellissima Contrà San Rocco
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».



Goffredo Parise, "Il rimedio è la povertà", Corriere della Sera, 30 giugno 1974

mercoledì 10 gennaio 2018

Migliaia di storie

Sul Vicenza Calcio e sul calcio in generale ho speso tante (troppe) parole. So che, aggiungendone altre, urterò la pazienza di qualcuno. Già molte teste - coinvolte davvero, o meno – hanno ricordato il Lanerossi in qualche modo, in questi giorni.
Io lo faccio ancora, lo stesso. Questa squadra sono io, è la mia vita, sono le mie scelte (anche se è difficile a credersi), è il mio quotidiano, le mie relazioni, parte di sogni reali e di delusioni brucianti.

Il mio amico Umberto, dopo anni di viaggi e peripezie, è arrivato a vedere per la prima volta una partita con me al Menti. Ha scritto una cosa che mi ha molto colpito: 

"Non ne capisco niente di calcio. Credo che uno dei lussi oggi sia anche cambiare idea e dire: mi sono sbagliato. Se ne va un pezzo della mia città, e ho capito: poche cose contengono migliaia di storie. Una squadra di calcio contiene migliaia di storie, di persone, come una guerra. Non avrei mai pensato di provare tristezza per il calcio, è riuscita a darmi una lezione questa squadra, meglio tardi che mai. Forza Lane."


È stato il messaggio che ho apprezzato più di ogni altro. “Poche cose contengono migliaia di storie”. Ho osservato a lungo queste "cose" negli amici che hanno compiuto scelte diverse dalle mie, cose che a volte anche io ho provato. “Passioni”, “hobby”: come vogliamo chiamarle queste "cose" che contengono migliaia di storie? Non mi interessa. Le riconosco nei viaggi, nella montagna, nel ballo, nella musica, nei festival, nell'impegno politico. 
Delle tante “ storie” che legano il bianco e il rosso alla mia vita, ho scelto di appuntarmi queste istantanee, immagini un po’ sfuocate, di anni diversi. Non sono immagini romantiche e nemmeno poetiche, ma sono mie e sono reali. Con questo giuro di finirla, perché il calcio non è tutto, e il calcio a Vicenza non è finito. 

La mia famiglia. Il pranzo la domenica dal nonno ai Carmini, la tavola rotonda con zii e cugine, “gli uomini” (io l’unico nipote maschio) in bicicletta verso lo stadio. Stavo sul palo della bici di papà, sul poggia-sedere griffato Gatton Gattoni che ancora usa. In curva potevi entrare gratis se eri alto fino a così. 

L’invasione di campo della festa promozione. Una bandiera a scacchi biancorossa comprata in Viale Mazzini durante i caroselli che ho perso solo l’anno scorso a Verona, quando è finita davvero. Chissà.

Il goal - di cucchiaio - di Sgrigna al Toro a dicembre con la neve. Quello di Cavalli al Napoli. Tutte le meravigliose giocate di Stefan Schwoch in campionati mediocri, le sue lacrime e la scelta di restare a Vicenza. Il goal al Verona. "Mamma che goal". In generale, ogni volta che gonfiamo la rete, in ogni categoria. 

Le partite in notturna sotto la neve  e la pioggia, e il giorno dopo scuola, la mamma che dice che prendo freddo, la soffitta in Corso Padova. 

Empoli, il cielo toccato con un dito al goal di Paolucci, il cuore a pezzi quando sbaglia il rigore poco dopo, le interminabili ore in bus al ritorno. 

Quei locali dove siamo di casa e che (credo) di questo fallimento siano tristi più di noi. Pitanta, l’Osteria a Santa Barbara, il St. Peter’s, il Bar Astra, la rotatoria di Ponte degli Angeli. 

Persone (molte di merda) con le quali parlo tutti i giorni di Lanerossi. Posti, città, bar dove non sarei mai andato e dove non ritornerò. Una pioggia di fumogeni bianchi l’ultima partita; fumo dalle orecchie, fumo nel naso. 

“Quand'è che mi sveglio?! Sono anche troppo sveglio. Vorrei non esserlo, vorrei dormire per le prossime dieci stagioni."
 
