martedì 31 ottobre 2017

#Primarie, 👍e 💗


Mi incuriosisce molto ascoltare i "candidati Sindaco" che stanno concorrendo alle Primarie: cos'hanno da dire a quel popolo del Centro-Sinistra che - senza dubbio - è il riferimento politico e culturale di tante persone, anche se non si dice a gran voce, in una città e in una regione dove non paga pendere troppo da una parte. 

Non entro nel merito di queste Primarie perchè:
  • Non sono in grado di farlo
  • Sono di parte
  • Finora si è parlato più di persone, di slogan, "team di lavoro", che di programma, idee
Provo, semmai, a scrivere un tema di scuola: i giovani e la politica. Senza avere i "documenti" e le competenze per farlo, cadrò sicuramente nel moralistico e nello scontato. Ma ho bisogno di rispondere a delle domande che non hanno nulla di provocatorio.

Sono:
  1. Come vivono i giovani l'impegno politico?
  2. Un giovane è rappresentato?
  3. Un giovane cosa vede in questa consultazione?
Domande che non ho l'arroganza di riuscire a rispondere.


Per la domanda 1, come nei più classici compiti per casa, ho cercato lumi in Internet. Ho letto gli articoli di Diamanti e altri, le solite risposte. Una mi convince più di altre: la reale precarietà del vivere per un giovane di oggi, che porta a un naturale disinteresse verso "l'impegno politico". Non perché non ci sia voglia - quindi - ma perché si è andati troppo oltre, troppo in là con questa generazione, che si sente privata delle proprie speranze, della capacità di costruirsi il proprio futuro. Effettivamente, con simili premesse, è difficile avere fiducia "in altri", negli altri. 

La domanda 2 non è una domanda, è una risposta che mi sono già dato. Difficile che i giovani si sentano rappresentati da liste, programmi elettorali, movimenti, sindacati. Mi sbaglierò, ma credo che manchi proprio la voglia di trovare nuovi rappresentanti e spazi di politica rappresentativa, per i ragazzi di oggi, anche dove ci siano persone o associazioni che meritano davvero. Questo perché è troppo forte la sensazione di "non poter fare la differenza", di essere usati o tirati per la giacchetta. 
Non è disimpegno, non è anti-politica. Si è solo raggiunta  la consapevolezza che la politica - quella politica - sia una piattaforma, una dimensione, un modo di realizzarsi egemonizzato da altri, e da altri temi. Per i pochi - presunti - ragazzi "impegnati", quest'idea è vissuta come un conflitto, genera tristezza, desiderio generalizzato di rivalsa: ma per la maggior parte dei giovani non esiste nemmeno, un rapporto conflittuale, non esiste rapporto alcuno. Non esiste passione politica. Non esistono le Primarie del Centro-Sinistra, le circoscrizioni, le commissioni consiliari. Non è reale: la maggior parte di noi non è consapevole di tutto questo; semplicemente resta fuori dalla nostra agenda, dal nostro linguaggio. 

Mi chiedo: esistono altri contesti, altri linguaggi, altri lavori, altre forme di socializzazione, di fare comunità, dove i giovani immaginano e costruiscono la loro politica-futuro?

Credo di sì, ma altrove.

Come nello sport, nella musica, nello studio, nel volontariato. Qui vengono investite una grande ricchezza di energie e di tempo, qui arde una vera passione che si avvicina molto alla definizione di politica presente nel dizionario,
 "attività di chi partecipa alla vita pubblica"

Persino la tanto chiacchierata "esterofilia", l'Erasmus, quella scelta dei giovani di non rimanere, non fa che confermare quanto sia reale la spinta, la visione, la voglia di costruire un mondo bello laddove si crede sia possibile realizzarlo sul serio (non qui, evidentemente). Non parlo (solo) di altri paesi e città. Perché i giovani che si spendono per i problemi del quartiere, del territorio, della cultura, dell'ambiente, ci sono eccome. Esistono una serie di realtà politiche bellissime, a Vicenza, senza una calcolabile rappresentanza, ma dove i giovani investono vera energia "nuova": Festambiente, squadre sportive di ogni livello, la causa che fu il Dal Molin, le Feste Rock, il Centro Tecchio, i gruppi di ballo popolare e di teatro, Scout, Ac, Orti urbani... sono le prime cose che mi vengono in mente, alle quali non mi sogno nemmeno di mettere il cappello, ma che rappresentano persone, linguaggi, temi non certo in cima all'agenda politica di qualcuno. 



Ad un mese dal voto per scegliere il candidato sindaco del Centro-Sinistra, può un giovane qualsiasi andare a votare riconoscendo una persona che rappresenti una svolta per i suoi interessi? I suoi interessi e non quelli "di tutti", come dice ogni candidato, ogni sindaco appena eletto?

