lunedì 5 febbraio 2018

Molta gente va in giro senza testa

Il lavoro nelle scuole elementari doveva essere temporaneo e invece, proprio come in Italia, niente è più definitivo del provvisorio. Eccomi in un’altra scuola, stavolta dedicata al grande poeta dei piccoli Gianni Rodari. È tempo di Carnevale, vacanze, maschere e lavori a tema.

La Rodari diventerà anche un seggio, dopo Carnevale. Io, al primo giorno in ogni nuova scuola, mi trasformo in sociologo-sondaggista ed indago le tendenze politiche del nuovo contesto territoriale. Questa volta con le classi quinte. Ecco in esclusiva le domande più rilevanti: 1 - Cosa vuoi fare da grande? 2 - Qual è la materia ti piace di più? 3 - Quale di meno? Perché? 
Mentre osservo che, su 24 intervistati, la maggioranza (60%) non è di famiglia italiana, alla televisione danno la notizia dell’attacco razziale a opera dell’ultrà di Salvini.

La domanda 1 mi sorprende per l’originalità di risposte, ben 21 sono diverse, uniche (solo 2 calciatori e 2 youtuber si ripetono). Grandi! Sentite le loro idee: maestra di asilo, truccatrice, chirurgo, archeologo, venditore, avvocato, ostetrica, banchiere, zoologo, paleontologo, scienziato, camionista, astronauta, attrice, stilista. 

È carnevale. Non insegno italiano, ma una filastrocca intelligente, inventata da chi dà il nome a questa scuola, è Carnevale di Gianni Rodari. Il protagonista è un cappello senza testa che passeggia tranquillamente per le strade di una città; le persone, vedendolo, reagiscono con le solite parole, quelle che - in tempi di elezioni - vomitiamo un po’ tutti. Ottima la risposta del cappello: «- È scappato dalla vetrina! / - Certo, è un cappello ladro! / - Portatelo in guardina!». Ma il copricapo gli risponde per le rime: «- Calma, - disse il cappello, / - oggi ogni scherzo vale. / Molta gente va in giro senza testa / anche quando non è carnevale».

Nella domanda numero 2, nettissima vittoria (quasi il 50% degli intervistati) per Scienze e Storia. Il 40%, invece, non apprezza Religione. “Non mi piace perché sono di un’altra religione ed è noiosa” dice S., “la maestra è severa, e io sono ortodosso”, dice invece A. Riguardo Storia, invece, “sono interessanti i popoli evoluti”, secondo A., mentre a D. “interessa sapere le civiltà vecchie”, “e poi ci sono i greci!” (dice R.). Un po’ come per Scienze, perché “mi piace scoprire delle cose che non so su di me” (A.).


 "Carnevale" di Fernando Bandini, in "Santi di Dicembre", Garzanti, Milano 1994.
Anche Fernando Bandini dà voce ad un bambino, vittima di incubo strano: durante un giorno di carnevale, in una via, il piccolo incontra un tizio travestito da donna grassa che lo ferma e lo invita nella sua casa tentandolo con dolci e giocattoli: «Ciò, bel toseto, vuto / vegner su a casa mia? / Go confeti e coriandoli, / un trenin co la susta / che fa tuu tuu, na bela scuria e un burlo...». Il bambino lo segue ma una volta entrato nell'edificio scopre di avere a che fare con un mostro e esclama: «Mama, che 'l ga 'l cortelo! / Mama, che 'l perde bava / da la dentiera come un can buldò!». 

Chissà se qualche maestro sia davvero - per loro - un can buldò. Quanto a me, can buldò è quel leader politico che sguazza nel mare incontrollato della violenza razzista e fascista. Certo è che ai ragazzi dell’anno 2007 piace molto la studiare la polis, conoscere le diverse forme di democrazia, i modi di vivere, l’organizzazione sociale, l’arte; e poi l’impero di Alessandro, il primo a distruggere i confini fra Occidente ed Oriente, greci e persiani; il suo grande sogno cosmopolita di cancellare tutte le barriere del mondo, aprire al commercio, ai flussi migratori, allo sconosciuto.

mercoledì 24 gennaio 2018

Povertà, cioè sapere scegliere bene

È un momento in cui è difficile credere nel voto e nei suoi effetti. Personalmente, ci sono alcune questioni che mi lasciano incerto, spiazzato e distante dal 4 marzo:

1.    Il tasso di disoccupazione all’11 per cento, quello giovanile al 32,7.

2.    Ogni talk trasformato in annuncio, ogni tg in una promessa, i social bombardati di: abrogazioni, incentivi, pensioni minime, canone, redditi di circostanza, tasse universitarie...

3.    Non avere una legge elettorale valida, sapere che nessuna delle coalizioni (centro-destra, centro-sinistra, Movimento 5 stelle) al momento avrebbe la maggioranza per governare. Quindi ancora stallo, ancora grigiore di alleanze tra forze diverse.

4.    Sapere il Movimento 5 Stelle in alto e la coalizione di centro-destra sulla cresta dell’onda. I loro messaggi.

5.    Non sapere ancora cosa fare.

Verrebbe da dire: studiamo i programmi, ascoltiamo le persone e cerchiamo di filtrare le balle. È quello che direi a un ragazzo degli scout se mi chiedesse un consiglio. Per fortuna non succede, anche perché non ne sono affatto convinto.

Allora, proviamo un cambio di strategia: votare chi la spara più piccola. Chi non promette ma almeno prova a spiegare: “la situazione è questa, possiamo fare questo”. Certo, anche qui è difficile.

Mi è ricapitato per le mani questo famosissimo scritto di Parise, contenuto in un piccolo libricino rosso, quasi nascosto fra gli scaffali di Galla, dove lo si può trovare e leggere in mezz’ora, poco più. 
Il titolo stona con il formato grazioso: si chiama Dobbiamo disobbedire.