“Stagioni? Sono stufa di sentir parlare di queste stramaledette stagioni, nella vita reale si chiamano anni, Paul. Sai, da gennaio a dicembre!” 
“Non per tutti è così!” 

Fumo

domenica 31 dicembre 2017

2018, avventura!

Auguri! Come per altre occorrenze (Natale, compleanni, matrimoni) ci si scambia questa parola (anche) nella speranza di crescere o migliorarci, all'inizio di qualcosa. 


Ho comprato dei libri di avventura. Sì, persino la tranquilla Vicenza può portarci in paesi meravigliosi ed esotici, selvaggi e inospitali. Ho usato l’inverno (il gatto, le coperte, il freddo fuori) per cercare storie di Jack London e di Corto Maltese. Le loro vite sono avventura vera, quella che si può trovare anche in un racconto, reale quanto una notte in bivacco, un fuoco, una ciaspolata.

Vicenza cosa c’entra?

C’è un vicentino, uno scrittore poco conosciuto vissuto nel primo Novecento, che abitava nei pressi di una bellissima Villa nascosta alle porte di Vicenza: Ca’ Impenta. C’è ancora, ma è chiusa, celata ad occhi troppo impegnati ad arrivare al vicino centro commerciale Palladio. Durante l'insurrezione di Vicenza, nel 1848, in una sala di questa villa (quartiere generale austriaco) fu firmata la resa della città tra i generali di Radetzky e quelli di Durando.

Gian Dauli è il nome di questo vicentino. Un viaggiatore, come i personaggi citati prima: in Inghilterra, dove si sprovincializza, quindi in Francia, Belgio, Germania, Spagna. A Roma apre tipografie, riviste. Si arruola, è inviato ad Asiago, dove perde l’orecchio nella battaglia dell’Ortigara. Antifascista convinto, come altri vicentini dal grande 💗 venuti prima e dopo di lui. I suoi scritti sono censurati. Fa tradurre e pubblicare autori da tutto il mondo, al tempo veri sconosciuti, come Conrad, Yeats, T. Mann. Molti dei suoi titoli vedranno luce dopo la guerra, come Viaggio al termine della notte di Celine

Un “ribelle”, non tanto per il suo atteggiamento durante il Ventennio, quanto per aver scelto l’avventura, scrivendo e traducendo storie che venivano direttamente dal disordine e dalla fame. Internazionale e vicentino, provinciale e creativo, quel compromesso che – ne sono convinto – è possibile, una via di mezzo che può diventare una ricchezza spendibile per gli altri, come in una città (che ne ha bisogno, anche nel prossimo 2018).

Sto leggendo un libro di London non molto conosciuto, nella sua prima edizione, tradotta da questo vicentino atipico, proveniente da quella villa speciale. Forse, solo un traduttore con una certa biografia poteva interpretare uno scrittore dalla vita incredibile quanto i suoi romanzi. London fu inscatolatore di lattine, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari, marinaio e cacciatore di foche, vagabondo, scaricatore di porto, cercatore d’oro, attivista politico: il tutto condito da quella fiammella di idealismo che lo ha portato ad aderire al socialismo, e a marciare su Washington con un esercito di disoccupati ("l'esercito industriale": la "Kelly's Army") negli ultimi anni dell'800.

Jerry delle Isole è l'ultimo romanzo che ha pubblicato in vita. Un terrier irlandese è il protagonista, ancora una volta un cane. Siamo nel Pacifico del Sud a inizio ’900, un avventuroso arcipelago con acque solcate da navi impegnate nella tratta dei neri, e isole abitate da cannibali e cacciatori di teste. Due universi: quello umano, pieno di faide e razzismo; e quello canino, dominato dall'amore, dalla fedeltà e dal coraggio. Un'avventura molto attuale quindi.

Le acque del Pacifico non sono nuove per London. A me, non possono che ricordare l’amicizia che lo lega a Corto Maltese. Il marinaio vagabondo più misterioso e affascinante di sempre. Amici da tempo, si sono già incontrati in avventure immaginifiche. Nella classifica dei cento libri più importanti del Novecento, i capolavori di Pratt e London, Una Ballata del Mare Salato e Martin Eden, si trovano uno dietro l'altro. Che sia un caso? 