Io davvero non lo so, anche se ci spero tanto. Forse, è dato un po' per scontato, soprattutto in questa fase, che chi non ha peso e identità politica, non possa nemmeno spostare voti. Anche se di "squadra di giovani", di "facce nuove", di "team innovativo", si riempono la bocca un po' tutti. Ecco allora (domanda 3) che quelle poche volte che si nota un "volto giovane" proporsi per fare politica, non può che esserci un conflitto in partenza, nato dalla non-conoscenza, dalla diffidenza, dallo scontrarsi, per prima cosa, contro il cinismo e la disillusione. Diamanti scrive che "le passioni non diventano tristi, ma più tiepide. Perché le stesse "fedi" sbiadiscono. E si perdono. La politica: non interessa più a quasi nessuno. Anche fra i più giovani, presso i quali la componente che considera importante la politica non va oltre il 14%". 

Difficile guardare ai giovani impegnati in politica oggi: sono pochi e la maggior parte di questi non lo sono per davvero. Su questo, su chi è già sceso in campo, il resto dei giovani non è davvero coinvolto: o ti unisci a qualcuno con un certo nome, una certa organizzazione, o non puoi pretendere un ruolo da protagonista. Insomma: devi fidarti. E allora, ci si scontra inevitabilmente con gli slogan, i teatrini già noti: i giovani inseriti per occupare una specifica fascia elettorale, il cappello messo in testa al ragazzo di turno, il giovane militante che attende da anni la sua poltroncina cittadina. Questo sì, viene notato, perché non viene perdonato niente, rinforzando il già pesante carico di pregiudizi che può colpire chi, in Politica, è un giovane competente e preparato. Anche in questa #Vicenza2018, credo, si vedranno nuove persone, "nuove" in base all'aria che tira. 


Ho ascoltato le presentazioni dei candidati e le ho trovate - onestamente - un po' noiose. Avrei davvero voluto qualcosa che mi scaldasse il cuore: una differenza netta di idee e di stile (anche se fra candidati dello stesso schieramento), soprattutto in rapporto a chi detiene l'egemonia culturale e politica nelle città della nostra Regione. Per tutti quelli che non respirano gli ambienti di Palazzo Trissino, che non seguono le indiscrezioni dei giornali online, o che non sono personalmente amici degli attori sulla scena, immagino sia dura dire: "questo è il mio candidato". Troppi hastag, troppa atmosfera elegante, troppa poca novità. Una cosa è certa: si parla a poche persone, quelle già coinvolte nell'amministrazione uscente (esclusi e protagonisti, tifosi e avversari nel teatrino delle parti) e a chi - insomma - di politica cittadina vive da tempo e magari con pieno merito, questo non discuto. 


Adriano Vernau dal palco del candidato Giacomo Possamai ha dettato alcune parole da mettere in cima all'agenda, che non restino semplice orpello elettorale: "pace", "giustizia", "verde". E' stato l'intervento che, nella sua semplicità, mi è piaciuto di più. Io, come "giovane qualunque", avrei apprezzato anche: sport, musica, cittadinanza attiva, conoscenza degli ospiti in città, ciclabilità, lavoro, riqualificazione, inquinamento.

Ma capisco che non si possa avere tutto subito: prima ci si ""confronta"" sulle persone che  sono in campo - su Facebook e alla tivvù. Ma anche "nei quartieri" e "con i giovani", ci mancherebbe

No, non mi arrendo al disfattismo, non mi interessa nemmeno tifare contro chi si è messo in gioco.  Ma sono consapevole - una volta di più - di quanto Vicenza sia una città contraddittoria nel profondo; che non vuole l'inquinamento ma nemmeno gli autobus e le bici; che vuole il centro storico, ma se ci si arriva in macchina; città che parla di giovani ma che ai giovani non dedica troppo spazio; città che grida alla voglia di diritti (eccomi: sono uno di quelli!) ma solo quando questi toccano il proprio interesse circoscritto. 

La domanda è: e io, cosa faccio?

La risposta forse è non mollare, crederci, come si canta ogni anno al nostro amato Lanerossi nonostante le sistematiche delusioni. Bisogna credere nell'impegno civico, bisogna metterci la faccia, bisogna esserci e, soprattutto, farsi avanti. Se c'è una cosa che mi lega a Vicenza Capoluogo e a Sandro Pupillo, più di altre, è proprio questa speranza


venerdì 13 ottobre 2017

L'astensione, Athos, il Veneto


Mi fa soffrire l’idea di boicottare uno strumento così bello e importante come il Referendum. Qualsiasi passo, piccolo o grande che sia, che serva a portare i cittadini a riflettere e a confrontarsi, è una cosa alta “di default”: esercizio di democrazia. Per questa ragione, non condivido granché la polemica sullo spreco dei (senz’altro) tanti milioni che servono a organizzare il referendum: ogni volta che si interpellano i cittadini per indagare le loro opinioni, conoscere i loro sogni, la loro vita, non vengono sprecate risorse. Che siano le trivelle o la gestione di una città o di una Regione: la democrazia non è un costo inutile.