Per il Corriere della Sera Parise scriveva racconti, articoli, ma anche reportages dal Laos e dal Cile… Aveva anche una rubrica dove rispondeva alle lettere. Oggi risponde a me, con questo articolo datato 30 giugno 1974. Con Berlusconi, Grillo e Salvini che si apprestano a controllare la quasi totalità del Parlamento, viene da pensare: cosa c’entra? “Il rimedio della povertà”, poi, è uno scritto utopico e idealistico. Eppure, cosa direbbe quarantotto anni dopo Goffredo Parise? Lui lamentava proprio una mancanza, uno smarrimento, polemizzava sulla democrazia e sul senso di appartenenza nazionale, sull’individualismo. Forse nella povertà, quella che lui spiega in maniera così alta, aveva intravisto una risposta, oltre al problema. La povertà con la quale “si impara a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare”.

Queste parole mi riempiono, mi rendono fiero di questo mio concittadino al quale abbiamo regalato una piazza, qualche giorno fa, nell’indifferenza dei più. Orgoglioso della sua idea di “disobbedienza civile”, che tengo insieme ai suoi libri bene in ordine nello scaffale sopra il letto. Credo allora andrò al seggio (e a letto) con le sue parole in testa.

A votare cosa? Ancora non so.


✏✉«E ora veniamo alla povertà.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.
La bellissima Contrà San Rocco
La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».



Goffredo Parise, "Il rimedio è la povertà", Corriere della Sera, 30 giugno 1974

mercoledì 10 gennaio 2018

Migliaia di storie

Sul Vicenza Calcio e sul calcio in generale ho speso tante (troppe) parole. So che, aggiungendone altre, urterò la pazienza di qualcuno. Già molte teste - coinvolte davvero, o meno – hanno ricordato il Lanerossi in qualche modo, in questi giorni.
Io lo faccio ancora, lo stesso. Questa squadra sono io, è la mia vita, sono le mie scelte (anche se è difficile a credersi), è il mio quotidiano, le mie relazioni, parte di sogni reali e di delusioni brucianti.

Il mio amico Umberto, dopo anni di viaggi e peripezie, è arrivato a vedere per la prima volta una partita con me al Menti. Ha scritto una cosa che mi ha molto colpito: 

"Non ne capisco niente di calcio. Credo che uno dei lussi oggi sia anche cambiare idea e dire: mi sono sbagliato. Se ne va un pezzo della mia città, e ho capito: poche cose contengono migliaia di storie. Una squadra di calcio contiene migliaia di storie, di persone, come una guerra. Non avrei mai pensato di provare tristezza per il calcio, è riuscita a darmi una lezione questa squadra, meglio tardi che mai. Forza Lane."


È stato il messaggio che ho apprezzato più di ogni altro. “Poche cose contengono migliaia di storie”. Ho osservato a lungo queste "cose" negli amici che hanno compiuto scelte diverse dalle mie, cose che a volte anche io ho provato. “Passioni”, “hobby”: come vogliamo chiamarle queste "cose" che contengono migliaia di storie? Non mi interessa. Le riconosco nei viaggi, nella montagna, nel ballo, nella musica, nei festival, nell'impegno politico. 
Delle tante “ storie” che legano il bianco e il rosso alla mia vita, ho scelto di appuntarmi queste istantanee, immagini un po’ sfuocate, di anni diversi. Non sono immagini romantiche e nemmeno poetiche, ma sono mie e sono reali. Con questo giuro di finirla, perché il calcio non è tutto, e il calcio a Vicenza non è finito. 

La mia famiglia. Il pranzo la domenica dal nonno ai Carmini, la tavola rotonda con zii e cugine, “gli uomini” (io l’unico nipote maschio) in bicicletta verso lo stadio. Stavo sul palo della bici di papà, sul poggia-sedere griffato Gatton Gattoni che ancora usa. In curva potevi entrare gratis se eri alto fino a così. 

L’invasione di campo della festa promozione. Una bandiera a scacchi biancorossa comprata in Viale Mazzini durante i caroselli che ho perso solo l’anno scorso a Verona, quando è finita davvero. Chissà.

Il goal - di cucchiaio - di Sgrigna al Toro a dicembre con la neve. Quello di Cavalli al Napoli. Tutte le meravigliose giocate di Stefan Schwoch in campionati mediocri, le sue lacrime e la scelta di restare a Vicenza. Il goal al Verona. "Mamma che goal". In generale, ogni volta che gonfiamo la rete, in ogni categoria. 

Le partite in notturna sotto la neve  e la pioggia, e il giorno dopo scuola, la mamma che dice che prendo freddo, la soffitta in Corso Padova. 

Empoli, il cielo toccato con un dito al goal di Paolucci, il cuore a pezzi quando sbaglia il rigore poco dopo, le interminabili ore in bus al ritorno. 

Quei locali dove siamo di casa e che (credo) di questo fallimento siano tristi più di noi. Pitanta, l’Osteria a Santa Barbara, il St. Peter’s, il Bar Astra, la rotatoria di Ponte degli Angeli. 

Persone (molte di merda) con le quali parlo tutti i giorni di Lanerossi. Posti, città, bar dove non sarei mai andato e dove non ritornerò. Una pioggia di fumogeni bianchi l’ultima partita; fumo dalle orecchie, fumo nel naso. 

“Quand'è che mi sveglio?! Sono anche troppo sveglio. Vorrei non esserlo, vorrei dormire per le prossime dieci stagioni."
 
“Stagioni? Sono stufa di sentir parlare di queste stramaledette stagioni, nella vita reale si chiamano anni, Paul. Sai, da gennaio a dicembre!” 
“Non per tutti è così!” 

Fumo

domenica 31 dicembre 2017

2018, avventura!

Auguri! Come per altre occorrenze (Natale, compleanni, matrimoni) ci si scambia questa parola (anche) nella speranza di crescere o migliorarci, all'inizio di qualcosa. 