Dauli, London, Hugo Pratt… persone e scrittori che vivono in prima persona l’avventura che poi mettono in scena nei loro romanzi. Ecco l’augurio che mi rivolgo, e che giro ai vicentini di città e non: di migliorarci, crescere. Un augurio per un 2018 grandioso, all'avventura, senza perdere la normalità ma nemmeno l'esotismo, da qualunque angolo di mondo noi vogliamo vivere una favola.

“Sarebbe bello vivere in una favola”
“Ah, sì, sì… tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più. Quando uno adulto entra nel mondo delle fiabe non riesce più a uscirne. Non lo sapevi?" 
(Hugo Pratt, Corto Maltese, "Corte Sconta detta Arcana", gennaio 1974) 

domenica 24 dicembre 2017

La Luce di Vicenza

Vigilia di Natale. Scrivo poche parole: non aggiungo nulla alla magia del momento e niente di più a chi, sempre con le parole, ha descritto Vicenza nella forma più alta. C'è un articolo (l'ho trovato studiando per la mia tesi): ha quasi cinquant'anni ed è stato pubblicato a pagina 3, una domenica del 1961, su La Stampa di Torino. L'autore è Guido Piovene, che quel giorno parlava agli italiani per spiegare cosa provasse passeggiando per i monti di Vicenza in una mattina di sole come questa, con una luce particolarmente bianca e gli altipiani che si lasciano vedere, quasi toccare. Mi scalda il cuore: anche per me queste mattine bianche del Veneto, a vista dei monti, "preparano quasi sempre serate altrettanto incredibili”.

Anche io ho camminato. Nel mio piccolo ritrovo tutto: le stesse sensazioni e la stessa bellezza. Nel mio piccolo, c’è la messa di Natale, il presepe di papà al Duomo, dove i vicentini accorrono a mezzanotte senza sapere bene il perché, o quando abbiano iniziato a farlo. Le luci mi ricordano quelle lanterne rosse di qualche anno fa, il concerto dell’Osteria, gli amici nuovi e vecchi con i quali "uscire nella strada per il gusto d'uscire, tutti allegri, sfregandosi le mani e guardando in aria”, giorni sereni senza frenesia e pensieri negativi.

Piovene si domanda a cosa è dovuta la nostra idea di «bello» e di «brutto». E forse ha ragione: ci immaginiamo un paesaggio che ha poco di naturale, di fisico e di concreto. È piuttosto uno scenario fuori dal tempo, “con le sue tinte più pittoriche che naturali”. Casa..

Buon Natale a tutti noi.  🙌😼

"Due giorni passati a Vicenza. Ho la sorpresa di scoprire che alcune sensazioni, anche molto lontane, non sono così seducenti solamente perché manipolate, abbellite dalla memoria. O perché eravamo giovani, o per altri motivi d'indole soggettiva. Mi accorgo che esse corrispondono a verità di fatto; e per questo non vivono solo dentro di me, come fantasie o come ombre, di una vita illusoria, ma è possibile recuperarle come cose attuali.

Certe straordinarie mattine nella fascia del Veneto che corre lungo le montagne, potevo per esempio crederle quasi un'invenzione mia. Le ricordavo infatti incredibilmente bianche, incredibilmente azzurre; con una luce così bianca che dava per se stessa una esaltazione vitale, senza però nulla di rigido, una fusione assolutamente felice di bianchezza e di morbidezza. Ed intonata ad essa un'aria leggera dava un'euforia fisica, senza cui ritengo impossibile una vera emozione estetica, la quale esige un perfetto equilibrio tra la natura e noi, l'assenza di qualsiasi incomodo e di qualsiasi stonatura. 

Ricordavo i vecchi ed i giovani che uscivano nella strada per il gusto d'uscire, tutti allegri, sfregandosi le mani e guardando in aria; pensavo che fosse un sogno. Ecco invece, proprio una di quelle mattine quali non ne ho viste di simili in nessuna parte del mondo. Quel bianco assoluto ed affettuoso, che presuppone e contiene il colore, e nemmeno una nuvola. Nessun disturbo dalle cose, nessun particolare errato, io che di fronte a quasi tutto, opera di natura o d'arte, avverto sempre un particolare che stride e mi guasta il piacere.