Ma non in questo caso. Non tanto per la spesa dell’organizzazione, e nemmeno perché - su questo tema - i soggetti proponenti cavalcano pericolosamente – questo, purtroppo, è nelle loro facoltà - un’onda populista e demagogica. Quello che mi preme di più, semmai, è proprio l’idea che andare a votare “sì” (leghisti o non leghisti, destra o sinistra) serva per “esercitare la democrazia”.

 
Il mio gatto Athos
Questo referendum non è uno strumento di democrazia. Lo penso sia da un punto di vista formale che di sentimento, di “feeling”.

Il nostro “Sì” è l’unica risposta possibile al quesito. Già questo è un segnale di poco rispetto per il confronto e la partecipazione: il popolo non deve esprimersi su alcunché.  Chi non vorrebbe maggiore autonomia? Ma il quesito referendario, in origine, non era questo. I sostenitori del referendum ci dicono che la Regione chiede “maggiori poteri” e “maggiore legittimazione” per andare a “trattare l’autonomia con l’appoggio del popolo. Eppure, è evidente come la Lega e il suo Governatore in origine volessero altro: risulta chiaro dalle leggi regionali, approvate tre anni fa, in cui il Presidente della Giunta veniva autorizzato a interpellare la popolazione su quesiti giudicati chiaramente eversivi. Come il primo, che diceva espressamente:

- Vuoi che il Veneto diventi una Regione indipendente e sovrana?

Già questa domanda dovrebbe farci sobbalzare dalla sedia: quanti genuini elettori del sì andrebbero a votare con lo stessa convinzione e col medesimo sentimento, sapendo che la domanda – in partenza - era di tale portata, completamente diversa da quella generica e inconsistente che voteremo il 22?

I quesiti originari, ben 6, sono stati cancellati perché incompatibili con la Costituzione italiana. Solo l’ultimo quesito, apparentemente innocuo per la sua genericità da quinta elementare, tende anch’esso a ottenere quello che non si può avere: una regione “quasi-speciale”.
Quanta meschinità: utilizzare la mole delle risposte positive come strumento di ricatto contro il governo e contro tutte le altre regioni che sarebbero destinate a rimetterci. È questo lo spirito veneto? Per cosa andranno a votare allora le moltissime persone che pensano di dire “la loro” sul tema dell’autonomia? Sulla questione del residuo fiscale? Questa non è certo di competenza del referendum.
Eppure le possibilità di autonomia offerte dalla Costituzione ci sono eccome. La Carta dice proprio:
Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, possono essere attribuite alle altre Regioni [quelle non a statuto speciale], con legge dello Stato, su iniziativa della Regione interessata.
Ma noi scegliamo di forzare, instillando un risentimento che – abbiamo visto questi giorni – può diventare pericoloso per tutti. Da vent’anni, la Lega stra-vince le elezioni a suon di “Roma ladrona”: i veneti, quindi, si sono espressi molte volte a favore di più autonomia. Qui sta il punto: la vera autonomia si può ottenere – referendum o meno – solo col voto del Parlamento. È quindi facendo battaglia con lo Stato e con il resto dell’Italia che pensiamo di ottenere risultati? La strada di un conflitto con lo Stato è tragicomica e controproducente.
Di fronte a tutto questo non provo vergogna nell’astenermi. Queste persone che mi chiedono di “esercitare la democrazia”, sono le stesse che quasi 10 anni fa contribuirono in ogni modo a impedire che noi veneti ci esprimessimo sulla questione Dal Molin: battaglia che aveva riguardato tutti, persone di ogni colore politico. Ricordo quei momenti. La delusione del voto bloccato, la fiaccolata in piazza. Ricordiamo le democratiche posizioni leghiste del tempo? Oggi come allora, loro erano e sono i “paroni a casa nostra”.
Porto il ricordo di questa ferita, come di tutte le macchie che hanno sporcato la storia del Veneto in questi anni: dai piccoli Joe Formaggio sparsi nelle nostre terre, fino ai finanziamenti pubblici, il sistema sanitario, le banche Venete, la xenofobia, l’istituzionalizzazione della paura, del razzismo.

Da un punto di vista politico, che occasione persa per i Partiti e i movimenti che hanno il COMPITO e il DOVERE di rappresentare un’alternativa culturale e politica alla Lega. Davvero incredibile che nel grande carrozzone dell’autonomia-indipendenza siano saluti tutti, ma proprio tutti, i partiti, i movimenti, i Comuni del territorio, compresi quelli che sanno quanto sia inutile questo referendum, ma che per ragioni di convenienza e di consenso, rimangono zitti.
Davvero i miei complimenti ai ragazzi del Comitato per l’astensione. Unica voce fuori dal coro, un piccolo gruppi di ragazzi dai 25 ai 30 anni: per fortuna, qualcuno c’è.  In un referendum di questo tipo, dove obiettivamente non si può rispondere “no”, l’unica alternativa logica al “si” diventa – purtroppo - l’astensione. Chi non condivide questa Politica ha dunque poche alternative nell’immediato: non partecipare al voto, convincere le persone che si debba utilizzare seriamente il percorso previsto, senza urlare, senza forzare, parlando seriamente del tema del federalismo con tutte le altre regioni.