Ho comprato dei libri di avventura. Sì, persino la tranquilla Vicenza può portarci in paesi meravigliosi ed esotici, selvaggi e inospitali. Ho usato l’inverno (il gatto, le coperte, il freddo fuori) per cercare storie di Jack London e di Corto Maltese. Le loro vite sono avventura vera, quella che si può trovare anche in un racconto, reale quanto una notte in bivacco, un fuoco, una ciaspolata.

Vicenza cosa c’entra?

C’è un vicentino, uno scrittore poco conosciuto vissuto nel primo Novecento, che abitava nei pressi di una bellissima Villa nascosta alle porte di Vicenza: Ca’ Impenta. C’è ancora, ma è chiusa, celata ad occhi troppo impegnati ad arrivare al vicino centro commerciale Palladio. Durante l'insurrezione di Vicenza, nel 1848, in una sala di questa villa (quartiere generale austriaco) fu firmata la resa della città tra i generali di Radetzky e quelli di Durando.

Gian Dauli è il nome di questo vicentino. Un viaggiatore, come i personaggi citati prima: in Inghilterra, dove si sprovincializza, quindi in Francia, Belgio, Germania, Spagna. A Roma apre tipografie, riviste. Si arruola, è inviato ad Asiago, dove perde l’orecchio nella battaglia dell’Ortigara. Antifascista convinto, come altri vicentini dal grande 💗 venuti prima e dopo di lui. I suoi scritti sono censurati. Fa tradurre e pubblicare autori da tutto il mondo, al tempo veri sconosciuti, come Conrad, Yeats, T. Mann. Molti dei suoi titoli vedranno luce dopo la guerra, come Viaggio al termine della notte di Celine

Un “ribelle”, non tanto per il suo atteggiamento durante il Ventennio, quanto per aver scelto l’avventura, scrivendo e traducendo storie che venivano direttamente dal disordine e dalla fame. Internazionale e vicentino, provinciale e creativo, quel compromesso che – ne sono convinto – è possibile, una via di mezzo che può diventare una ricchezza spendibile per gli altri, come in una città (che ne ha bisogno, anche nel prossimo 2018).

Sto leggendo un libro di London non molto conosciuto, nella sua prima edizione, tradotta da questo vicentino atipico, proveniente da quella villa speciale. Forse, solo un traduttore con una certa biografia poteva interpretare uno scrittore dalla vita incredibile quanto i suoi romanzi. London fu inscatolatore di lattine, razziatore di ostriche, poliziotto dei mari, marinaio e cacciatore di foche, vagabondo, scaricatore di porto, cercatore d’oro, attivista politico: il tutto condito da quella fiammella di idealismo che lo ha portato ad aderire al socialismo, e a marciare su Washington con un esercito di disoccupati ("l'esercito industriale": la "Kelly's Army") negli ultimi anni dell'800.

Jerry delle Isole è l'ultimo romanzo che ha pubblicato in vita. Un terrier irlandese è il protagonista, ancora una volta un cane. Siamo nel Pacifico del Sud a inizio ’900, un avventuroso arcipelago con acque solcate da navi impegnate nella tratta dei neri, e isole abitate da cannibali e cacciatori di teste. Due universi: quello umano, pieno di faide e razzismo; e quello canino, dominato dall'amore, dalla fedeltà e dal coraggio. Un'avventura molto attuale quindi.

Le acque del Pacifico non sono nuove per London. A me, non possono che ricordare l’amicizia che lo lega a Corto Maltese. Il marinaio vagabondo più misterioso e affascinante di sempre. Amici da tempo, si sono già incontrati in avventure immaginifiche. Nella classifica dei cento libri più importanti del Novecento, i capolavori di Pratt e London, Una Ballata del Mare Salato e Martin Eden, si trovano uno dietro l'altro. Che sia un caso? 

Dauli, London, Hugo Pratt… persone e scrittori che vivono in prima persona l’avventura che poi mettono in scena nei loro romanzi. Ecco l’augurio che mi rivolgo, e che giro ai vicentini di città e non: di migliorarci, crescere. Un augurio per un 2018 grandioso, all'avventura, senza perdere la normalità ma nemmeno l'esotismo, da qualunque angolo di mondo noi vogliamo vivere una favola.

“Sarebbe bello vivere in una favola”
“Ah, sì, sì… tu vivi continuamente nelle favole, solamente non te ne accorgi più. Quando uno adulto entra nel mondo delle fiabe non riesce più a uscirne. Non lo sapevi?" 
(Hugo Pratt, Corto Maltese, "Corte Sconta detta Arcana", gennaio 1974) 

domenica 24 dicembre 2017

La Luce di Vicenza

Vigilia di Natale. Scrivo poche parole: non aggiungo nulla alla magia del momento e niente di più a chi, sempre con le parole, ha descritto Vicenza nella forma più alta. C'è un articolo (l'ho trovato studiando per la mia tesi): ha quasi cinquant'anni ed è stato pubblicato a pagina 3, una domenica del 1961, su La Stampa di Torino. L'autore è Guido Piovene, che quel giorno parlava agli italiani per spiegare cosa provasse passeggiando per i monti di Vicenza in una mattina di sole come questa, con una luce particolarmente bianca e gli altipiani che si lasciano vedere, quasi toccare. Mi scalda il cuore: anche per me queste mattine bianche del Veneto, a vista dei monti, "preparano quasi sempre serate altrettanto incredibili”.

Anche io ho camminato. Nel mio piccolo ritrovo tutto: le stesse sensazioni e la stessa bellezza. Nel mio piccolo, c’è la messa di Natale, il presepe di papà al Duomo, dove i vicentini accorrono a mezzanotte senza sapere bene il perché, o quando abbiano iniziato a farlo. Le luci mi ricordano quelle lanterne rosse di qualche anno fa, il concerto dell’Osteria, gli amici nuovi e vecchi con i quali "uscire nella strada per il gusto d'uscire, tutti allegri, sfregandosi le mani e guardando in aria”, giorni sereni senza frenesia e pensieri negativi.