Queste mattine bianche del Veneto a vista dei monti preparano quasi sempre serate altrettanto incredibili: tinte inconsuete del cielo, lune che sembrano mai viste, paesaggi d'astri che piovono sulla pianura. Sono veramente convinto che le colline venete fronteggianti i monti di là d'un tratto di pianura, con la più vasta pianura verso il mare alle spalle, siano al centro di qualche straordinaria e fortuita combinazione naturale che non si riproduce altrove, quasi di un piccolo mistero di vicende atmosferiche. E' forse un incontro di luci, quelle alpine e quelle marine, che vi 'si scontrano e raccolgono come le luci in un diamante. Certo che anche il più piccolo arbusto prende colori delicati, preziosi e soprattutto sorprendenti.

Penso che i nostri giudizi di bello e di brutto abbiano un fondamento empirico. Troviamo bello tutto ciò che abbiamo associato per la prima volta a un'idea di bellezza. Per quanto mi riguarda, qualunque cosa io dica o scriva, bello è ciò che assomiglia in qualche modo ad una di queste mattine e ad una passeggiata su questi colli. Non è una teoria di moda, ma tanto peggio per la moda, tanto peggio per me. Naturalmente dico assomigliare nel significato più largo. Può assomigliarvi un paesaggio e lo stile d'un libro, una persona, un sentimento, una dottrina filosofica o un'idea morale.

A volte, la scossa della somiglianza mi sorprende viaggiando nei luoghi più impensati, nei quali dovrei essere più spaesato, e senza il minimo motivo di cui possa rendermi conto. Per esempio, l'anno passato, l'ho provata presso Bukara, sul margine di quel deserto d'un colore grigiastro sotto un cielo di seta. Sarà stati forse una pianta, forse un'affinità di luci, ma mi è parso d'un tratto di trovarmi in un cerchio dove il Veneto scaturiva come una corrente che avesse attraversato metà del mondo sotto terra. Mi prese una fantasia stravagante, che se avessi guardato bene tra quella gente in turbante e vestaglia, avrei scoperto visi a me conosciuti, dei luoghi dove sono nato, forse qualcuno del mio sangue, morto per me da anni, e invece trasmigrato a vivere in quell'angolo d'Asia dove mi passava accanto, e non mi riconosceva."


✏ Guido Piovene , La luce di Vicenza
«La Stampa», domenica  12 febbraio 1961

domenica 10 dicembre 2017

Riportando tutto a casa


Oggi che nevica mi ricapita fra le mani il CD che ho consumato più di ogni altro: Riportando tutto a casa. Perché? Forse per via del Canto di Natale, forse per il fatto che trovo sempre molto attuali quelle canzoni che, se cresci davvero, ascolti al liceo ma dopo non più. “Dopo” è meglio musica più elaborata, possibilmente intimistica e magari straniera. Ma io sono rimasto indietro (o fermo?) con i gusti e con gli anni. Ci sono dischi che non riesco a fare finta di non ascoltare più.

È un cd “impegnato”, nella misura che si rivolge a quel pubblico giovane orientato dalla giovane età, con quell’aggiunta di fate e storielle che – lo ammetto – rendono i temi un po’ superati.  

Chi se ne frega. Questo ultimo periodo di Primarie è stato appassionante. Personalmente, non è stata una “campagna” che mi ha coinvolto giorno e notte, con passione furente e telefonate continue, ma nel mio piccolo sì, sono stato coinvolto.

Parlando con i miei amici ho subito intuito che il tema delle Primarie non scaldasse più di tanto. Non parlo dei tanti (troppi) già coinvolti. Mi interessava parlare con altri (associazioni, famiglie, amici). A pochi fregava granché, a dire il vero. Eppure, con il passare del tempo – e con l’aumento dell'attenzione mediatica, i fiumi di storytelling nei social, parole scambiate nello spogliatoio del calcetto - ho come pensato che l’importanza del voto fosse cresciuta. E così è stato, i numeri delle Primarie sono stati impressionanti.