Io sono orgogliosamente veneto, regione con una storia secolare, una cultura aperta agli altri da sempre: Venezia, la New York del suo tempo, fu capitale del mondo, città cosmopolita e multietnica fin dall’origine. Io provo a dare un piccolissimo contributo studiando la storia e la letteratura, facendo politica e volontariato. Non posso sopportare l’attuale egemonia culturale e politica della mia regione. A volte, mi viene voglia di piangere e di gridare “non è così per tutti!” Ripenso al Veneto e ai veneti; mi coglie l’aristocratico pensiero di andarmene, di sentirmi una persona superiore che non sono: per fortuna il pensiero mi abbandona subito. Non avrei nemmeno il coraggio…

Come fare per resistere a tutto questo? Non ne ho idea! Mi viene in mente la resilienza, quella capacità di un metallo di resistere a urti e torsioni (cioè sopportare). E poi la solita retorica dei piccoli gesti quotidiani, passando anche per una scelta difficile come l’astensione. Fare il nostro in attesa che – inevitabilmente – arrivino i giorni migliori. Mentre scrivo queste parole, il mio gatto Athos dorme sulla bandiera del Veneto che da qualche giorno ho posizionato in salotto. Quando l’ho ricevuta, in qualità di rappresentante d’istituto al Pigafetta più di dieci anni fa, ho subito pensato di gettarla via: era infatti un regalo dell’assessore Donazzan. Per fortuna non l’ho fatto. Nonostante loro si siano presi anche il Leone, il mio segno zodiacale, ci tengo ancora. È la mia bandiera, proprio come “sta lingua che so ma che no parlo”; io ne faccio tesoro e memoria, come mi insegna Bandini:

Sta lingua la xe quela


che doparava me nona stanote

vardandome da dentro la soàsa.

La boca stava sarà, le parole
mi le sentiva ciare.

Me nona


la ga imparà sta lingua da le anguane

che vien zo da le grote

co sona mesanote
caminando rasente le masiere:
e da le róse
dove le lava fódare e nissói
se sente ciof e ciof sora le piere
e te riva un ferume de parole
supià dal vento
che zola par le altane.

Me nona


se ga levà na note co le anguane

par vegnere in sità.

Par paura dei spiriti che va
de sbrindolon tel scuro
la diseva pai trosi la corona.
La xe rivà de matina bonora:
subito dopo un brolo de pomari
ghe iera case e case da ogni banda.

La domandava el nome de na strada,


scoltando na sirena 

la xe rivà in filanda.

«Senti sta tosa come che la parla»,
i pensava vardandola tei oci
i botegari e i coci,
«la pare un stelarin che vien dai orti»…

Sta lingua


la so ma no la parlo,

la xe lingua de morti.



Da Santi di Dicembre, Garzanti, Milano 1994



sabato 5 agosto 2017

Compleanno atipico



Senza dubbio un compleanno atipico questo rovente 2017, senza una vera "route" (quella arriva più avanti, a fine mese), senza una Vacanza di Branco e le attività da organizzare, gli zaini da preparare e e poi lasciare in un angolo della camera, tessere, schede, libretti, spesa...

Sono a Vicenza - quando tanti ora girano con il fazzolettone addosso - e così rimango un po' seduto, come negli amati gradoni qui di fianco. Poco male, sono forme e delusioni - quelle - per me più vere del vero, bellissime. 
Sono sereno, curioso, mi sento anche un po' strano.

Si tratta decisamente di un 2017 succoso, ricco di inizi interessanti.


Nuovi grandi affetti, un principio (chiamiamolo così) di vita lavorativa adulta che mi permette di imparare e studiare quello che ho sempre amato di più; 
anche una nuova Associazione, dove spendere tempo ed energia, dove vedere Vicenza sotto una luce diversa - attenta, amorevole -; e un nuovo Servizio, al quale credo davvero e molto, facendo rete fra teste, giochi, promesse così importanti... ("amici di ogni altra..")

Tutte cose che mi piacciono e che mi spaventano allo stesso tempo: come sempre resto diffidente e incuriosito dal nuovo, un po' burbero e un po' coglione. Come all'inizio di ogni nuova stagione.

Non ho fatto una lista in ordine di importanza, altrimenti fra i primissimi posti avrei messo anche il mio nuovo coinquilino, simpatico amico da accudire con amore e pazienza, e che caga senza sosta.