Piovene si domanda a cosa è dovuta la nostra idea di «bello» e di «brutto». E forse ha ragione: ci immaginiamo un paesaggio che ha poco di naturale, di fisico e di concreto. È piuttosto uno scenario fuori dal tempo, “con le sue tinte più pittoriche che naturali”. Casa..

Buon Natale a tutti noi.  🙌😼

"Due giorni passati a Vicenza. Ho la sorpresa di scoprire che alcune sensazioni, anche molto lontane, non sono così seducenti solamente perché manipolate, abbellite dalla memoria. O perché eravamo giovani, o per altri motivi d'indole soggettiva. Mi accorgo che esse corrispondono a verità di fatto; e per questo non vivono solo dentro di me, come fantasie o come ombre, di una vita illusoria, ma è possibile recuperarle come cose attuali.

Certe straordinarie mattine nella fascia del Veneto che corre lungo le montagne, potevo per esempio crederle quasi un'invenzione mia. Le ricordavo infatti incredibilmente bianche, incredibilmente azzurre; con una luce così bianca che dava per se stessa una esaltazione vitale, senza però nulla di rigido, una fusione assolutamente felice di bianchezza e di morbidezza. Ed intonata ad essa un'aria leggera dava un'euforia fisica, senza cui ritengo impossibile una vera emozione estetica, la quale esige un perfetto equilibrio tra la natura e noi, l'assenza di qualsiasi incomodo e di qualsiasi stonatura. 

Ricordavo i vecchi ed i giovani che uscivano nella strada per il gusto d'uscire, tutti allegri, sfregandosi le mani e guardando in aria; pensavo che fosse un sogno. Ecco invece, proprio una di quelle mattine quali non ne ho viste di simili in nessuna parte del mondo. Quel bianco assoluto ed affettuoso, che presuppone e contiene il colore, e nemmeno una nuvola. Nessun disturbo dalle cose, nessun particolare errato, io che di fronte a quasi tutto, opera di natura o d'arte, avverto sempre un particolare che stride e mi guasta il piacere.

Queste mattine bianche del Veneto a vista dei monti preparano quasi sempre serate altrettanto incredibili: tinte inconsuete del cielo, lune che sembrano mai viste, paesaggi d'astri che piovono sulla pianura. Sono veramente convinto che le colline venete fronteggianti i monti di là d'un tratto di pianura, con la più vasta pianura verso il mare alle spalle, siano al centro di qualche straordinaria e fortuita combinazione naturale che non si riproduce altrove, quasi di un piccolo mistero di vicende atmosferiche. E' forse un incontro di luci, quelle alpine e quelle marine, che vi 'si scontrano e raccolgono come le luci in un diamante. Certo che anche il più piccolo arbusto prende colori delicati, preziosi e soprattutto sorprendenti.

Penso che i nostri giudizi di bello e di brutto abbiano un fondamento empirico. Troviamo bello tutto ciò che abbiamo associato per la prima volta a un'idea di bellezza. Per quanto mi riguarda, qualunque cosa io dica o scriva, bello è ciò che assomiglia in qualche modo ad una di queste mattine e ad una passeggiata su questi colli. Non è una teoria di moda, ma tanto peggio per la moda, tanto peggio per me. Naturalmente dico assomigliare nel significato più largo. Può assomigliarvi un paesaggio e lo stile d'un libro, una persona, un sentimento, una dottrina filosofica o un'idea morale.

A volte, la scossa della somiglianza mi sorprende viaggiando nei luoghi più impensati, nei quali dovrei essere più spaesato, e senza il minimo motivo di cui possa rendermi conto. Per esempio, l'anno passato, l'ho provata presso Bukara, sul margine di quel deserto d'un colore grigiastro sotto un cielo di seta. Sarà stati forse una pianta, forse un'affinità di luci, ma mi è parso d'un tratto di trovarmi in un cerchio dove il Veneto scaturiva come una corrente che avesse attraversato metà del mondo sotto terra. Mi prese una fantasia stravagante, che se avessi guardato bene tra quella gente in turbante e vestaglia, avrei scoperto visi a me conosciuti, dei luoghi dove sono nato, forse qualcuno del mio sangue, morto per me da anni, e invece trasmigrato a vivere in quell'angolo d'Asia dove mi passava accanto, e non mi riconosceva."


✏ Guido Piovene , La luce di Vicenza
«La Stampa», domenica  12 febbraio 1961

domenica 10 dicembre 2017

Riportando tutto a casa


Oggi che nevica mi ricapita fra le mani il CD che ho consumato più di ogni altro: Riportando tutto a casa. Perché? Forse per via del Canto di Natale, forse per il fatto che trovo sempre molto attuali quelle canzoni che, se cresci davvero, ascolti al liceo ma dopo non più. “Dopo” è meglio musica più elaborata, possibilmente intimistica e magari straniera. Ma io sono rimasto indietro (o fermo?) con i gusti e con gli anni. Ci sono dischi che non riesco a fare finta di non ascoltare più.

È un cd “impegnato”, nella misura che si rivolge a quel pubblico giovane orientato dalla giovane età, con quell’aggiunta di fate e storielle che – lo ammetto – rendono i temi un po’ superati.  

Chi se ne frega. Questo ultimo periodo di Primarie è stato appassionante. Personalmente, non è stata una “campagna” che mi ha coinvolto giorno e notte, con passione furente e telefonate continue, ma nel mio piccolo sì, sono stato coinvolto.

Parlando con i miei amici ho subito intuito che il tema delle Primarie non scaldasse più di tanto. Non parlo dei tanti (troppi) già coinvolti. Mi interessava parlare con altri (associazioni, famiglie, amici). A pochi fregava granché, a dire il vero. Eppure, con il passare del tempo – e con l’aumento dell'attenzione mediatica, i fiumi di storytelling nei social, parole scambiate nello spogliatoio del calcetto - ho come pensato che l’importanza del voto fosse cresciuta. E così è stato, i numeri delle Primarie sono stati impressionanti.