Incredibili, poi, i numeri dei giovani. I non-numeri. Domenica scorsa speravo di sbagliarmi, mi dicevo che era un’impressione dovuta a quel seggio, dal cercare continuamente nell’elenco signore classe ’30, ’40.. (che poi, ci arriveranno a votare a maggio?)

Sono andato a guardare meglio. Boom: la percentuale di votanti, per i ragazzi fino ai 20 anni, è stata del 2%. Dell’8%, fra i 20 e i 30 anni (cioè la medesima degli ottanta-novantenni). I picchi di voto sono quelli delle fasce che vanno dai 60 agli 80 anni. Come dire, questa giornata non ha toccato minimamente le persone sotto i 30 anni.

Si potrebbe obiettare: “questo dato è normale”, “è un fenomeno che segue i dati nazionali ed europei”, “devi guardare il tipo di consultazione”, “ecco, quelli del bicchiere mezzo vuoto”… No! Questa cosa non può andarci bene. Non tanto perché il mio candidato ha perso, quanto perché quella parte di città, ad oggi, non è consultabile, conosciuta. Non si sa come parlarci. Tutto qua.

Abbiamo peccato a non pensare a loro, a non aver comunicato con loro. Mi ci metto dentro in quel “noi” anche se non c’entro nulla coi tre candidati, anche se non era quello lo strumento per intercettarli, quei “numeri”. Però pecchiamo ad aspettare che arrivino loro da noi, a preparare loro dei moduli, ad invitarli ai dibattiti o ai giri in quartiere. Pecchiamo a pensare che una buona campagna sui social equivalga a comunicare e coinvolgere. Sono molti (purtroppo) quelli che considerano il rifiuto di qualsiasi proposta esistente una modalità per esprimere insoddisfazione nei confronti dell’offerta politica. “Non voto, non è il mio partito, nessuna delle proposte mi rappresenta”. Frase che ho sentito fino alla nausea.  

Eviterei di analizzare questo 2 e 8% come protesta contro BPVI, SPV, PFAS, BB e via dicendo. Il rifiuto (“è del PD”, “è troppo giovane”, è troppo vecchio”) intrappola gli uni e gli altri in un ciclo di abbandono e cinismo, un circolo che diventa vizioso nel momento in cui i più anziani (e domenica si è visto) hanno una maggiore propensione al voto e modellano così le politiche di tutti.  I giovani, vedendo un sistema che gli offre poco, tendono ancora di più a tenersi fuori. Ma è andata così domenica scorsa?

Una cosa è certa: le campagne, viste da queste fasce di età, sono iperrealiste e autoreferenziali. Ma come fare? Perché non coinvolgendo queste fasce vince chi è più bravo a portare persone, non certo chi ha più idee, preferenze decise, metodi - valori.

Quel 10% è troppo poco, perché da lì arrivano persone abituate a plasmare il mondo sulle proprie preferenze, personalizzando, ad esempio, la musica che ascoltano, le notizie che consumano. Esco dalle percentuali perché non mi competono. 

A me adolescente è piaciuto tanto quel CD. Già dalla copertina. Mi piace quel  rivendicare un’identità meticcia, fatta di storielle, Irlanda, Resistenza, strumenti musicali, kefiah, giornali, libri, sciarpe di calcio, qualche bottiglia, cartine. Ho provato a riprodurre la copertina centrandola su di me. È venuto fuori questo imbarazzante risultato:


Ho pensato: quante persone pubblicherebbero un album simile al mio? (quasi nessuno, probabilmente 😅). Quali copertine assemblerebbero allora? Non lo so. Certo è che la questione della rappresentanza continua a intrigarmi, in senso positivo, mi tiene sveglio e voglioso di urlare che per questo 90% non si può parlare solo di amministrare bene ed evitare che le destre ritornino. Queste argomentazioni indeboliscono la democrazia e fanno sì che le persone non votino (che è esattamente spostare il baricentro politico a destra). La formula migliore, evidentemente, è  spostare l'attenzione verso ciò che accade al di fuori della istituzioni; altrimenti si crea un vuoto ancora più grande tra la vita reale e quella politica. Io, più di quelli che votano a destra o M5S, Possamai o Dalla Rosa, temo quelli che non votano più. E ho una gran voglia di stare a vedere le cose migliorare, da qui alle prossime elezioni.