Athos qui in posa osé
Pronto a cavalcare i Colli Berici!
#scommettiamoci 





martedì 25 aprile 2017

Dentro il bosco

Eravamo scesi in una galleria a prendere l’acqua e ora, seduti nel bosco dopo esserci dissetati, fumavano in pace un’alfa. 
Non c’è niente di meglio, per me , che sedere nel bosco con la schiena appoggiata a un grosso tronco e fumare guardando il cielo tra i rami degli alberi. Fumare e fantasticare guardando il cielo tra i rami degli alberi. La giornata era stata troppo calda e secca; il cane non aveva sentito alcun odore e la selvaggina, ingozzata di pastura, non si era mossa:faceva la siesta accovacciata tra i cespugli di ginepro.  Allora parlammo dell’amministrazione comunale e delle elezioni, degli emigranti lontani e di politica, dei lavori dei boschi e dei cantieri di lavoro e di altre cose che accadono quassù in montagna. Il tempo scorreva così. Non si aveva più voglia di camminare; si era stanchi, oramai. Eravamo in marcia dalle quattro della mattina senza avere sparato un colpo di fucile; né a un gallo, né a un francolino. Niente, giornata bianca.  Il discorso languì. Accendemmo un’altra sigaretta.  Lui guardò nel bosco e cominciò :  « È stato qui, proprio in questo posto che i fascisti uccisero quel povero Cristiano. Tu non c’eri allora. »  « Ero internato in Prussia. Come fu? » « Era l’autunno; mi pare fosse stato di novembre, una giornata nebbiosa.



Cristiano era quassù a fare legna. I briganti neri vennero dal paese in colonna, salirono di lì » e mi indicava con la mano, tra le radure del bosco la strada che avevano fatto, « presero a metà costa e vennero così di traverso. Lui stava qui, dove siamo noi. Ecco, proprio lì sotto quell’abete e stava riducendo un grosso ceppo. Batteva le scure con allegria. Te lo ricordì come era gagliardo? Si sparpagliarono per il bosco e vennero a rastrello. Bene, quando uno dei loro sentì battere le scure nelle nebbia si avvicinò come un ladro e mentre Cristiano si rizzava in alto, a braccia tese per prendere slancio, gli sparo una fucilata nel ventre. 
Quel vigliacco di fascista, gli sparò cosi da vigliacco. 
Subito gridò, e lo sentii anch'io che ero nel prato qui sotto con le vacche, gridò: «Signor tenente ci sono i partigiani! Ne ho ammazzato uno, venite! »

Lasciai allora le bestie alla mia vecchia e corsi su con alcune donne della contrada che avevano udito la fucilata. Il tenente e gli altri erano già qui. Cristiano stava sdraiato sul dorso e ancora teneva in mano la scure, pallido e sbiancato come la neve per il sangue che gli fuggiva dalle vene. Gli gridava il tenente. « Dove hai il fucile? Dove sono i tuoi compagni? Parla che ti ammazzo ». E gli puntava la pistola sul viso. Cristiano con un filo di voce gli rispondeva : «Eccola la mia arma », e accennava con lo sguardo alla scure. « Cosa vuole ammazzare? Non vedete vigliacci che mi avete già ammazzato? » 
Vidi con questi miei occhi il tenente che gli puntava la pistola sulla fronte e gli urlava parla che ti ammazzo e sentii lui che rispondeva che già l’avevano fatto e che i partigiani non c’erano. 
Ed era la verità. 
Nessuno di noi era ancora partigiano. A quel tempo badavamo ai fatti nostri e ne avevamo già abbastanza. Portavamo solo da mangiare a sette inglesi che erano fuggiti da un campo di concentramento e che avevamo nascosti in una galleria della vecchia guerra qua sul monte. 
Quando Cristiano si accorse che eravamo arrivati ci sorrise. Sua sorella, che era salita con noi, si mise a urlare e a piangere. 


Voleva cavare gli occhi al tenente. 


Forse i fascisti si accorsero di aver fatto una gran bestialità perchè quando dissi che ci voleva subito un medico il tenente mandò giù in paese a cercarlo. Mi misi a bestemmiare e a imprecare contro di loro perchè vedevo che non c’era niente da fare, ma solo aspettare che finisse di morire. Pure con la scure ancora bagnata e calda di sangue, tagliai due grossi rami per fare una barella, prechè almeno morisse nel suo letto. Lì, da qull’albero tagliai i rami. Li vedi i nodi? E io davanti e due donne dietro scendemmo per la mulattiera. Loro ci seguivano con il fucile in spalla. 
Giunti a casa arriva anche il dottore. Lo guarda e non dice una parola. Era medico condotto, quello che aveva fatto l’alpino con i nostri vecchi e s’era fermato qui per sempre e conosceva tutti uno per uno, anche i bambini e anche quelli che erano andati all’estero. Era ateo lui e fumava toscani, con la bicicletta andava come un pazzo. Te lo ricordi? Bene, lo guarda e non dice niente, solo prende il tenente per il petto e lo tira fuori della cucina. Era uno sbarbatello di tenente, scuotendolo come una scopa lo prende per il petto e gli sputa sul muso senza aggiungere niente.