Incredibili, poi, i numeri dei giovani. I non-numeri. Domenica scorsa speravo di sbagliarmi, mi dicevo che era un’impressione dovuta a quel seggio, dal cercare continuamente nell’elenco signore classe ’30, ’40.. (che poi, ci arriveranno a votare a maggio?)

Sono andato a guardare meglio. Boom: la percentuale di votanti, per i ragazzi fino ai 20 anni, è stata del 2%. Dell’8%, fra i 20 e i 30 anni (cioè la medesima degli ottanta-novantenni). I picchi di voto sono quelli delle fasce che vanno dai 60 agli 80 anni. Come dire, questa giornata non ha toccato minimamente le persone sotto i 30 anni.

Si potrebbe obiettare: “questo dato è normale”, “è un fenomeno che segue i dati nazionali ed europei”, “devi guardare il tipo di consultazione”, “ecco, quelli del bicchiere mezzo vuoto”… No! Questa cosa non può andarci bene. Non tanto perché il mio candidato ha perso, quanto perché quella parte di città, ad oggi, non è consultabile, conosciuta. Non si sa come parlarci. Tutto qua.

Abbiamo peccato a non pensare a loro, a non aver comunicato con loro. Mi ci metto dentro in quel “noi” anche se non c’entro nulla coi tre candidati, anche se non era quello lo strumento per intercettarli, quei “numeri”. Però pecchiamo ad aspettare che arrivino loro da noi, a preparare loro dei moduli, ad invitarli ai dibattiti o ai giri in quartiere. Pecchiamo a pensare che una buona campagna sui social equivalga a comunicare e coinvolgere. Sono molti (purtroppo) quelli che considerano il rifiuto di qualsiasi proposta esistente una modalità per esprimere insoddisfazione nei confronti dell’offerta politica. “Non voto, non è il mio partito, nessuna delle proposte mi rappresenta”. Frase che ho sentito fino alla nausea.  

Eviterei di analizzare questo 2 e 8% come protesta contro BPVI, SPV, PFAS, BB e via dicendo. Il rifiuto (“è del PD”, “è troppo giovane”, è troppo vecchio”) intrappola gli uni e gli altri in un ciclo di abbandono e cinismo, un circolo che diventa vizioso nel momento in cui i più anziani (e domenica si è visto) hanno una maggiore propensione al voto e modellano così le politiche di tutti.  I giovani, vedendo un sistema che gli offre poco, tendono ancora di più a tenersi fuori. Ma è andata così domenica scorsa?

Una cosa è certa: le campagne, viste da queste fasce di età, sono iperrealiste e autoreferenziali. Ma come fare? Perché non coinvolgendo queste fasce vince chi è più bravo a portare persone, non certo chi ha più idee, preferenze decise, metodi - valori.

Quel 10% è troppo poco, perché da lì arrivano persone abituate a plasmare il mondo sulle proprie preferenze, personalizzando, ad esempio, la musica che ascoltano, le notizie che consumano. Esco dalle percentuali perché non mi competono. 

A me adolescente è piaciuto tanto quel CD. Già dalla copertina. Mi piace quel  rivendicare un’identità meticcia, fatta di storielle, Irlanda, Resistenza, strumenti musicali, kefiah, giornali, libri, sciarpe di calcio, qualche bottiglia, cartine. Ho provato a riprodurre la copertina centrandola su di me. È venuto fuori questo imbarazzante risultato:


Ho pensato: quante persone pubblicherebbero un album simile al mio? (quasi nessuno, probabilmente 😅). Quali copertine assemblerebbero allora? Non lo so. Certo è che la questione della rappresentanza continua a intrigarmi, in senso positivo, mi tiene sveglio e voglioso di urlare che per questo 90% non si può parlare solo di amministrare bene ed evitare che le destre ritornino. Queste argomentazioni indeboliscono la democrazia e fanno sì che le persone non votino (che è esattamente spostare il baricentro politico a destra). La formula migliore, evidentemente, è  spostare l'attenzione verso ciò che accade al di fuori della istituzioni; altrimenti si crea un vuoto ancora più grande tra la vita reale e quella politica. Io, più di quelli che votano a destra o M5S, Possamai o Dalla Rosa, temo quelli che non votano più. E ho una gran voglia di stare a vedere le cose migliorare, da qui alle prossime elezioni.


domenica 26 novembre 2017

The Third Way → Le scelte ponderate


Ci ho pensato se scrivere questo post, pensavo alla facce di alcuni amici a leggere certe parole. Penso a quelle facce anche adesso. Sono stanco di seguire certe non-discussioni, soprattutto virtuali, certe non-prese di posizione. Allora provo a dire la mia, provo senza retorica. 

Buridano è un filosofo francese del Medioevo. Si è inventato la storia di un asino, il quale, di fronte a due secchi, uno di acqua e uno di avena, posti alla stessa distanza da sé, rimane immobile senza scegliere nessuno dei due, proprio perché li avrebbe voluti entrambi, ma non sapendo e volendo decidere, alla fine muore di stenti. 


Cosa sto dicendo? Che le elezioni primarie della città saranno una cosa importante, anche se molti non ne faranno parte o non ne verranno toccati. Eppure è raro, infrequente, avere a Vicenza un'occasione così ghiotta per dare un verso o un senso al nostro schieramento politico. Anche i meno informati sanno infatti che le persone, le dinamiche, gli argomenti che riguardano il futuro della città sono destinati a cambiare radicalmente. 

Ora, lasciamo da parte la solita retorica del diritto-dovere, dell'essere protagonisti, anche perché non credo proprio che le votazioni siano l'unico strumento per cambiare le cose (si veda lo scorso referendum). Soprattutto non credo che gli strumenti che i cittadini hanno a disposizione debbano necessariamente passare per la delega, per l'approvazione di/degli altri o per il riscontro pubblico: un giorno vorrei parlare, ad esempio, dell'insopportabile retorica vicentina che ci ha invaso dai tempi degli "angeli del fango". Quando la smetteremo di usare questi linguaggi per normali atteggiamenti di civile convivenza?