Quando rientrò, cristiano aveva finito di morire. S'erano radunati gli uomini e le donne della contrada. Stavamo tutti zitti davanti a sua madre. Anche sua madre.   Da quel momento diventammo tutti partigiani. Anche i vecchi e i bambini. Anche le donne. Ci ritirammo sulla montagna con i fucili da caccìa e più tardi avemmo mitra e dinamite. Le donne portavano da mangiare e tabacco. Le brigate nere incominciarono ad avere la vita dura. Vennero anche i lanci degli inglesi e vennero anche i tedeschi… » 

La sigaretta era finita, una fila di formiche mi rasentava la scarpa. Non parlammo più sino a casa sua. Mi invitò in cucina a bere un bicchiere di vino. Sopra la credenza c’era un immagine listata a nero. Era Cristiano : nato il 14-12-1925, morto per causa dei fascisti il 17-11-1943 – la mamma e la sorella – a ricordo per gli amici. 


Mario Rigoni Stern, Dentro il bosco, novembre 1957





domenica 5 marzo 2017

Tempo di Carnevale


Tempo.

Mi aggrappo a questi pochi giorni di maschere e di musica per tirare il fiato e riordinare la stanza.
La scuola è chiusa; anch'io sono fermo mentre tutto, fuori , è in movimento:  la strada, le macchine, i “grandi” che lavorano, grossi titoli sui giornali che mi sfiorano soltanto, come notizie dallo spazio.
È una sensazione che mi dà molta pace. “Ci mancherebbe”  – “a far nulla!”.

Qui, ora, mi sento bene. Sistemo le schede dei bambini, i progetti degli scout. Ci sono fogli ovunque, molti da scartare, altri da etichettare, pinzare e impilare con criterio: reminiscenze del buon tempo speso in biblioteca. Questo non lo considero tempo perso. In ogni cassetto c’è qualcosa, chissà se i miei sogni potrebbero davvero chiudersi qui, pinzati e ordinati in scatole di legno.

Martedì grasso 2017
Sento il mio corpo stanco, provato, non lo capisco. 
Per questo, forse, mi avventuro poco all'aria aperta.
Mi limito allo stretto indispensabile: il Menti, le Barche, Venezia, nei giorni che la rendono così diversa, così viva.

Ho tempo, aspetto Chiara che deve studiare. Insieme giochiamo, come dice mio papà, “alle costruzioni”. È un gioco costoso e intelligente, mi sorprende ogni volta, uno di quei giochi al quale non ti stanchi mai di giocare, ricordo di un tempo lontano.

domenica 15 gennaio 2017

Verso Ponte Marchese



Siamo tornati a percorrere Strada Sant'Antonino in direzione Rettorgole, Ponte Marchese, Presidio. 


I campi sono innevati, il tendone allestito come fosse un grande circo, tutto molto più colorato ed elegante rispetto a dieci anni fa.
Comunque le sensazioni rimangono le stesse, uguale la musica e simili anche le facce, quelle di sempre. Ci arrivo in macchina, non più in bici con l’obbligo di tornare entro mezzanotte.
Parcheggiando, si distingue nettamente, in tutta la sua maestosità, la lunga striscia di palazzi e di luci (ma perché così tante?) della caserma americana: a vederla così non fa paura, sembra quasi normale, pare essere lì da sempre.

Sarebbe interessante scrivere una storia di quegli anni, un racconto preciso e dettagliato: mi piacerebbe leggerlo per ricordare cosa capivamo noi – allora – della Questione. Di sicuro noi vicentini ci siamo divertiti molto, ci abbiamo speso molto: tempo, energia, pedalate, lenzuola bianche che sparivano di casa, pennelli, colori.... A scuola non si parlava d'altro: almeno io, pessimo studente qual ero. Base americana, Partenza, scuola, compagnia, tutto si mischiava creando qualcosa di unico e di vero.

Ponte Marchese rimane un luogo importante. Ora c’è il sogno quasi reale di un enorme Parco. C’è anche - ancora - un tendone che fa musica, e poi la strada verso le nostre montagne. Infine, una chicca: la chiesetta di San Martino, una piccola, meravigliosa, antichissima cappella a pochi passi dal Ponte, anch'essa da presidiare in questo pezzo di città.

martedì 27 dicembre 2016

Buon Natale in allergia

Lascio la biblioteca e mi ritrovo a scuola.  
Tutto è molto nuovo e molto inaspettato. Torno a giocare con i più piccoli, così come nello scoutismo:
mi convinco che per ora deve andare proprio così. Più che un maestro mi sento un bambino anche io, un alunno: chiedo sempre (ho cambiato tre classi, fino ad ora) di prepararmi una lista di cose che piacciono, domando: “cosa volete essere da grandi?”.
Insomma faccio le interviste, e tralascio l’italiano scritto, che pure dovrei insegnare: per questo compito non è importante. Sono pochi, i bambini italiani.
Per i maschietti, non serve dirlo, il sogno è fare il calciatore. Lo capisco, bombardati di calcio come sono, dal mattino alla sera. Non mi fa arrabbiare, non potrei mai, anche se mi fa incazzare che così pochi bambini si disegnino con la maglia del Vicenza, come io facevo sempre da piccolino, e anche adesso. 
Poi c’è di tutto:
D. vuole diventare Spiderman, M. (bambina che non capisce molto, di quello che dico) una maestra, F. un informatico, E. una rockstar (seconda elementare).
Condivido quasi tutto, di quello che mi scrivono.