Tornando al dunque, è davvero stupido pensare che la consultazione del 3 dicembre non sia importante, che votare uno qualsiasi dei 3 candidati cambi poco. Queste parole sono fastidiose. Qui non si parla di "sindaco di tutti", finalmente. Si parla del sindaco della "nostra" parte, in una Regione dove siamo l'assoluta minoranza politica e culturale. Eppure in città il centrosinistra governa da dieci anni. Quindi caliamoci in questa realtà, che ha la fortuna di non vedere ronde, coprifuoco in centro, ordinanze, militarizzazione, scontro sociale. Non è tutto oro ciò che luccica ma dobbiamo capire che in questo scenario le Primarie sono un'opportunità.


Non-agire, come l'asino di Buridano, è una tentazione capibile. Significa esitare tra due scelte, paura di sprecare fiducia ed energie, e questo si traduce nel non prendere posizione, perché un candidato o l'altro, andare o non andare, crederci o mandare a fanculo, sono binomi difficili da affrontare che a volte condividono sentimenti simili. La mia associazione, Vicenza Capoluogo, ha rischiato. Ha provato a spezzare la storia dell'asino. Io c'ero. Abbiamo scelto di appoggiare qualcun altro, addirittura un giovane - e un giovane iscritto a un Partito. Noi abbiamo capito che era la scelta più giusta.


La scelta migliore c'è. Ma anche se così non fosse, non è fondamentale quantomeno provare a cercare la soluzione che non ci immobilizzi? Non ha senso continuare verso nuove possibili varianti? Abdicando a fare la scelta migliore in queste Primarie, può capitare che tutte le opzioni perdano di senso e così rimaniamo senza niente. L'indecisione, infatti, è la migliore ladra di opportunità.

L'opportunità oggi è Giacomo Possamai. Si può dire che non lo si vota per protesta verso i partiti, verso il PD, la Tav, Borgo Berga... ma non sarà l'ennesima scelta di non scegliere a portare lontano, anzi. É una riflessione troppo comoda, che ci abitua a negare "la migliore città possibile" e le scelte democratiche. Questo non va bene. Si devono cambiare questi giochi, questi partiti, questi politici, non fare di tutta l'erba un fascio. 

Altro errore è il trito e ritrito "sono tutti uguali". Sbagliato. Sostenere Bulgarini, Possamai o Dalla Rosa vuol dire fare una scelta invece che un'altra. Sono scelte diverse e precise, perché sono modi di fare precisamente diversi. Anche concretezza e realismo dovrebbero spingerci a votare

Il candidato Possamai mi sembra quello più convincente. Sinceramente, non sapevo cosa pensare della sua candidatura. Forse ho detto: "ma dai!"; conosco Giacomo dal Liceo, con lui ho condiviso qualche momento di politica giovanile, ma quella piattaforma, dove lui si spende da sempre, non era la mia. Credo che chiunque lo abbia ascoltato queste settimane sia stato in grado di sgonfiare da solo il bluff su incompetenza e giovane età. Fra le critiche, questa è la meno sensata: la capacità di manovra e la conoscenza degli organismi istituzionali fanno di lui un amministratore serio, anche troppo. 


Io penso che infastidisca che il migliore candidato possa essere un giovane esponente del PD. Un "politicante" di mestiere. Ho già spiegato che capisco perfettamente i motivi di questa freddezza. Inoltre, il suo essere amico di tutti e persona corretta non lo sta certo aiutando. Ma anche qui, rischiamo, come dice Zagrebelsky di essere come "chi guarda da un lato solo e non vuole sapere dell'esistenza d'altri lati ch'egli per il momento non vede. É un individuo pericoloso, chi si lascia convincere dalle apparenze, poiché non sa scorgere ciò che le ombre nascondono".


Ho guardato da tutti i lati e ho trovato alcune cose al netto davvero positive


Numero 1.  Possamai ha agito con un suo stile. A volte mi son detto: "dì qualcosa di sinistra!", "sii più incazzato!". Ma se guardiamo al cuore delle cose, osserviamo i suoi atteggiamenti, è l'unico dei tre candidati che ha sposato un atteggiamento di vero rispetto per la Coalizione e per il Ruolo al quale si candida. La cosa che mi è piaciuta di più, lavorandoci con Vicenza Capoluogo, è stato il suo passo indietro. Ci ha detto: "da solo non so fare tutto, ma insieme possiamo farlo bene". Questo per me conta molto: fare le cose con il giusto stile, credere nella città senza dietrologie.


Numero 2. Possamai non decide da solo. Questo è evidente. É quindi una grande opportunità, soprattutto per i giovani (almeno una parte), per avvicinarsi alla città, all'amministrazione e all'impegno civico. Non è un uomo solo al comando, come gli altri due, ma crede nell'idea di squadra. Gli uomini soli al comando mi spaventano. 

Numero 3. Personalmente, mi premeva ascoltare i temi legati alla Partecipazione e alla Cultura. Ecco, più che le proposte in sé (che poi tra il dire e il fare...) è stato il metodo da tenere a sembrarmi originale, bello. Giacomo mi pare davvero aperto al dialogo: mi piace che consideri il Comune un "regista" che mette insieme realtà diverse e incoraggia proposte dal basso. Io questo l'ho visto, nel suo spendersi dietro le linee a Laghetto. O quando ci ha incontrato come capi scout. La sua speranza è andare oltre a strumenti come il bilancio partecipativo, per coinvolgere la città. Ci si è adoperati concretamente per costruire nuovi centri di quartiere (conoscete Lagorà?), centri che possano offrire un servizio alla comunità e non semplici sedi da affittare ad associazioni e gruppi di turno. Si è studiato (basandoci su chi l'ha già applicato, come Bologna) il Regolamento di condivisione dei beni comuni, basato sull'idea che più soggetti possano condividere l'uso del medesimo bene pur non essendone proprietari, per prendersi cura in modo organizzato dell'ambiente, della cultura e della memoria.