Tanti dicono: “voglio stare fuori”, “mi piace leggere”, “non mi piace studiare”, “vorrei non andare a scuola il pomerigio”, con una sola g. Come darvi torto?
V. si spinge oltre e mi scrive che vorrebbe “un castello al posto della sua casa”: mi chiedo com’è la sua casa, vista la classe, il quartiere…

Torno a casa davvero stanco, con la forte sensazione di essere inadeguato, impreparato, inefficace.. Torno anche felice, perché è un lavoro che mi piace e dove posso vedere subito se una cosa è giusta o sbagliata. Coi bambini non esiste nessun filtro, è tutto molto vero e diretto, come L. che mi scrive “mi piace il maestro Giovani, ma non mi piace che la maestra Laura è amalata”.

Insomma c’è da lavorare l’ano prosimo, soprattutto sulle doppie.

martedì 4 ottobre 2016

il mio servizio civile


Where do we go nobody knows?

È l'incipit della canzone dei Coldplay che “riproduzione casuale” mi ha proposto stamattina, mentre mi avviavo in bicicletta “a lavoro” per l'ultima volta.
Ho dedicato gli ultimi venti mesi della mia vita per svolgere il mio “servizio civile”, in biblioteca.
Bella vita”, “capaci tutti!”: che dire, può essere.

È stato però un periodo intenso, di lavoro vero, un intervallo di tempo dove sono cresciuto molto.
In un certo senso, Palazzo San Giacomo è uno dei luoghi della Città al quale sono più legato.
Amo la città in cui sono nato: in essa ho investito tempo, energie, ho creato e curato relazioni, vi ho concentrato il mio studio e il mio lavoro.
Lo dico considerando che la maggior parte dei ragazzi della mia età e della mia generazione “normalmente” compie (o è costretta a compiere) la scelta – peraltro del tutto ragionevole – di mettere a frutto altrove i propri talenti e le proprie passioni. Non sono per niente scettico né ironico al riguardo: io stesso ho avuto l'opportunità di studiare e laurearmi all'estero, precisamente in Francia.
Ho però sempre sentito nel profondo l'esigenza - del tutto personale - di “mettermi a disposizione” della città, di spendermi in un ambiente che mi ha sempre dato molto. Sembra retorico ma non lo è: rimango affascinato ogni volta dalla piccola grande concentrazione di Cultura - a tutti i livelli - che la città di Vicenza ha prodotto nei secoli. Non sono un professore né un ricercatore, forse un semplice idealista: vuoi per l'educazione ricevuta, vuoi per la testimonianza e l'esempio dei miei professori al Liceo (i miei “piccoli maestri”)… Ecco spiegata la scelta di iscrivermi alla facoltà di Lettere, a Padova, dove ho potuto studiare Meneghello, per la tesi di laurea triennale, e Piovene, per la magistrale; dove ho conosciuto lo stile inimitabile di Goffredo Parise; da dove sono partito per leggere così tanto di Vicenza: a cominciare da una vera e propria ”istituzione” come Fogazzaro, per arrivare ai contemporanei: Diamanti, Stella, Veladiano… ; e come non citare il poeta delle nostre montagne (sono pur sempre uno scout!) Rigoni Stern, o il poeta delle nostre strade, Fernando Bandini, che così tanta parte di sé ha lasciato nelle aule della mia Facoltà? Ricordo bene il suo funerale, tutti i miei professori presenti, la lettura dei suoi versi… ma ora basta, divago!

Perché sto scrivendo tutto questo?
Perché questo immenso patrimonio di bellezza e di grandezza tutta vicentina trova - idealmente e materialmente – sistemazione, cura e riposo proprio nella Biblioteca Bertoliana.
Una volta selezionato, ho accettato senza pensarci, a dispetto di altre proposte lavorative.
Col senno di poi, da un punto di vista “professionale”, non sono in grado di stabilire se sia stata una scelta giusta o sbagliata. Questo lo giudicherò con il tempo, consapevole di quanto sia difficile, oggi, trovare un minimo di stabilità lavorativa, a maggior ragione per chi ha studiato materie umanistiche.
Sì, potrebbe essere stata una scelta sbagliata.
È stata però una scelta vera, serena, che mi ha reso felice e che mi ha fatto crescere.
Sono da sempre un utente della biblioteca: perché vicentino (i vicentini proprio qui vengono per ri-trovarsi, per ri-conoscersi), perché studioso (o presunto tale), perché amico appassionato dei libri ospitati in questo Palazzo di Contrà Riale.
Ora, avevo davanti a me l'opportunità di toccarli, questi libri, annusarli, vedere come e dove venivano conservati, in quale ordine, rispondere dal vivo alla domanda: quali altri tesori vicentini vengono qui protetti nel tempo e dal tempo?

Ho avuto la possibilità di rispondermi, di conoscere e vedere dei luoghi incredibili, come il magazzino di Palazzo San Giacomo, la Sala Manoscritti, le parti del chiostro interdette agli utenti: spazi che conservano le tracce di quello che fu, verso la fine del 1600, l'antico convento dei padri somaschi. Ho conosciuto le storie dei manoscritti e delle opere a stampa di maggior pregio conservate nella “Stanza del Capitolo”: e a quante persone capita di trovarsi da soli di fronte a una Divina Commedia del 1395, o a un mappamondo del 1448? e ancora: a erbari, bibbie, classici latini stampati nei formati più diversi, con le miniature dai colori più spettacolari?

Ho avuto la fortuna di offrire e tradurre la mia passione e le mie competenze (in molti casi: le mie semplici mani, le braccia) a servizio delle esigenze della Bertoliana: nel mio piccolo, ho fatto del mio meglio. C'è, ci sarà - un estremo bisogno di rendere “viva” la Bertoliana procedendo nella costruzione di quegli strumenti, cataloghi e inventari, che consentano agli utenti di prendere visione e di conoscere sempre meglio il patrimonio custodito: inventari, cataloghi, il mio lavoro.
Senza questi strumenti, qualsiasi valorizzazione è preclusa.

Non sono volumi qualsiasi. Io sono partito dalla Raccolta Beltrame, ricca donazione arrivata in Bertoliana pochi giorni prima dell'inizio del mio anno di servizio civile: manoscritti, libri antichi, originali autografi dedicati soprattutto alla storia della scienza e a Vicenza e il suo territorio, temi che tanto appassionarono l'imprenditore vicentino. Si tratta di materiale delicato, a volte dei semplici fogli di sentenze, abiure, bandi pubblici, lettere autografe, stampe varie.

Ho potuto anche organizzare una mostra, che abbiamo chiamata Signa, sugli autografi illustri posseduti dalla Bertoliana. Leopardi, Manzoni, Foscolo, il “mio” amato Meneghello: alcuni dei nomi di primissimo piano della storia della cultura italiana che abbiamo portato in Palazzo Cordellina. Abbiamo recuperato la storia dei personaggi, i legami di questi scritti con Vicenza, le vicende nascoste sotto l'inchiostro delle lettere.

Scrivo queste righe perché mi serve, perché nel farlo è stato bello tornare con la mente al mio lavoro: ai volumi antichi e moderni catalogati, alle facce che mi hanno parlato della Biblioteca, ai testi preparati per la mostra…

Ecco, i momenti che ho preferito - fra tutti - sono stati quelli in cui mi sono potuto avvicinare alle cose più preziose conservate qui in Bertoliana: le testimonianze dirette di autori e uomini, vicentini e italiani, del passato. Se una biblioteca di conservazione ha una macchina così complessa, elaborata, rigorosa, è proprio perché in cima a tutto questo apparato risiede l'amore per cultura, in forma di libro, di lettera, di archivio.
Curare e rendere conoscibile e fruibile la nostra cultura è l'obiettivo di una biblioteca come la Bertoliana.
Mi chiedo se la cittadinanza, e soprattutto i suoi amministratori, se ne rendano conto.

Che emozione concedersi un po' di tempo in Sala Manoscritti! Ricordo quando mi sono intrufolato nel Carteggio di Piovene -, ma anche quando tenevo in mano le lettere (mai esposte prima di “Signa”) di Meneghello alla moglie, o quando in Ufficio è arrivata una litografia del 1905 pubblicizzante le “caramelle igieniche” in vendita a Vicenza; e ancora: un antico biglietto del lotto veneziano (“il lotto delle donzelle”) trovato all'interno di in un volume della stanza Q che stavo catalogando…

chicca suggerita da Varner
Ho conosciuto dei vicentini pazzeschi. Sia vivi che morti. Fra, i vivi non posso non citare Laura, collega di Ufficio, di Servizio Civile e di viaggio nel mondo di Rienzo Colla.
E poi l'altra Laura. E Stefano, persona di poche parole ma di grande umiltà e competenza.
E infine il Presidente Pupillo, che definirei semplicemente una grande e bella persona;
e Varner, che mi ha illuminato con delle chicche di storia della musica, nei momenti della pausa.

Fra i defunti volevo citare le persone che ho conosciuto quest'anno: Fedele Lampertico, Giancarlo Beltrame, Rienzo Colla. Lavorando i loro libri, una parte di loro ho conosciuto.
Qualcosa da domandare loro ce l'avrei. Probabilmente anche qualcosa di cui scusarmi: sicuramente qualche errore l'ho commesso, sistemando le loro biblioteche.
Concludo con quegli autori vicentini che sono entrati nella “mia” personale biblioteca, quest'anno: Virgilio Scapin, Gigi Ghirotti, Giulio Cisco, Nerina Noro.

E adesso dove andiamo? Nessuno lo sa!

Where do we go nobody knows?
Don't ever say you're on your way down
When God gave you style and gave you grace
And put a smile upon your face ?”