L'incontro con Guido Beltramini (la sua mostra sull'Ariosto un ca-po-la-vo-ro) e il Sindaco di Ferrara è stato un bel segnale per costruire un nuovo modello culturale, coinvolgendo la città sul proprio patrimonio con le scuole, in una continuità di proposte culturali finalizzate a rilanciare le eccellenze della città, alternando in modo continuato il piccolo e il grande evento, coinvolgendo università e startup giovanili. A cominciare dal tesoro nascosto che è la Biblioteca Bertoliana. 


Ci sarebbero altre cose da dire su Possamai candidato, probabilmente anche negative, ma  queste sono quelle che sento più decisive, per la mia scelta. Avrò già scritto molte inesattezze, da vero asino. Certo è che il paradosso di Buridano può dar spazio a molteplici letture, ma la cosa sicura è che se l'asino alla fine muore, muore perché non sa scegliere, o preferisce non scegliere. 




Conoscete quella frivola storiella
di un certo asino di cui si discute a scuola?

domenica 19 novembre 2017

Banditi (ovvero: fare parte di una banda)



Ho vissuto alcuni giorni di #BellaPolitica spendendo del buon tempo. Mi piace stare in mezzo a tanta gente, soprattutto se condividiamo gli stessi interessi, dal calcio alla montagna, dallo scoutismo agli spritz, fino alla politica in senso stretto. Non resisto alla tentazione di mescolare questi momenti e rielaborarli, intrecciarli un po' a caso (a essere onesti), condendoli poi con idee rubate ai miei libri preferiti, quelli che ho sempre in testa. Non sopporto l'idea di separare in compartimenti stagni le sensazioni che mi arrivano dalle passioni, dal volontariato, dal lavoro, dalla politica. La cosa negativa di questo modo di fare è la tendenza a diventare superficiali. La cosa positiva, invece, è il mettere insieme i vari momenti - a riunione, a scuola, allo stadio - parlando dell'una o dell'altra cosa. Siamo abituati a non confondere le sfere, che ognuno resti nella sua comfort zone. Forse ci prendiamo troppo sul serio. 

Nella scorsa Assemblea scout, per esempio, si è parlato di territorio, di farsi viandanti, di uscire noi per primi verso quelle comunità di persone che si sentono sole e minacciate, di smetterla con un atteggiamento psicologico di superiorità e chiusura verso altre associazioni, altri mondi. Si è parlato di giovani, che poi è il fulcro di quello che facciamo. 

È un tema che mi pulsa dentro. Da qualche estate condivido i passi di alcuni giovani da tutta Italia. È una sfida pazzesca camminare con loro, provare a definire e indirizzare l'energia per trovare un posto nel mondo che ci prenda davvero il cuore, e non una delle tante cause che non durano, che non ci dicono. 


La forza di questi campi itineranti nel vicentino (che bello camminare per la mia terra con ragazzi da tutta Italia!) è che sono loro ad insegnare a noi. Li osservo e penso all'incapacità degli adulti di entrare dentro le sofferenze dei giovani, l'incapacità di superare la retorica dei giovani come "categoria"; penso allo strumento dell'"Assessorato alle Politiche Giovanili", come se i ragazzi avessero bisogno di qualcuno che si spendesse per loro, come se non fossero in grado di interloquire loro stessi con gli adulti e con il territorio. Se i ragazzi possono, allora perché ci arrendiamo ad una società in mano agli adulti?

Ho letto da poco un libro che mi ha sconvolto: Quello che dovete sapere di me

Leggendolo ho provato emozioni contrastanti: ammirazione, immedesimazione, invidia, rabbia. Il libro è nato da una ricerca che ha coinvolto giovani fra i 16 e i 21 anni, che si raccontano in forma anonima, parlano di come vedono il mondo, la politica, il futuro. Un libro da regalare soprattutto a chi presume di sapere come va il mondo, ai rappresentanti di una società che chiede voti ma non esige più riti di passaggio, tranne quello tutto apparenza della laurea e del voto scolastico. Nel libro i ragazzi vanno oltre la famiglia, oltre il confine del tempo, del quartiere, della parrocchia. I capitoli del libro sono: avere paura, altalenare, cercare se stessi, credere, amare, imparare, avere coraggio, visioni. Tutta alta politica.

L'ultima lettera, all'ultima riga, dice: "io voglio fare qualcosa".

Chi ha lavorato con questi ragazzi sa bene che questo non è un piagnisteo inconcludente, fine a se stesso, ma la voce e la volontà di una generazione che viene smorzata in modo sistematico proprio dal mondo adulto nel quale sta per entrare. Una constatazione che la visione degli adulti è povera.

Continuo a chiedermi: i ragazzi dove vanno a "fare qualcosa"? Ci facciamo carico del loro peso specifico, delle loro energie, dei lori sogni? Non è forse questa l'unica cosa che conta davvero, che dovrebbe essere in cima all'agenda politica, piuttosto che temi come la sicurezza o il dialogo con categorie sociali non in grado di incidere nel mondo, nelle città, nei tanti quartieri dove si fanno i giri in bici senza incontrare un giovane che sia uno? 

Perchè i ragazzi nel 2017 chiedono ancora in massa lo scoutismo? No, non è dello scoutismo che voglio parlare, pur essendone dentro fino ai capelli. É la domanda di scoutismo che mi interroga. AGESCI poi è uno strumento, né il migliore né l'unico. 

Fanno qualcosa le centinaia di ragazzi che si ritrovano la sera in Piazza delle Erbe? E le fronde di studenti all'uscita dalla scuola? Le migliaia che giocano a pallavolo, danza, rugby?Certamente sì. Chi sono, come impiegano la loro energia positiva, di gran lunga la più luminosa in una città, se non c'è qualcosa in cui possano riconoscersi? Nelle lettere del libro, una cosa è ancora uguale per tutti: la visione del proprio ruolo. Vogliono ancora sfidare il mondo, chiederne uno nuovo rispetto a quello che hanno, dove ci sia molto rispetto per la natura e per le relazioni, pochissimo per la competizione. 

Con una delegazioni di Capi scout abbiamo incontrato, lontano dalle foto e dagli slogan, un candidato al ruolo di Sindaco. Durante l'incontro, abbiamo parlato di Carta del Coraggio e abbiamo letto i sogni di f., 18 anni. Non so quanto sia rimasto di quelle parole dentro di lui, ma è stato bello leggerla insieme, vedere gli occhi di un giovane amministratore incrociarsi con quelli di una giovane scolta. Sentire, in un dibattito politico, la voce di una ragazza che ha scelto un'associazione per diventare una buona cittadina attiva. É una voce che deve uscire dall'Associazione, una voce che il mondo politico deve poter usare come forza-lavoro, come strumento per risolvere i problemi.

Il passo che deve compiere la mia generazione, invece, è superare la dinamica del "gruppo di studentelli scrupolosi e malcontenti". Non sono parole né attuali né mie, ma di Luigi Meneghello, e riferite a 70 anni fa. 

Abbiamo bisogno di affidarci a luoghi e persone credibili che ci possano fare da "maestri". Oggi ci sono cantanti, scrittori, politici che occupano il ruolo sociale una volta riservato ai maestri: uomini e donne brand capaci di influenzare le vite di molti seguaci, tifosi, followers.. ma quanto servirebbero invece veri maestri di vita, da ricercare nelle associazioni, nei gruppi di amici veri, non quelli sempre più votati al culto dell'"ignoranza" sbandierata come vanto, nel mito della "serata", del machismo delle squadre di calcio. Maestri, cioè persone che danno l'esempio, non che insegnano.

Dobbiamo cercare i nostri maestri sotto casa, cercarli non lontano da noi. Proprio come fecero Meneghello e quei ragazzi vicentini  saliti in montagna nell'autunno del 1943. Con una guida cercata e trovata nel mondo della scuola e poi trasferitasi a livello di vita, nella piazza del paese e quindi in Altopiano.

"Questa malga però era singolarmente vuota e nuda. Antonio e gli inglesi si aggiravano di qua e di là con aria quieta e circospetta, rosicchiando quello che avevano portato, e chiacchierando un po'; notai che parlavano tutti sottovoce. Io e Nello stavamo ad ascoltarli. Così dev'essere stato per i primi cristiani quando gli arrivava un apostolo in casa. Antonio non era solo un uomo autorevole, dieci anni più vecchio di noi: era un anello della catena apostolica, quasi un uomo santo. Senza di lui non avevamo veramente senso, eravamo solo un gruppo di studentelli alla macchia, scrupolosi e malcontenti; con lui diventavamo tutta un'altra cosa. Per quest'uomo passava la sola tradizione alla quale si poteva senza arrossire dare il nome di italiana; Antonio era un "italiano" in un senso in cui nessun altro conoscente lo era; stando vicino a lui ci sentivamo entrare anche noi in questa tradizione. Sapevamo appena ripetere qualche nome, Salvemini, Gobetti, Rosselli, Gramsci, ma la virtù della cosa ci investiva. Eravamo catecumeni, apprendisti italiani. In fondo era proprio per questo che eravamo in giro per le montagne; facevamo i fuorilegge per Rosselli, Salvemini, Gobetti, Gramsci; per Toni Giurolo. Ora tutto appariva semplice e chiaro. Sospiravamo di soddisfazione perchè era arrivato Toni, e anche nelle rocce, nel bosco, pareva che se ne vedesse un segnale."

L'8 settembre del 1943 porta a Vicenza sbandamento e incertezze. L'armistizio, la fuga del re, il crollo dell'esercito. Anche in quel caso, c'era bisogno di nuovi maestri, di decidere ognuno per conto proprio. Quei ragazzi, anche senza una vera coscienza politica, hanno scelto di non attendere gli eventi. Li spingeva lo stesso ribellismo, tipico dei vent'anni, che trovo nelle lettere di Quello che dovete sapere di me: l'aspirazione a un cambiamento, la consapevolezza di stare dalla parte giusta, una serie di incontri decisivi con i tanti "piccoli maestri" che nel percorso ci aiutano a diventare più consapevoli. Meneghello la definisce "un'Italia vispa, caotica, giovanile, vitale, generosa, un po'casinista". 

Fare parte di una banda (-appartenere): che sia questo il nostro modo per incidere? Io lo credo. Che sia AGESCI, che sia una compagnia teatrale, un gruppo di studio, un comitato politico o un club di cucito, possiamo diventare noi una banda? Non c'è libretto di istruzione, penso si debba partire dal contesto dove si è inseriti ora - guardarsi - e dopo qualche birra stilare a mo' di elenco una serie di valori di fondo; o i libri e la musica che ci piacciono. Poi decidere come sfidare il mondo, quando e dove trovarsi per farlo: sennò diventa l'ennesimo gruppo whatsapp destinato a morire il giorno dopo la festa. 

Uso proprio le parole di quell'autunno 1943, perché le trovo tanto mie per questo autunno 2017: ora che "gli istituti" non esistono più, proprio come allora, non possiamo rifarli noi, di sana pianta?

"In tutta la provincia avvenivano le stesse cose, come al mio paese. La gente si radunava, si contava, sbandati fraternizzavano con in nuovi renitenti, le famiglie incoraggiavano. c'era un moto generale di rivolta, un no radicale, veramente spazientito. Il moto degli animi investiva non solo il regime crollato, ma l'intero mondo che in esso si era espresso. La gente voleva farla finita e ricominciare. Tutti andavano a tentoni. Tutto era nell'idea di doversi arrangiare da sé, perché si sentiva che tutto era andato in un fascio, sia il fascio che il resto; e così qualunque iniziativa, anche la più moderata, conteneva un germe di ribellione, e questi germi fiorivano a vista d'occhio. Gli istituti non c'erano più, li avremmo potuti rifare noi, di sana pianta; era ora"


Mettiamo su una banda?